I Carraresi, Padova e l’umanesimo petrarchista 2/2
di // pubblicato il 03 Febbraio, 2012
(prima parte pubblicata in data 18 dicembre 2011)
Con l’ascesa al potere di Jacopo da Carrara, al quale nel 1318 l’assemblea dei Padovani consegna il vessillo della città e i pieni poteri su di essa, la cultura libertaria comincerà lentamente a scomparire. Eppure, talmente fertile e vivo era stato il rapporto dell’università patavina e quella di Bologna, che la presenza in città di numerosi miniatori bolognesi continuerà a mantenere elevato il livello della produzione libraria, pur senza il diretto appoggio o la diretta committenza dei Signori. I primi signori Carraresi, infatti, non sembra avessero un grande interesse per la cultura ed i libri, soprattutto perché impegnati in altri fronti per affermare il loro potere; ma la cultura libraria, talmente di eccellenza, continuò a mantenersi a buoni livelli e pronta a rinnovarsi.
La miniatura in particolar modo, con la lezione di Giotto e dei suoi seguaci, diede frutti notevoli in testi per la Cattedrale, completando una prestigiosa serie di libri con antifonari, lezionari e un dittico epistolario-evangelico, tutti in precoce stile giottesco. Il gusto più moderno veniva aggiornato proprio grazie alla presenza di miniatori bolognesi, decisamente introdotti nel nuovo linguaggio gotico.
Anche la cultura laica rimane ancora presente, volta al romanzo in lingua francese, come il Roman de Troie di Benoit de Saint Maure, dove si evocava la storia di Troia, città alla quale Padova si sentiva legata a causa della sua leggendaria fondazione da parte di Antenore, considerato anche fondatore dei Veneti, giunto in Italia dopo la sconfitta e distruzione della sua città con Enea. Ma anche la cultura scientifica e astrologica produsse copie di importanti manoscritti con illustrazioni sempre legate al gusto giottesco. Dalla lezione di Pietro d’Abano (1257 – 1316/1317), insegnante di medicina, filosofia e astrologia all’Università di Parigi e dal 1306 all’Università di Padova, probabilmente verso il 1330 viene realizzato un esemplare del Liber introductorius ad universam astrologiam di Michele Scoto, medico di Federico II, oggi conservato alla Staatsbibliothek di Monaco di Baviera. Le miniature che lo decorano sono chiaramente ispirate nel linguaggio formale alle perdute pitture astrologiche di Giotto che realizzò dentro al salone di Palazzo della Ragione, distrutte nell’incendio del 1420.

Per tutto questo periodo non troviamo iniziative di committenza carrarese; la corte sembra essere rimasta estranea a dirette committenze, ma nel 1349 un evento strategicamente importante accadde con Jacopo da Carrara II: il conferimento del canonicato presso la cattedrale di Francesco Petrarca, con rendita e assegnazione di una dimora. Considerato il più grande poeta del tempo e il fondatore della cultura umanistica che si stava diffondendo, Francesco Petrarca sarà la pedina su cui punteranno i da Carrara per elevare anche la loro corte e infondergli il prestigio e proiettarsi verso lo stesso piano delle città rivali quali Venezia, Milano e Firenze. Anche Francesco I, succeduto al padre nel 1350, fece in modo di avere Petrarca a Padova in modo stabile. Per questo gli concederà una seconda residenza ad Arquà, sui colli Euganei, dove il poeta potesse lavorare in tranquillità in un ambiente sano e naturale. Continuò tutta la vita a circondare di amicizia e favori il poeta, ma insistette anche molto affinché Petrarca si trasferisse definitivamente a Padova, dove si stabilì nel 1368 per rimanervi fino alla morte avvenuta nel 1374. A Francesco I Petrarca dedicò il suo De Viris Illustribus, quasi a proclamarlo erede delle virtù morali e civili dei personaggi illustri dell’antichità. Il signore rimase così compiaciuto che dispose di decorare una delle sale del suo palazzo Sala degli Uomini Illustri, in seguito poi denominata Sala dei Giganti dopo la ridipintura cinquecentesca, decorata con gesta ed immagini degli eroi e che possono forse essere oggi ricondotte ad alcune miniature più tarde che le hanno ispirate. Il manoscritto petrarchesco, incompiuto alla morte del poeta, sarà finito dal suo allievo Lombardo della Seta che ne produsse una copia di sua mano, poi miniata dal raffinato pittore di corte Altichiero (1330-1390c.) nel 1379 su commissione proprio di Francesco I da Carrara. Con l’arrivo a Padova di Petrarca arrivarono tanti manoscritti miniati, visto che portò con sé la sua prestigiosa biblioteca, sia romanici che tardo medievali, che destarono interesse e sicuramente ispirarono le maestranze locali.

Nel manoscritto del De Viris Illustribus, conservato a Parigi, Altichiero ha prodotto un ritratto di Petrarca con inchiostro color ocra appena toccato dal colore e una allegoria della Gloria raffigurata come una creatura femminile che discende sulla terra sopra ad un carro per concedere una corona di alloro a due gruppi di Illustri, abbigliati come moderni cavalieri e attenti a ciò che sta loro accadendo. Il ritratto è pienamente encomiastico, tracciato di profilo come quello degli imperatori romani, che lo stesso Petrarca aveva sempre apprezzato sulle antiche medaglie, e che è parte della mitizzazione del grande poeta che troviamo presente nella corte carrarese degli anni settanta e ottanta del Trecento, considerato il nume tutelare dei da Carrara proprio per la preferenza che Petrarca aveva accordato loro nel vivere alla loro corte. Sicuramente una mossa politica perfetta che diede a Padova e ai loro Signori un prestigio assoluto anche ben oltre la vita del Petrarca, considerando inoltre che la biblioteca del poeta fu poi trasferita nella reggia carrarese, pur se il poeta aveva ufficialmente stabilito di darla a Venezia. Forse i libri furono proprio sistemati nella stanza dei Giganti, dove un affresco superstite mostra Petrarca nel suo studio circondato dai manoscritti. Nello stesso manoscritto è presente su un’altra pagina anche un acrostico celebrativo di Francesco I, segno di vivacità intellettuale e culturale della corte carrarese. E’ un raffinato disegno a penna che, in forma di quadrato con soprascritte le parole “carissimo duci” combina in iterato acrostico, partendo dal centro, le parole “inclito francisco de cararia”. In questo stesso periodo sono frequenti anche manoscritti con fregi fra le pagine ricchi di foglie di acanto, in modo elegante ma semplice, come si ritrova nel Compendium al De Viris Illustribus e nel secondo esemplare in pergamena meno pregiata ma più completo, di quest’ultimo e che fu sempre decorato da Altichiero.

Un altro importante manoscritto realizzato nei medesimi anni è il Carrus carrariensis moraliter descriptus, un codice celebrativo di Francesco I composto dal frate Francesco Caronelli verso il 1376 e oggi conservato alla Bibliothèque Nationale de France a Parigi. E’ qui che troviamo una stupenda interpretazione dell’emblema carrarese del carro come simbolo delle virtù del signore da Carrara. A questa operazione di decorazione miniata furono anche sottoposti i codici lasciati da Petrarca, con il tipico ornato carrarese e con lo stemma familiare che, dopo la conquista viscontea e il trafugamento dei testi da parte dei milanesi, fu eraso e sostituito con quello dei Visconti. L’interesse librario di Francesco I da Carrara sarà comunque sempre prevalentemente mirato al prestigio familiare che alimentò comunque questo medesimo interesse sia nelle istituzioni che nei privati padovani. Lo dimostrano gli statuti dell’Arte della Lana del 1384 e gli Statuti del collegio dei giuristi dell’Università di Padova di due anni prima, veri libri di lusso, con decorazioni a fregi molto simili a quelli realizzati dall’atelier della corte carrarese. Questo momento così fruttifero si interruppe con la guerra del 1388-90 e la conquista di Padova da parte dei Visconti di Milano, ma riprenderà più forte di prima con la riconquista della città da parte di Francesco II da Carrara. Il gusto appare rinnovato, il culto per l’antico diminuisce così come per Petrarca, e i temi divengono sempre più dinastici ed encomiastici, così da rafforzare il prestigio carrarese. Al contempo sembrano esserci anche interessi verso una vita semplice e attenta al benessere, un senso di libera rappresentazione fantastica che si ritrova nei pochi codici superstiti che andarono a comporre la nuova biblioteca allestita per volontà del signore in sostituzione di quella perduta a causa dei Visconti.
Rimane un elenco del 1404, pur parziale, che ci dimostra interessi vari ma sempre volti all’esaltazione della stirpe e dei suoi meriti verso la città. Un codice su tutti che spiega questo nuovo corso della corte è il Liber de principibus carrariensibus di Pier paolo Vergerio e conservato alla Biblioteca Civica di Padova; il codice celebra il potere dei Da Carrara come fondato sul volere dei cittadini, proponendosi come primi inter pares e raccontandoci le biografie di ciascuno di loro che viene presentato in monocromo verde a figura intera nella pagina antistante la loro storia. Le decorazioni esaltano quindi la linea politica, proponendoli in veste più semplice e intima, vestiti con sobri panni di lana di locale produzione, con il cimiero quale unico ornamento e segno di distinzione aristocratica. Le decorazioni sono state attribuite in passato a Jacopo da Verona, che è presente a Padova verso il 1397 con gli affreschi nell’oratorio di San Michele. Di analogo tenore è anche il Liber cimeriorum dominorum de Carraria, sempre di carattere celebrativo, dove vengono rappresentati i vari cimieri dei Carraresi a cominciare da quello di Jacopo I, visti come insegne araldiche di ogni signore patavino. Ma il libro che Francesco II considerava come il più prestigioso della sua nuova biblioteca è il prezioso Liber agregà de Serapiom, purtroppo finito a Londra nella collezione della British Library. Redazione in volgare di un trattato di farmacologia botanica del medico arabo Serapione il Giovane del XII secolo, viene decorato dall’anonimo miniatore con due pagine ornate di stemmi carraresi e delle imprese personali di Francesco II, insieme a ricchi fregi decorativi.
L’idea era quella di introdurre la lingua volgare padovana come lingua della scienza, in risposta ai taccuini viscontei, prontuari di igiene alimentare domestica. Nella redazione della corte carrarese la rappresentazione delle piante avviene dal vero, prima volta nell’antichità, ponendo così le basi della moderna rappresentazione botanica.
La decorazione miniata del Trecento padovano sotto i da Carrara appare quindi particolarmente colta, sobria ed elegante, variegata nei temi e mirata in senso politico ed economico per affermare non solo la Signoria ma anche la stessa città e la sua ascesa economica. I pochi pezzi che sopravvivono alla damnatio memorie che si abbatterà su di loro sono di grande qualità stilistica e ricorrono sempre il carro e il cimiero, motivi iconografici carraresi, come una marcatura sistematica, tanto che verranno messi anche nella filigrana della carta, chiaro segno di una vera e ben fatta propaganda.