HOPPER: la magica esperienza d’entrare in un quadro
di // pubblicato il 22 Febbraio, 2010
Hopper: una mostra già vista.
Roma: un allestimento completamente nuovo.
A distanza di alcuni mesi dall'evento milanese terminato lo scorso 31 gennaio, la Fondazione Roma Museo rivisitando completamente l'allestimento della mostra ha saputo sanare le lacune che il primo impianto milanese denunciava.

Spesso s'incorre nel rischio che una mostra alta nel valore scientifico, rischi però di perdere quell’immediatezza d'impatto emotivo ed estetico che, di fatto, chiediamo all'arte.
Il discorso viene ancor più chiarito se accostato ad una mostra “semplicissima” ma perfetta aperta in questi giorni, sto parlando del Caravaggio a Roma, dove didascalie e cartellonistica vengono ridotti al minimo, non c'è nulla da pensare, basta osservare, le opere dicono già tutto.
In questo senso ciò di cui la mostra Edward Hopper pecca è il non aver soddisfatto il nostro desiderio, cresciuto durante la trepida attesa dell'evento, di poter ammirare il vero Hopper, quello comunemente identificato con le rappresentazioni di un ben determinato tipo di America.
Non mi dilungherò sull'artista e sulla novità che il progetto porta avanti offrendo la possibilità di ammirare e conoscere i bozzetti preparatori e l’opera grafica del pittore, in quanto potrete ritrovare tutto nella presentazione milanese, fatto salvo un appunto: se avrete l’occasione di visitare la mostra prendetevi il tempo per ammirare con curiosità quei bozzetti nei quali l'artista annota a matita, in un modo che va oltre l'esaustivo per sfiorare il maniacale, le indicazioni di colori e sfumature che ogni dettaglio dovrò mostrare.

A sanare le lacune appena descritte, a Roma ci ha pensato il riallestimento a cura del team Master IDEA, costituito ad hoc da IDEA Associazione Italiana Exhibition Designers.
L'obiettivo è far rivivere le opere di Hopper come ricostruzione di spazi fisici, puntando soprattutto sull'elemento architettonico che il visitatore stesso può animare.

La mancanza di certi quadri significativi di Hopper che avremmo desiderato ammirare (anche se va specificato che la mostra romana ha incrementato il corpus di opere con certe nuove tele di alto livello) è sanata grazie alla ricreazione scenografica del celebre dipinto Nighthawks (1942) vera e propria opera identificativa della poetica hopperiana. Se spostarlo dalla sede di Chicago è stato evidentemente impossibile, la ricostruzione al vero dà al visitatore la possibilità d’entrare dentro quest'opera. Vi assicuro che l'emozione vi sorprenderà! Varcata la soglia di quel modellino formato gigante il tempo si ferma, la realtà si sospende, il brulichio e il vocio dei visitatori non si percepisce, si è davvero immersi nell'opera d'arte.
Sicuramente i locali romani di via del Corso favoriscono maggiormente la realizzazione di ambienti che diventano salottini. Non uso questo termine a caso in quanto nei colori e negli elementi decorativi dell'allestimento si vogliono proprio ricreare ambienti che traspirino, mi si passi il termine, “hopperità”.

Il percorso della mostra vive dell'iterazione tra opere e visitatori, focalizzando l'analisi sul rapporto spazio-tempo scanditi rispettivamente dalle architetture dipinte e dalla luce che le pervade, creando così una narrazione e un flusso emozionale tra interno ed esterno al dipinto. Bellissima la sala dedicata al Processo creativo dove grandi e piccoli, aiutati da un proiettore luminoso, potranno riprodurre i bozzetti dell'artista da conservare come testimonianza dell'avvenuta partecipazione all'evento.
Fondazione Roma Museo ha fatto centro!