Hic Sunt Leones
di // pubblicato il 09 Aprile, 2011
Hic Sunt Leones è un termine che nell'antica Roma indicava quella porzione del continente africano non ancora esplorata, dove la natura selvaggia e minacciosa poteva riservare pericolose realtà.
Il titolo è perfettamente azzeccato per ricostruire il percorso compiuto da coloro che quell'Africa l'hanno conosciuta, vissuta ed amata, e ora la raccontano svelandone i diversi volti.
Grazie alla partecipazione della Procura Missioni Estere Frati Cappuccini è calarsi nelle realtà quotidiane dell'Africa Centrale, grazie ad un'attenta ricostruzione visiva delle testimonianze ed alla consapevolezza di ricreare ambientazioni originali, fortemente evocative del mondo, della civiltà e della cultura dei popoli centroafricani.

La rassegna - curata da Vittorio Casalino, Luca Temolo Dall'Igna, Daphne Ferrero, Luca Piccardo - è ospitata presso il Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova, che dopo avere organizzato mostre sul patrimonio artistico, intellettuale, libraio e archivistico, soprattutto di ambito ligure, in questa occasione ha voluto spaziare nel continente africano.
L'obiettivo è quello di raccontare la vocazione missionaria dei frati che nel 1948 sono partiti da Genova per la Repubblica Centro Africana e che si sono inseriti nel territorio, condividendo con la gente del posto le gioie e le fatiche, le speranze e i progressi attraverso lo sforzo di comprensione, di adattamento e di ricerca. Ad arricchirne l'allestimento non mancheranno concerti di musiche etniche, danze, letture, spettacoli e mercatini.

Il Padre Generale dei frati Cappuccini, Mauro Johri, nel 2009 ha inviato all'Ordine la lettera sul tema della Missione “... L'azione missionaria dell'Ordine deve essere intesa come il rendere presente il carisma di san Francesco in culture che ancora non lo conoscono. La nostra vuole essere una presenza che intende incidere sulla realtà che la circonda per arricchirla. In ciò essa non mancherà di essere di sostegno alla comunità cristiana. Per essere presenti in questo modo occorre anzitutto fare chiarezza sulla propria vocazione di frati minori: ciò è anteriore sia alla preparazione intellettuale che al desiderio di “andare” in missione.”

L'esperienza di Padre Enzo Canozzi in 35 anni di vita missionaria, è riassunta in alcuni suoi brani: “C'era una volta un giovane, sbarbato frate cappuccino, che partì da Genova il 31 gennaio 1971. Con lui un altro giovane frate che si chiamava Leone (…) A quei tempi si cantava una canzonetta che diceva 'L'Africa è lontana, vista dalla luna..' Non avrei mai creduto se non avessi visto con i miei occhi. (…) Arrivammo a Ngaoudaye, la nostra missione di frontiera. C'era P. Umberto Vallarino, il più illustre dei nostri primi missionari: una forza della natura ed un vulcano d'iniziative (…) Dormii per la prima volta sotto un tetto di paglia, nelle famose paillottes tonde, che erano adibite a camere. Sentivo lontano i tam-tam delle danze nei quartieri, ma quello che mi teneva sveglio erano i rumori vicini, il cadere di qualche grappolo di baccelli di Kumbe, od il belato lagnoso dei capretti vaganti che cercavano la mamma, o quelle ombre improvvise che si muovevano lente, sospese al tetto. (…) Arrivavo in macchina ed ero perciò il Padre 'ricco', ma vivevo di povertà: senza tetto, senza intimità, senza diritto ad un momento mio, perché tutti sapevano che ero lì per loro. Imparavo tante cose dagli Africani, soprattutto a non lamentarmi. Eppure loro ne soffrivano di cose! Quando vedevo quelle donne, coperte da uno straccio, tornare dalle piantagioni con un bambino legato sul dorso sudato, una grossa bacinella piena di manioca, legna, foglie di legumi sulla testa.. arrivare alla porta della capanna e mettere dentro tutto, perché i maiali, che passavano davanti alla capanna non mangiassero quello che c'era dentro; poi prendere un'altra bacinella, andare alla polla d'acqua, a volte molto distante, e riportarla piena. Accendere il fuoco e preparare la cena per il marito...”

Altri brani sono tratti dalle riflessioni di Frate Umberto Vallarino: “Ricordo bene quella sera dell'8 dicembre 1954 a Carnot. (…) In Africa era semplice far capire che si arriva a Dio attraverso la natura così straordinaria nel suo quotidiano! Osservandola, e vivendone la sua semplicità già si può capire qualcosa di Dio. Dato che tutto nella natura è limpido, logico e naturale. Così fin dall'inizio la mia avventura missionaria è stata una vera avventura gustata attraverso la vita semplice (…) A più di cinque anni dal mio rientro in Patria, mi capita spesso, nel dormiveglia, di fantasticare in “sango”. Questa lingua mi riporta non solo ai “primi tempi” del mio arrivo in Centrafrica, ma anche ad intravedere come allora tutto era semplice e naturale, quasi ridotto ai minimi termini.”

E' opportuno ricordare come, il riconoscimento dell'importanza del grande patrimonio artistico africano, abbia permesso la dimostrazione dell'evoluzione di tradizioni e scuole di antichissima data.
L'arte nera africana ha portato un grande contributo nell'arte moderna occidentale dandole la forza di superare il legame figurativo, ha introdotto l'idea della “non relazione”, della “non proporzione”, pur in un'armonia di forme che l'avvicina in alcuni casi all'arte greca.
Ogni oggetto artistico è relazionato al contesto temporale e geografico nel quale è stato realizzato, ed è questo aspetto che non ci consentirà mai di comprendere appieno il significato delle culture “altre”.
Cultura significa anche capacità di astrazione da ciò che sono le nostre conoscenze, capacità di osservare con occhi e spirito liberi da preconcetti su ciò che vale o ha valore.
Per comprendere la realtà africana è necessario umilmente mettersi in ascolto dei veri autoctoni: cioè coloro che abitano la savana o la foresta e vivono oggi con tutti i problemi inerenti ad una situazione senza scampo, come rifugiati nella loro stessa terra.
