Hereafter
di // pubblicato il 14 Gennaio, 2011
Più attivo che mai nonostante i suoi ottant’anni compiuti, ha realizzato sei film negli ultimi quattro anni, l’inossidabile Clint Eastwood torna sugli schermi con un nuovo film, Hereafter che a dispetto del titolo (l’aldilà) attraverso il tema della morte racconta la vita. La ricerca terrena per ogni essere umano di un’evoluzione che dia senso a questo passaggio temporaneo, senza misticismo religioso ma anzi con un approccio fortemente laico, perché, ha dichiarato Clint, “Mai stato troppo a mio agio nelle religioni organizzate. E poi io con i miei film faccio domande, non do risposte.”
Matt Damon, al secondo film consecutivo diretto dal veterano Eastwood dopo Invictus, interpreta il ruolo di George Lonegan, un sensitivo che vive come una condanna la sua capacità di stabilire connessioni con le anime dei trapassati. Ha smesso di esercitare questa pratica perché un contatto troppo diretto col dolore degli altri e con la morte gli impedivano d’avere una vita serena. L’incontro con Melanie, interpretata da Bryce Dallas Howard, mostra come la capacità di leggere i traumi interiori negli altri mettendoli a nudo possa essere un ostacolo alla costruzione di rapporti interpersonali.
La diversità che il suo “dono” gli impone, ha condannato George a una solitudine cui solo la prosa evocativa delle opere di Charles Dickens regala un po’ di sollievo abitando le sue notti; il giovane veggente per tenere lontani i suoi fantasmi e sfuggire i pensieri ascolta le letture incise dall’attore inglese Derek Jacobi, che qui interpreta se stesso, consapevole dell’affinità che lo lega al romanziere vittoriano abituato a convivere con le ombre dei suoi personaggi.

Per il giovane medium è una forte emozione visitare la casa museo di Dickens al numero 48 di Doughty Street a Londra, essere davanti al quadro Il sogno di Dickens, e non è casuale se tra tutte le opere dello scrittore la guida cita proprio Il canto di natale; il racconto che invita a vivere a pieno la vita presente per conquistarsi poi quella oltre il tangibile, dove il vecchio avaro Ebenezer Scrooge riceve la visita per lui fondamentale di tre spiriti proprio nella notte di natale.
Tre sono infatti gli spiriti, nel senso di anime afflitte, che popolano Hereafter e le cui solitudini s’intersecano, tre personaggi sfiorati dalla morte e per questo incapaci di riprendere il cammino della vita. Oltre al sensitivo George Lonegan di San Francisco, la giornalista francese Marie Lelay miracolosamente scampata allo tsunami del 26 Dicembre 2004 e il piccolo Marcus che ha perso il gemello Jason in un incidente. Tutti hanno bisogno di risposte, il bambino desidera parlare col fratello scomparso, la giornalista vuole capire l’esperienza di morte temporanea vissuta quando sott’acqua era trascinata dalla violenza della natura, l’uomo ha bisogno di dare una collocazione definitiva alle sue facoltà extrasensoriali.

Attraverso uno sviluppo narrativo che tiene col fiato sospeso dall’inizio alla fine, il nuovo film di Clint Eastwood affronta di petto alcuni dei tabù più duri da abbattere della nostra società, non solo quello della morte in sé che viene abitualmente rimosso, salvo mercificarlo ogni volta che è possibile per giornali e tg, ma anche la negazione di ogni approccio d’ordine scientifico verso la Domanda che l’uomo continua a porsi dalla notte dei tempi.
C’è vita oltre la morte o tutto è unicamente consegnato all’esistenza materiale che sperimentiamo qui? Esiste un’anima dentro di noi, che può espandersi oltre il conosciuto sopravvivendo ai limiti della nostra umana carnalità? Come può una persona che muore scomparire per sempre?
Il fascino di queste domande universali è nella consapevolezza che il problema riguarderà tutti, prima o poi, e l’intelligenza della sceneggiatura scritta da Peter Morgan è quella di porre domande e dare spunti di riflessione senza tentare la dimostrazione di alcun teorema. Al piccolo Marcus che chiede dov’è andato il fratello Jason, il sensitivo George non può che opporre uno sconsolato “non lo so”. Marie, interpretata dall’attrice belga Cécile de France, conclude la lettura pubblica del suo libro considerando che forse ha le stesse domande che aveva in partenza, ma adesso nutre la consapevolezza che può esserci altro e non sempre è giusto fermarsi al razionale.

La dottoressa Rousseau che aiuta la giornalista nelle sue ricerche l’avverte che si sta avviando per un sentiero solitario e tortuoso, che le persone che incontrerà avranno difficoltà ad affrontare certi argomenti e che in alcuni casi dovrà fronteggiare una vera e propria ostilità, perché anche in presenza di studi scientifici in materia, sono molti coloro che hanno interesse a screditare la ricerca in questo campo, a cominciare dalle potenti congregazioni religiose.
Nel film si fa riferimento a un premio Nobel che ha svolto studi in tal senso, è il francese Charles Richet, Nobel 1913 per la medicina, che nel 1927 ha pubblicato il libro Il nostro sesto senso. Indagando con metodo scientifico, lo studioso rievoca tra le altre la storia della medium americana Leonore Piper (1857-1950) e di Mr Richard Hodgson incaricato dalla Società Inglese per la ricerca sul Paranormale di screditarla ad ogni costo. Dopo anni di tranelli tesi, con persone infiltrate ai suoi incontri e una lunga serie d’indagini atte a scoprire inganni e mistificazioni, lo scettico Mr Hodgson è stato costretto dai fatti ad ammettere che nessuna spiegazione alternativa ai contatti con l’aldilà poteva spiegare i fenomeni di cui si è resa protagonista la signora Piper.

Persone diverse in epoche distanti, a migliaia di kilometri e senza alcuna possibilità di contatto tra loro, con un bagaglio culturale e religioso differente, con vari gradi d’istruzione e in lingue diverse raccontano esperienze simili e analoghe, spesso vissute in momenti d’incoscienza in cui è impossibile per il cervello umano generare nuove immagini oniriche; tutti i racconti concordano nel delineare una stessa esperienza di passaggio da questa vita a un’altra dimensione come un momento pieno di dolcezza e capace di aquietare ogni terrore, eppure l’ostilità verso questi racconti è spesso ancora molto violenta.

Tanti indizi possono costituire prova ma in questo campo metafisico, una volta di più, si tratta solo di una questione di fede, che quando è sana convive col dubbio perché certezze sarà impossibile averne prima del traguardo.
Personalmente credo che lo scetticismo più oltranzista sia un atto di arroganza. Senza dar credito a tutti quei ciarlatani che speculano su dolore e disperazione altrui, una sequenza del film è molto efficace a mostrarne una nutrita galleria, penso che non aver avuto esperienza diretta di un fenomeno nella mia vita non mi autorizzi in nessun modo a credere che esso non possa esistere in assoluto.
“Non commetterò la stupidità, tanto in voga, di considerare frode tutto ciò che non sono in grado di spiegare!”
Carl Gustav Jung