Grimmless: metamorfosi della favola scomparsa
di // pubblicato il 12 Novembre, 2011
- di Davide Villani -
Esistono antitesi necessarie. La vita e la morte, la luce ed il buio, il surreale ed il concreto. Contrasti indissolubili in grado di restare in equilibrio perpetuo. Ma quando accade che una delle due parti prende, seppur lentamente, il sopravvento sull’altra, colpendola nel profondo fino a mutarla nella sua struttura portante, all’uomo non resta che osservare il nuovo e tragico fluire degli eventi, adeguandosi attivamente al loro corso in attesa di una possibile e sospirata rinascita.
Grimmless, l’ultima fatica della compagnia ricci/forte, un duo artistico che negli ultimi anni si sta confermando tra i protagonisti assoluti della scena teatrale dopo i clamorosi successi di opere come Wunderkammer Soap (2006), Macadamia Nut Brittle (2009), Pinter’s Anatomy (2009) e Troilo vs. Cressida (2010), è uno spettacolo che parla, o per meglio dire racconta, una di queste trasformazioni moderne. La fiaba dei principi e degli orchi, la storia della buonanotte andata perduta nel passaggio che porta l’individuo dall’essere bambino al divenire persona: le storie del quotidiano che mutano la strega in un’assassina, l’orco in uno stupratore, il gioco infantile in pura e autentica violenza.

In scena all’Arena del Sole di Bologna, all’interno del Festival Internazionale Gender Bender giunto quest’anno alla nona edizione, Grimmless (il cui titolo già richiama l’assenza quotidiana dei celebri fratelli Grimm) è un’indagine meticolosa sulla società dell’oggi e dell’io, sui cambiamenti del linguaggio parlato e visivo degli uomini in un mondo dominato dalla potenza dei media e dai sentimenti negativi che regolano il motore degli eventi. Ed in questa fotografia macabra dell’uomo adulto, elementi favolistici e infantili si ripropongono, a tratti, in tutta la loro forma e fisicità: ma la frattura col passato è evidente e l’uomo adulto può creare da quegli stessi oggetti significati del tutto differenti che appartengono al suo nuovo orizzonte di sensi.

E' così la casa rosa delle bambole si trasforma in un plastico televisivo scenario di una storia di sangue e delitti, il gioco del soldato diventa lentamente una sadica lotta tutti contro uno, persone conosciute da una ragazza sotto analisi psichiatrica assumono i nomi dei sette nani: immagini metaforiche, colorate, che sottolineano una ricerca registica accurata da parte di Stefano Ricci, capace di mescolare alta drammaticità e senso dell’umorismo, due componenti semanticamente all’opposto ma che in questo spettacolo riescono a valorizzarsi reciprocamente. A tal proposito la consistente partecipazione del pubblico, spesso richiamato dagli attori a rivestire momentanei ruoli comici, trova un motivo convincente in quanto è giusto considerare Grimmless come uno spettacolo di coinvolgimento in cui ciò che si narra è ciò che tutti vivono: non una denuncia privata, dunque, ma uno spaccato dell’uomo moderno, afflitto da una cronaca sempre più nera divenuta ormai merce di profitto in cui si può trovare, paradossalmente, anche lo spazio per una risata che inizia per poi spegnersi rapidamente. Si sorride per il principe azzurro, spettatore casuale chiamato a gran voce sul palco e rispondente ad alcuni requisiti minimi (salute, reddito, possesso di un’auto, etc.) e poi parcheggiato in un angolo del palco perché osservi il cambiamento del suo regno in cui, da protagonista, si è ritrovato ad essere un uomo come gli altri. Si sorride per le nuove locuzioni, ripetute ritmicamente al microfono, derivanti dai nuovi social network, sempre più padroni del tempo umano (tag, poke, chat…). Sorrisi che però diventano sempre più amari, espressioni facciali che si modificano piano all’ascolto dei monologhi che dividono il tempo spettacolare: cinque attori, cinque piccoli monologhi, cinque storielle che spaziano da una tragicità universale fino a quella più intima, personale. Senza lieto fine.

Sempre in scena per tutta la durata dello spettacolo i giovani attori Anna Gualdo, Valentina Beotti, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Anna Terio, un gruppo affiatato chiamato continuamente a delle autentiche prove di atletismo (danze, giochi fisici, lotte, corse) affrontate con dinamismo e velocità sfruttando tutto l’ampio spazio scenico a loro disposizione. C’è il tempo del monologo e il tempo della performance, quello della parola e quello del corpo: la musica ad alto volume prodotta da uno stereo che gli attori accendono di volta in volta scandisce il ritmo delle azioni, dei movimenti realizzati da Marco Angelilli, gesti come metafore che nascono e crescono per riprodurre il dramma contemporaneo.
Eppure anche quando sembra tutto perduto, quando anche i bagagli a mano pieni di storie e sogni dei protagonisti si trasformano in una bara unica ricoperta con la bandiera italiana, immagine di lutto nazionale, la rinascita può avvenire. C’è ancora speranza in Grimmless, la fiducia nell’avvento di una nuova era in cui gli uomini potranno stupirsi ancora una volta delle cose del mondo, in cui sapranno amare nuovamente i colori. Uomini che, soprattutto, torneranno a giocare.
