“Gli intervistatori” e le risposte inconfessabili
di // pubblicato il 17 Febbraio, 2011
Da pochi mesi, in libreria è disponibile l’ultimo romanzo di Fabio Viola, Gli intervistatori, edito da Ponte alla Grazie. Il buio desolante dell’immagine di copertina si confonde con le profondità segrete dei personaggi. Voci, che dell’umano hanno solo il carattere tagliente della fredda ironia, gracchiano metalliche nelle orecchie delle malcapitate vittime. E’ un romanzo d’interviste, di esperienze personali, di segreti insondabili.
Nell’Italia contemporanea, sembra muoversi un occulto sistema deviato di servizi segreti che tartassa, rapisce e inquisisce persone d’ogni tipo. Il lettore viene a conoscenza d’esperienze di personaggi differenti, ciascuno accompagnato da un segreto inconfessabile. Gli intervistatori sanno tutto: mettono al muro, immersi nel buio, le loro vittime. Ecco quindi Giordana Trecase, sicura di sé, forte e insensibile; il professor Francesco Vitali, gentile, timido ed educato; l’inventore di gusti per gelati, Felice Calissano, ossessionato dal non senso; la scortese, dura ed iraconda Noemi Scotti avvolta da una insolita e non voluta notorietà, e lo scrittore Ennio Veruziis ed il uso romanzo sovversivo ed impubblicabile. Tutti sono colti nella maglia degli interrogatori. Uno solo tra loro sembra sfuggire: Ivano Argentero, che ossessionato, cerca di scoprire come e perché sia avvenuto il suo rapimento ed interrogatorio.
Il modus operandi degli intervistatori risulta essere caratterizzato da costanti e puntigliose domande. In principio essi domandano particolari minori, quasi insignificanti, per poi inserirsi subdoli e dissacranti nel profondo degli intervistati. Essi manifestano continue esortazioni a parlare ed espressioni come “vogliamo che parli con noi”, “ce ne parli” si ripetono in tutte le interviste. Il tutto è accompagnato da una finta cortesia, da una dura ironia, da un costante quanto fastidioso interrogare i malcapitati ripetendone il cognome. “Non ha pensato niente, signor Calissano? –No. Niente. –Qualcosa avrà pur pensato, signor Calissano. –Niente. –Quindi niente. Signor Calissano, tutto ciò per lei non ha senso, dobbiamo presumere”.
Attraverso tutte queste esperienze, l’autore rappresenta il disagio della profanazione interiore che distruggerebbe chiunque. Ma la penna dello scrittore lascia il dubbio nel lettore. Fa più paura l’intervista o l’accettazione del proprio segreto? Fa più paura la domanda o la coscienza di sapere già la risposta? Le verità che gli intervistatori indagano sembrerebbero più inquietanti dei metodi criminosi utilizzati per estorcerle. Di conseguenza viene meno l’importanza del contenuto, sarebbe facile compiere un’analisi psichiatrica da quattro soldi per cogliere un complesso d’Elettra da un lato (Noemi Scotti) ed una latente omosessualità dall’altro (Francesco Vitali). Guadagna in visibilità lo strato brumoso della coscienza umana, della difficoltà di ciascuno ad accettare le proprie paure.
Per tutti questi aspetti, il romanzo non assume contorni definiti, nitidi e marcati, ma la storia s’ammanta di nebbia e foschia. La logica della verosimiglianza viene meno in molti passaggi, soprattutto nella ricerca compiuta dal protagonista Ivano. I suoi movimenti, le sue scelte sembrano essere motivate più dall’istinto che da induzioni e riflessioni investigative. Un esempio palese di questa rappresentazione è il suo viaggio in una Calabria desolata, sfuggente nei contorni, popolata da boschi e paesi fantasmi. Irrazionali sono le scelte che portano Ivano a minacciare Augusto Papi, a squartare il cadavere d’un ghiro, a bussare e grattare verso una porta che non si apre. Ma mai si raggiunge l’onirico, perché sono storie radicate nel profondo, pesanti come macigni che schiantano l’individuo con le sue verità inconfessabili. Il lettore è immerso nella nebbia, ma i piedi son ben saldi sul duro suolo.