Gli anni Sessanta: nuovi ponti e nuove idee costruttive

di Elisabetta Morici // pubblicato il 19 Luglio, 2011

I maturi anni Sessanta vedono finalmente per Firenze la costruzione di due nuovi ponti sul fiume Arno: il ponte Giovanni da Verrazzano dell’architetto Leonardo Savioli, con gli ingegneri Damerini e Scalese, degli anni 1967-1970 e il ponte all’Indiano, completato poi nel 1978.

Il ponte Giovanni da Verrazzano non è progettato solo come un collegamento fra due rive, ma crea percorsi pedonali e stradali a diversi livelli con una architettura di forte carattere espressivo. Di fattura moderna, la sua unica campata ha una luce di 113 metri. La struttura è in acciaio e cemento armato; innovativi blocchi sporgenti e sovrapposti vengono usati sia funzionalmente che esteticamente per generare un senso di tensione espressi. E’ lungo 141 metri, largo 26,80 metri e ha un'altezza massima di 12 metri, con delle zone di sosta per i pedoni nelle parti laterali, come delle terrazze che si affacciano sulla strada d’acqua.
L’architetto Savioli, allievo di Michelucci, in collaborazione con Danilo Santi negli stessi anni realizza anche la sua moderna visione di un edificio per appartamenti, lungo via Piagentina, al numero 29, angolo via Don Bosco, costruito fra il 1964 e il 1967.
Ci troviamo in una zona della città di nuova espansione, dove un progetto con caratteristiche innovative non si pone in dialogo con architetture antiche e lascia quindi la possibilità di essere giudicato per le sue linee in modo un poco più obiettivo.
Commissionato dalla famiglia Bacci, permette all’architetto di continuare a sperimentare i moderni materiali dalle svariate possibilità e contemporaneamente di mantenere aperto un dialogo con la tradizione architettonica fiorentina.
La soluzione adottata è di grande impatto plastico, con enfatizzazione della dimensione verticale che ricorda le antiche case-torri medievali. Ma l’innovazione maggiore è nella scelta tecnologica, ovvero una struttura statica veramente moderna, che però ebbe dei cambiamenti in corso d’opera; l’originario involucro esterno di calcestruzzo auto-portante fu in seguito aiutato a sostenere il caratteristico elemento lenticolare del tetto con dei pilastri in cemento armato.
Gli elementi modulari in cemento sono assemblati insieme, come era accaduto per l’architettura realizzata sempre da Savioli a Sorgane.
Il calcestruzzo a vista portato ad estrema finitura non ha purtroppo resistito all’usura del tempo, rimanendo tuttavia una caratteristica fondamentale di riconoscimento del palazzo.
Le aperture sono molto variabili, e creano un senso di continuo divenire alle facciate, che risultano dinamiche e autonome una dall’altra, se non fosse per il senso di unità dato dagli elementi curvilinei angolari.

Per il ponte all’Indiano venne bandito un concorso nel 1968, vinto dal gruppo formato dagli architetti Adriano Montemagni e Paolo Sica e dall’ingegnere Fabrizio De Miranda, che viene notato perché disegnano un ponte carrabile ma anche pedonabile, pur se non richiesto nel bando comunale.
L’ingegnere De Miranda verrà insignito nel 1978 ad Helsinki del premio europeo della Convenzione Europea della Costruzione Metallica proprio per questa costruzione.
La struttura è infatti il primo ponte strallato di grande luce ancorato a terra realizzato nel mondo, ed è uno tra i più grandi ponti di questo tipo in Italia del XX secolo.
Quando si parla di ponte strallato si intende di tipo sospeso, nel quale l'impalcato è retto da una serie di cavi, detti appunto stralli, che vengono ancorati a piloni di sostegno.
Ha una campata principale sorretta da cavi di acciaio ad alta resistenza, con una luce di 206 metri, ed è impalcato in lamiera di acciaio irrigidita composta da 2 travi a cassone trapezio collegate da traversoni e controventi orizzontali.

La soluzione scelta ad una luce unica è vincolata alla esigenza di rispettare la prospettiva sull’alveo del fiume; una trave di due metri di spessore posta fra due puntoni e sorretta da stralli non restringe lo spazio sottostante, dove c'è la confluenza fra l’Arno e il fiume Mugnone, lasciando inalterato anche il paesaggio.
Nell'angolo formato dai due corsi d'acqua si trova il mausoleo dell'Indiano, che dà il nome al giardino terminale del grande Parco delle Cascine e, per estensione, anche alla nuova struttura.
Il monumento-mausoleo fu costruito nel 1870 dallo scultore Fuller per ricordare il giovane principe indiano Rajaram Chuttraputti di Kolhapur che, di ritorno da un viaggio a Londra, fu colpito da un malore improvviso che il 30 novembre 1870 lo uccise a soli ventuno anni.
Secondo il rito indù il suo corpo fu arso alla confluenza di due fiumi, ovvero fra l'Arno e il Mugnone, e da quel momento in poi quell’area ebbe tale nome, che fu poi usato volutamente dai progettisti del nuovo ponte per designarlo.

Nel 1961 vengono iniziati anche i lavori della nuova sede del quotidiano La Nazione, ubicato lungo viale Giovine Italia, su progetto dell'architetto Pierluigi Spadolini; terminato nel 1966, la sua caratteristica è l’utilizzo di elementi prefabbricati, prima volta a Firenze, con moduli che rimangono a vista creando un disegno geometrico a profili sbalzati.
La sua notevole dimensione è composta da una serie di volumi per le diverse funzioni, che arrivano ad occupare lo spazio che dà su largo Annigoni, davanti al prospiciente antico mercato di Sant’Ambrogio.
La facciata principale è composta con moduli che generano un ritmo molto serrato con le finestre lunghe che appaiano quasi come delle feritoie, a mo’ di citazione medievale, così come l’utilizzo della pietra forte è un deciso aggancio con la sempre forte tradizione antica.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

- Savioli, Damerini, Scalese,
  Firenze, ponte Giovanni da Verrazzano
- Savioli, Santi, Firenze,
  edificio per abitazioni in via Piagentina
- Montemagni, Sica, De Miranda,
  Firenze, Ponte all’Indiano
- Particolare del Ponte all'Indiano con
  il mausoleo al principe 
  Rajaram Chuttraputti
  © Andrea Mancaniello
- Spadolini, Firenze, sede del quotidiano
  La Nazione