Giulio Turcato, Libertà
di // pubblicato il 25 Ottobre, 2010

Le Libertà sono strutture longilinee in spinta verso l’alto, per cercare di evadere verso uno spazio più consono alla loro natura . Erette verso il cielo e raggruppate, rappresentano i desideri a cui ogni persona può ambire anche in senso astratto, e le volontà di uscire contro i vari veti e tabù che incatenano alle obbedienze diurne e ai conformismi che pullulano intorno a noi e dentro di noi, alle abitudini della nostra esistenza corporale societaria.
G.Turcato
Si può dare una definizione alla parola "libertà"?
Come la si può raffigurare?
Nella letteratura, nella musica, nella storia dell'arte (e delle arti) e dei simboli la libertà è stata rappresentata in moltissimi modi; tra allusioni e allegorie ogni artista sembra aver provato almeno una volta a darne una personale interpretazione.
Era il 1989, quando Giulio Turcato installava le sue Libertà nei pressi del lago di Pediluco, nel territorio di Terni.
Nove metri di altezza ciascuna per le sette sculture di ferro verniciato di colori diversi che per l'artista sono emblematiche, appunto, della Libertà (o delLe Libertà).
Questi sette colossi scultorei, soggetti comunque alle condizioni atmosferiche hanno subito un restauro nel 2009 al quale sono seguiti un "trasloco" e il relativo nuovo posizionamento presso un edificio sulla riva di quello stesso lago che le aveva accolte anni prima.
Fino qui la storia si lascia raccontare facendoci pensare un po' al valore dell'arte pubblica nel contesto extra urbano del territorio che circonda il lago e un po' a quanto una parola apparentemente semplice come Libertà possa venire rappresentata, a ragione, nel modo migliore, da opere di così grande impatto visivo.

Quella che potrebbe seguire a questa riflessione simbolica e estetica è una riflessione biografica legata alla complessa opera dell'artista in questione. Se infatti da un lato Le Libertà sono gigantesche sculture, ieratiche nella loro variegata cromia; dall'altro, Giulio Turcato (Mantova, 1912- Roma, 1995) è comunque conosciuto ai più come uno dei massimi esponenti dell'Astrattismo Informale che contempla in maniera consistente la pittura; una pittura tuttavia che nel tempo abbraccia l'introduzione di materiali diversi per cui tecnica e stile si evolvono in maniera articolata.
Mantovano di nascita, Giulio Turcato matura negli anni esperienze formative e artistiche nelle maggiori città italiane. Da Venezia, dove comincia il suo percorso, si sposta infatti a Palermo e successivamente a Milano dove tiene la sua prima mostra personale. Alla partecipazione alla Biennale di Venezia, che lo accoglie nei primissimi anni Quaranta segue il soggiorno a Roma, nel 1943, dove per l'artista si apre un mondo, fatto di contatti con altri importanti esponenti dell'arte, del cinema, della letteratura, della politica e della Resistenza.
Questa connessione continua con gli intellettuali della scena artistica fa nascere nel 1947 il gruppo Forma1 al cui manifesto, pubblicato nel primo e unico numero della rivista Forma, contribuiscono Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo. Contemporaneamente l'artista aderisce anche al Fronte Nuovo delle Arti, fondato da Renato Birolli nel 1946, comprendente diversi artisti del dopoguerra quali Giuseppe Santomaso, Bruno Cassinari, Antonio Corpora, Renato Guttuso, Ennio Morlotti, Armando Pizzinato, Emilio Vedova e Leonardo Leoncillo tra gli altri. Si situa in questo contesto la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1948 a cui seguirà un allontanamento da questi movimenti.

Nel 1952 Giulio Turcato abbraccia il cosiddetto astrattismo informale entrando a fare parte del Gruppo degli Otto, nato da una scissione all'interno del precedente nucleo del Fronte Nuovo delle Arti. Da qui la partecipazione a Biennali di Venezia e Quadriennali a Roma nonché i continui riconoscimenti durante tutta la sua carriera in Italia e alll'estero (tra cui la partecipazione a Documenta di Kassel e le mostre al MoMa di New York al Philadelphia Museum of Art) dovuti anche allo sconfinamento della pittura nel lavoro polimaterico.
Questo medesimo spirito di interesse per la ricerca muove l'intento scientifico della mostra antologica, curata da Silvia Pegoraro presso il Centro Arti Opificio Siri, anche noto come CAOS. Questa esposizione, che come l'installazione celebra il lavoro dell'artista a quasi cento anni dalla sua nascita ed è realizzata in collaborazione con l'Archivio Giulio Turcato di Roma, raccoglie più di settanta opere che mostrano con chiarezza l'evoluzione stilistica e poetica dell'autore dal secondo dopoguerra al 1992 (tre anni prima della morte).

Si parte da opere come Comizio (1948) e Composizione con Fabbrica (1947-48), realizzate alla fine degli anni Quaranta ad opere del decennio successivo come la Natura Morta (1953).
Utilizzando materiali diversi tra cui sabbia e gommapiuma Giulio Turcato realizza l'affascinante Superficie Lunare (1968) oltre ad orientarsi nuovamente verso una pittura astratta e densa di colore che penetra la tela e che che può essere ammirata in mostra nelle opere più recenti.
Oltre al percorso antologico una seconda sezione della mostra è dedicata alle Libertà e quindi alla loro progettazione, allo studio delle forme e dei materiali di costruzione e al recente restauro. E' in questo ambito che emerge come queste grandi sculture siano in realtà frutto di un percorso di ideazione complesso e articolato lungo un arco dilatato di tempo che attraversa l'opera formale ma anche un concetto, quello della libertà, che non smetterà mai di essere soggetto di opere d'arte, pubblica e non.
Una mostra per ricordare un artista che alle soglie del centenario della sua nascita resta attuale e capace di avvicinare all'arte le tematiche sociali.
