Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura
di // pubblicato il 12 Aprile, 2009
«Credette Cimabue nella pittura
tener lo campo e ora ha Giotto il grido
sì che la fama di colui oscura»
Dante Alighieri, Purgatorio, XI, vv. 94-96
Così Dante Alighieri, in una terzina lapidaria quanto efficace, raccoglie il senso della grande arte giottesca.
Prima di lui il maestro Cimabue, probabilmente più maestro per volere di leggenda che non per dato reale, teneva il campo e stringeva tra le mani le fila di un’arte, ancora di marca strettamente bizantineggiante, che allora dettava legge. Poi vi fu Giotto e parlando di lui non si può che inevitabilmente parlare della nascita della vera pittura italiana.

Maestro indiscusso di tutto il Medioevo, Giotto per primo tagliò il cordone ombelicale che univa la pittura ai modi bizantini, per calare con vivacità e realismo le storie sacre entro la quotidianità credibile del reale.
Egli, lasciando parlare Cennino Cennini (“Libro d’arte”, 1390) “.. rimutò l'arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno ed ebbe l'arte più compiuta che avessi mai più nessuno”. Questo significava abbandonare la piatta bidimensionalità e gli schemi ieratici e astratti della tradizione bizantina per mutarli e recuperare, sull’esempio dell’antico, la capacità d’infondere all’immagine concretezza fisica e spaziale, oltre che sentimento degli affetti; in sintesi abbandonare una pittura bizantineggiante a favore di una più strettamente latina (in linea appunto con gli esempi antichi) e italiana.

Proprio a questo Giotto dovette la nomea, non solo di grande maestro, ma di vero e proprio genio artistico che per primo seppe porre, anche in pittura, il problema della rappresentazione della realtà e dello spazio recuperando un naturalismo che, da quel momento, non abbandonerà più la nostra civiltà figurativa. Lo scossone radicale che seppe provocare fu tale da sovvertire il consueto ordine gerarchico delle arti. L’architettura, da sempre incensata come la grande e avvolgente madre, aveva scultura e pittura come sue ancelle, basti pensare al rilievo che ebbero le pratiche edilizie nel periodo romano, in quello medievale e via dicendo durante una tradizione che, ovviamente, si mantenne dal Rinascimento in poi, ma a quel punto della storia, scultura e pittura ormai emancipate, cominceranno a prendere campo autonomamente.
Mentre già da qualche tempo in scultura ci si era allontanati da quella fissità e rigidità inerte tipica di modelli che ormai avevano scemato il loro valore, lo stesso non poteva dirsi per la pittura che, seppur timidamente cominciava ad affacciarsi a questo nuovo mondo, ma solo con Giotto si plasmò in modo efficace. La rappresentazione tridimensionale dello spazio, il recupero del naturalismo, i sentimenti e la dimensione affettiva infusero per la prima volta il loro spirito entro la tavolozza del grande maestro che li unì e rese indelebili con le sue pennellate.

Giotto, il primo pittore nazionale che l’arte italiana conosca, si può definire tale proprio in virtù dell’amplissima e allora inedita diffusione in tutto il territorio italiano del suo nuovo messaggio. Chiamato a operare da importanti committenti privati e, caro alla corrente francescana della quale seppe interpretare al meglio il bisogno di porre ad un livello più accessibile e fruibile agli astanti il fatto religioso, Giotto viaggio e lavorò molto e ampiamente in tutta la penisola, dalla Toscana al Lazio, dalle Marche all’Umbria, dall’ Emilia alla Romagna, dal Veneto alla Campania …ovunque si fermò il suo modello, evidentemente pienamente aderente alle nuove esigenze rappresentative del tempo, non mancò di far scuola, ma non solo, di creare scuole!
La sua eccellenza e il suo indiscusso primato fuoriuscirono già dal giudizio dei suoi contemporanei che, in moltissime occasioni, lo celebrarono in opere letterarie. Poeti e scrittori talmente grandi lo cinsero con l’alloro, tanto da far diventare questo loro giudizio una sorta di ipse dixit al quale nessuno sa tuttora ribellarsi. Celeberrimi sono i passi che Boccaccio offrì a Giotto in una novella del Decameron (sesta giornata, quinta novella), ancor più quelli già citati che il sommo poeta Dante Alighieri gli dedicò nell'undecimo canto del Purgatorio.
La grande retrospettiva romana offrirà fino al 29 giugno la possibilità di ammirare, esposte nel Complesso del Vittoriano, una nutrita selezione di 150 opere scelte per far luce oltre che sulle ultime scoperte riguardanti l’opera del maestro, anche e soprattutto sul carattere capillarmente nazionale del messaggio che questi ha portato attraverso numerosi viaggi in tutta la penisola. Venti capolavori eseguiti da Giotto stesso, eccezionalmente riuniti in mostra, come non accade mai a causa della difficoltà e pericolosità del loro trasporto, terranno le fila del discorso e si offriranno a un confronto con la scultura di grandi maestri quali Giovanni e Andrea Pisano, Arnolfo di Cambio e altri. Di quest’ultimo in particolare Giotto ne sviluppò i temi del naturalismo e della spazialità appresa, come abbiamo visto, sull’esempio antico, imprimendo una rotta decisiva a tutta la successiva scultura medievale.

Le moltissime diverse declinazioni dell’unica matrice giottesca seguiranno di pari passo l’opera del maestro, dandovi modo di osservare l’opera dei primissimi artisti post-giotteschi fiorentini quali Puccio Capanna, Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi e Giottino, e di altre numerose scuole regionali o locali sorte in seguito del passaggio e dell’attività in loco del maestro: la scuola padovana con il suo Altichiero, quella bolognese con lo Pseudo Jacopino di Francesco e Simone dei Crocefissi, la scuola riminese con Giovanni Baronzio, ultimo di una serie di artisti precocemente aggiornati sulle novità giottesche assisiati ancora prima che Giotto stesso si rechi a Rimini attorno al 1300, e così via molti altri.

Di volta in volta un corollario di arti suntuarie mostrerà l’importante contributo che queste dettero, grazie alla loro peculiare agevolezza nel trasporto, alla diffusione di nuovi stilemi grafici, di temi stilistici ed iconografici.
Semplicistico dire che per una mostra del genere, colossale per importanza e grandezza (l’ultima grande mostra dedicata a Giotto si fa risalire solo a quella fiorentina del 1937), si sia scelta proprio la capitale come sede solamente per esaltarne il carattere nazionale della sua rilevanza.
Spesso Roma, creduta la roccaforte piuttosto di Cavallini che non di Giotto, tenne invece rapporti molto stretti con il maestro che, oltre a recarvisi due volte nel corso della sua vita (fu un città presumibilmente per i lavori in occasione del Giubileo del 1300 e nel 1313 per un secondo soggiorno), vi lasciò anche alcune opere capitali promosse dal Cardinale Stefaneschi come testimoniano in mostra i resti del mosaico della Navicella.

Nell’Urbe l’occasione di osservare gli antichi resti romani non fu inutilizzata ma, anzi, ebbe ampia parte in quel processo di recupero dell’attenzione all’antico, dell’osservazione naturalistica che, seppure come abbiamo detto già intrapresa in scultura da Arnolfo di Cambio, anch’egli a Roma con Giotto, in pittura risultava ancora inedita.
Dalla seconda metà del Duecento la città in pieno fermento, volle a tutti i costi riaffermare la centralità del suo potere temporale attraverso un’innovazione artistica non meno che culturale. I luoghi più significativi della città medievale vennero ammodernati grazie all’intervento di Cimabue, Giunta Pisano, Arnolfo di Cambio e Giotto. In seguito la cattività Avignonese e il relativo trasferimento del papato, provocarono la diaspora di numerosi artisti. In questo modo anche i rapporti che Giotto ebbe con la capitale furono troncati, ma il bagaglio irrinunciabile che ne apprese continuò ad essere redditizio per la sua arte e per tutta quell’arte figlia che prolificò e che divenne incunabolo della tradizione italiana della quale tanto siamo fieri!