Giorgione si riscopre a (e con) Palazzo Grimani
di // pubblicato il 30 Settembre, 2010
Giungendo nell’arioso campo di Santa Maria Formosa, dove elegante e familiare sorge l’omonima chiesa, un discreto gonfalone indica la direzione da seguire per Palazzo Grimani.
Inoltrandosi in una calle angusta, dallo stretto passo, e svoltando immediatamente a sinistra, ecco presentarsi l’entrata secondaria, alternativa alla facciata prospiciente il Rio di San Severo, dalla quale si accede, varcando il bugnato portale su Ruga Giuffa, al cortile ampio e luminoso.

Fatto il biglietto, si sale per una doppia rampa fino ad arrivare al monumentale scalone di accesso al primo piano. Riccamente e sontuosamente decorato alla stregua degli scaloni pubblici dell’area marciana, conduce costringendo il visitatore ad una forzosa ma debita andatura a testa alta, al salone del piano nobile, gigantesco e luminoso.

Sulla sinistra, l’inizio del percorso espositivo.
Il grande pannello grigiastro, in perfetta cromatica consonanza con l’intonaco delle cinquecentesche pareti, riporta la dichiarazione del neo insediato Soprintendente ai Musei e alle Gallerie Statali della Città di Venezia, nonché curatore della mostra in questione, Vittorio Sgarbi. Intento precipuo è stato quello di omaggiare il grande pittore di Castelfranco in occasione della ricorrenza del quinto centenario della sua morte, conferendo maggiore importanza all’evento grazie all’apertura pubblica definitiva del preziosissimo Palazzo, in seguito ai restauri conclusi nel 2008.
“Ecco ora la ‘Tempesta’ lampeggiare in Palazzo Grimani, accompagnata dalla ‘Nuda’ del fondaco dei tedeschi e dalla ‘Vecchia’, […]. È importante vederle nella tranquillità delle stanze di un palazzo, luogo destinato ad ospitare collezioni di sculture antiche e dipinti, […]. È l’occasione di una caccia al tesoro nelle stanze del palazzo, per la contemplazione delle opere di Giorgione a Venezia, […], e per la scoperta di Palazzo Grimani con le sue sofisticate e singolari decorazioni.” (Vittorio Sgarbi, Giorgione in AA.VV, Giorgione a Palazzo Grimani – secondo catalogo della mostra – Protagon editori, Siena, p. 11).

E di vera e propria ricerca si tratta, attraverso passaggi comunicanti tra stanze sontuose, sbirciatine negli androni di scale non accessibili, occhiate romanticamente attratte dalle finestre affacciate sul cortile interno. Eppur non sembra di percorrere a vuoto lo spazio che introduce alle opere in esposizione: talmente ricche di pitture e stucchi dorati, le volte delle camere e anticamere paiono come opere appartenenti ad una mostra a sé stante.
Dopo un affascinato vagare, ecco presentarsi il primo dei tre capolavori del maestro veneziano: la Vecchia. Significativamente lesa da interventi di restauro invasivi, il dipinto, una tempera a olio di noce su tela di lino strappata e trasportata su un nuovo supporto di canapa, conserva, nonostante ciò, una carica pittorica avvolgente e significativa.
I particolari della pelle così raggrinzita “col tempo”, i denti consumati, le vesti semplici ma ben ordinate, i capelli ingrigiti dalla fine consistenza; la tempera asciutta ha i colori caldi e brumosi della terra. Il monito riportato nel cartiglio, impugnato dalla presunta madre dell’artista, ricorda il trascorrere inesorabile del tempo e l’ineluttabilità del processo d’invecchiamento: il tempo ha invecchiato non solo la vecchia, ma anche il dipinto. Il memento mori è l’opera nella sua stessa fisicità.

Combattendo la magnetica forza attrattiva esercitata da questa splendida opera, se ne incontra un’altra, più solida, spessa e totalmente differente, per entità materica, soggetto e stato conservativo.
È la Nuda del Fondaco dei Tedeschi, unica traccia superstite della decorazione ad affresco di uno dei principali palazzi dedicati all’attività economica della Venezia del Cinquecento.
Frammentario stacco murario, tristemente rovinato e poco leggibile, è stato oggetto di svariate interpretazioni iconografiche, nonché di interventi di manutenzione e aggressione.
Stilisticamente interpretabile grazie alle rimanenti tracce di colore e forme, è possibile intravedere il disegno preparatorio costituito da veloci pennellate, che corredate di un forte chiaroscuro quasi monocromo, disegna i tratti di una morbida e algida ragazza, forse esperide, ninfa o allegoria dell’Astronomia, data la presenza, grazie alle tracce dell’incisione nell’intonaco, di una presunta sfera.

Varcando una soglia e scendendo per provvisorie scale lignee ci si trova nel meraviglioso spazio della Tribuna. Dall’altissima lanterna filtra una luce zenitale che omogenea l’ambiente interno. Pare di essere in un luogo sacro, senza tempo e la riproduzione in gesso del Ratto di Ganimede che aleggia al centro, sopra le teste dei visitatori, fa percepire maggiormente la dimensione trascendentale presente.
Di fronte all’entrata, su di un pannello di velluto rosso pompeiano, sta La Tempesta. Emblematica opera giorgionesca, misteriosa non solo per il soggetto ma anche per la datazione (probabilmente intorno al 1505), la sua analisi, ad opera di numerosissimi studiosi che con essa si sono cimentati, “ha suggerito nel tempo molteplici interpretazioni, suffragate da raffronti testuali e/o figurativi, mentre un filone alternativo sostiene un ‘non-soggetto’, tale da sottolineare piuttosto gli aspetti formali ed atmosferici di una pura pittura di paesaggio.” (Rossella Lauber, La Tempesta in AA.VV, Giorgione a Palazzo Grimani – secondo catalogo della mostra – Protagon editori, Siena, p. 25).

Indipendentemente dal significato allegorico sotteso (a condizione che ve ne sia uno), concentrarsi sulla Tempesta e perdersi nei particolari del fogliame, delle increspature dell’acqua e del lampo balenante nel mezzo di un cielo di nubi, è senza dubbio inevitabile.
La collocazione all’interno della Tribuna favorisce di certo una fruizione più assorta e contemplativa di questa tempera a uovo e olio di noce su tela, elevandola ad opera d’arte per eccellenza.
Una volta usciti, si sente l’irrefrenabile desiderio di ritornare in quegli ambienti, per l’insaziabilità suscitata dalla degustazione di pregiati capolavori.