Giorgione a Padova e l’enigma del carro
di // pubblicato il 12 Agosto, 2010
Fra le mostre del prossimo autunno, mettete in agenda un viaggio a Padova per approfondire quale sia stato realmente il rapporto di Giorgione con la città.
La mostra che aprirà il 16 ottobre indaga le relazioni, i contatti, le citazioni, i richiami allusivi e La Tempesta, opera-icona dell'artista non finisce di dar vita a mille differenti letture e interpretazioni.
Dallo stemma dei Carraresi, visibile sulla porta del capolavoro, le interpretazioni in chiave padovana di alcune opere del Maestro, vengono ricostruite, si evidenziano affinità culturali, si suggeriscono riferimenti iconografici e influenze reciproche tra Giorgione e l'ambiente culturale, artistico e letterario padovano tra il XV e il XVI secolo.

Grandezza e carisma. Così, in occasione delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Giorgio o Zorzi da Castelfranco (Castelfranco Veneto, 1478 - Venezia 1510), saranno svelate storie di personaggi, luoghi ed eventi partendo dal quesito "e se il 'paese' su cui si scatena l'inatteso fulmine - rivoluzionario nella storia della pittura per il suo spiazzante protagonismo - fosse nientemeno che la città di Padova?"
Da un lato i fossati della cittadella con il Castello potrebbero ricordare quelli della città antoniana del tempo e gli edifici immortalati da Giorgione trovano corrispondenze nel ponte San Tomaso, nella cupola del Carmine con la torre di Ezzelino, nella Porta di Ponte Molino.
C'è anche chi intravede allusioni alla fondazione leggendaria della città da parte di Antenore, in particolare nella figura del guerriero.
Ipotesi che, accanto a tanti altri indizi, confermerebbe l'esistenza di uno stretto rapporto professionale e personale con la città.
La lettura in chiave padovana parte da "el paesetto in tela cun la tempesta, cum la cingana..." la cui rappresentazione urbana viene posta a confronto con le antiche documentazioni cartografiche ed elaborazioni informatizzate, che incrociano topografia antica e attuale, viene analizzato e riletto tridimensionalmente il capolavoro giorgionesco. Smontato nelle sue varie componenti, dalla visione emotiva si arriva alla sua esplorazione "investigativa".

E ancora. Nel Mosè alla prova del Fuoco degli Uffizi si celano riferimenti allo sterminio degli ultimi discendenti dei Carraresi (Francesco Novello, Francesco III e Giacomo) perpetrato dai veneziani dopo la conquista della città (1406), mentre la Pala di Castelfranco (ricordata nel percorso) presenterebbe un diretto riferimento - nella derivazione dell'altare e nella spazialità prospettica - al monumento sepolcrale dell'umanista Giovanni Calfurnio, docente all'Università di Padova fino al 1503, eseguito per San Giovanni di Verdura e collocato attualmente nel chiostro del noviziato della Basilica del Santo.
Il monumento a Calfurnio riporta a Giulio Campagnola - uomo di elevata erudizione, pittore, miniatore, incisore, grande amico, forse intimo di Giorgione, almeno fino al 1505, suo principale ispiratore e collaboratore - e all'antisemitismo di suo padre Girolamo, che si manifesta con campagne di discredito nei confronti degli ebrei ai quali vengono attribuiti omicidi rituali.
Nel ricostruire il sodalizio tra i due amici-colleghi la proposta di un nucleo di incisioni provenienti da Berlino, Francoforte, Napoli, Roma, Parma e Pavia, a suggerire indubitabili legami con l'opera giorgionesca e con i suoi temi tipici: pastori, paesaggi, astrologi, meditazioni sulla malinconia, sulla vita e sulla morte.
In esposizione anche il Petrarca Queriniano di Brescia, miniato dallo stesso Campagnola, manoscritto della famosa opera amorosa del letterato patavino - Il Canzoniere - che richiama quel clima spirituale e culturale del quale i due artisti erano sicuramente partecipi.
Infine, riconducendola a un ipotetico viaggio a Roma compiuto dai due, una discussa quanto interessante Madonna con il Bambino e San Giovannino arricchita da una cornice coeva.
I riflessi dell'antisemitismo nella Padova del tempo si colgono invece nella bella Madonna della Misericordia e Santi, trittico per la Chiesa dei Servi di Jacopo Montagnana, che precede di qualche anno le accuse avanzate da Girolamo Campagnola e che rappresenta, sotto la figura della Madonna, il Beato Simonino di Trento la cui morte cruenta era stata strumentalmente attribuita a rituali ebraici. Sempre al clima culturale del tempo, che tanto influenzò la personalità e l'arte di Giorgione, rimandano i riferimenti al sapere e agli studi scientifici evoluti nella Padova nel XVI secolo.
In particolare il rapporto con Copernico - che fu nella città veneta tra il 1501 e il 1503 - e sulle conoscenze astronomiche e geografiche del tempo (riproposte dall'artista nel fregio di Castelfranco) attraverso strumenti scientifici e testi originali che documentano l'elaborazione delle teorie eliocentriche tra Padova e Venezia nei primi anni del Cinquecento.

La contemporanea cultura figurativa, i variegati spunti che Giorgione poteva raccogliere in quegli anni a Venezia, vengono affrontati con il nucleo selezionato nelle collezioni patavine: Leda e il cigno e Idillio campestre) proseguendo con i frontali di cassone del suo allievo Tiziano che lo mostrano nel 1506-7 in possesso di una forza coloristica che già ne trascende la lezione.
Le relazioni con il mondo di Leonardo, la pittura dell'Italia centrale, la conoscenza di Dürer traspaiono dai dipinti di Luini, Boccaccino, de’ Barbari, mentre il portato lungo della sua arte si coglie nelle atmosfere soffuse e pastorali della ritrattistica di Luzzo e del Torbido.
Con Nicolò Frangipane e Pietro Vecchia vine messo in luce il recupero - alla fine del Cinquecento e nel secolo successivo - della pittura rinascimentale veneta e dei temi giorgioneschi, mentre Vecchia, con il suo repertorio grottesco, di armigeri e bravi, colti nella loro eleganza, ma deformati nei caratteri, si coglie l'estremo messaggio della pittura e dei contenuti di Giorgione, che in questo modo vengono consegnati al mondo barocco e alla dialettica dei generi, propria del XVII secolo.
L'originale percorso, curato da Ugo Soragni, Davide Banzato e Franca Pellegrini, si completa con un itinerario in città.

Partendo dagli affreschi alla Scuola del Santo, nel Miracolo del piede risanato, oltre a raffigurare mostriciattoli pestilenziali, Tiziano, sotto le apparenze di un episodio della vita di Sant'Antonio, ricorderebbe il decesso di Giorgione circondato da colleghi e amici (Tiziano stesso, Antonio Requesta, Tuzio Costanzo, Giulio Campagnola).
Proseguendo, alla Loggia e Odeo Cornaro si conservano le tracce di un particolare momento di recupero delle religioni antiche - diffusosi tra le cerchie intellettuali di Venezia e Padova sotto forma di un sincretismo ermetico - soprattutto in riferimento alla elaborazione cinquecentesca delle teorie eliocentriche, già ricordate in mostra.
Infine, alla Scoletta del Carmine si torna a riflettere - con gli affreschi delle Storie di Maria attribuiti a Campagnola - sul rapporto tra i due artisti, sulla nuova visione della natura e del paesaggio di cui Giorgione fu profeta, sul forte legame tra il Maestro di Castelfranco e Padova.