Giorgio Morandi 1890-1964
di // pubblicato il 16 Febbraio, 2009
C'era attesa a Bologna e non solo per questa mostra antologica sull'attività di Giorgio Morandi che si è aperta al Mambo, Museo d'arte moderna e contemporanea di Bologna, soprattutto dopo le notizie del grande successo riscosso dalla stessa al Metropolitan Museum of Art di New York.
La mia curiosità in particolare era accesa dal pensiero che probabilmente di Morandi a Bologna si fosse già visto e si veda abbastanza.
Oltre a questo la mia poca predilezione per Morandi mi aveva messo nelle condizioni di accingermi a vedere la mostra con spirito molto critico.
Sono rimasta sorpresa.
Pensavo di non vedere nulla di nuovo invece, tutto il contrario!
La mostra curata da Maria Cristina Bandera e Renato Miracco accompagna veramente il visitatore all'interno del percorso di Morandi e posso dire di averlo apprezzato molto più di quanto non avessi fatto precedentemente.
Le didascalie esplicative aiutano a comprendere sia il perchè della presenza di quell'opera all'interno dell' esposizione sia la sua storia all'interno della vita di Morandi.
Sono presentati dipinti, acquerelli e pochissime acqueforti, nonostante Morandi non le ritenesse inferiori agli olii.
Per “chiara fama” ottenne, infatti, la Cattedra di Incisione presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna nella quale insegnerà per 26 anni.
Le stampe di Morandi si potranno però ammirare al Palazzo dei Diamanti di Ferrara tra non molto tempo e completeranno degnamente questa presentazione del suo percorso artistico.

Nato a Bologna nel 1890, si iscrive alla Accademia di Belle Arti dove ottiene la licenza nel 1913 non senza contrasti. Dopo un percorso esemplare infatti, gli ultimi due anni di Accademia sono caratterizzati da insofferenza verso gli insegnamenti e i professori. Sono anni di fermento culturale e artistico nei quali le avanguardie puntano il dito contro il rigore dell'arte ottocentesca e l'Italia cerca di scrollarsi di dosso il senso di inferiorità rispetto agli altri Stati europei nella sperimentazione di nuovi modi di intendere la pittura e il fare artistico in genere. Compagni di corso di Morandi sono Osvaldo Licini e Severo Pozzati poi diventato Sepo,con i quali espone ad una mostra lampo futurista di una sera all'Hotel Baglioni di Bologna insieme ad altre giovani promesse dell'Accademia.
Ho già parlato di come le esposizione futuriste non comprendessero, soprattutto agli inizi, artisti realmente futuristi ma come favorissero la concentrazione di artisti che volessero andare contro i canoni ufficiali.
Le avanguardie come futurismo e cubismo interessano al Morandi degli esordi proprio per la sua ricerca di una strada personale. Questi anni iniziali lo portano anche all'adesione momentanea al movimento di “Valori Plastici” e un periodo cosiddetto metafisico. Ma anche questo non lo soddisferà.
Nelle prime sale si possono notare subito quelli che sono i punti di riferimento del pittore e le influenze di diversi artisti oltre ai primi esempi di quelli che saranno i suoi ambiti di ricerca prediletti. Quelli che per sua stessa ammissione considerava come maestri tra gli antichi erano Giotto, Masaccio, Paolo Uccello e Piero della Francesca. Ma per quanto riguarda i moderni la sua attenzione è rivolta verso l'impressionismo di Renoir e Monet ma soprattutto Courbet, Corot, Cèzanne.
Esempio lampante del suo sguardo rivolto alla Francia é il quadro “Bagnanti” del 1915 che riprende il famoso soggetto di Cézanne, un Cézanne che aveva avuto la possibilità di studiare da fotografie in bianco e nero apparse su riviste e cataloghi d'arte, pur non essendosi mai recato a Parigi. Uno dei pochi quadri nel quale appaiono figure umane, assieme ad alcuni autoritratti, due presenti in mostra, tra cui quello esposto nel Corridoio Vasariano degli Uffizi.
Nel catalogo edito da Skira sono presenti alcuni saggi molto interessanti che parlano delle fonti visive di Morandi e analizzano anche i rapporti tra le composizioni del francese e quelle dell'italiano.

E' già tutto qui, in questi pochi anni, tutto pronto per essere sviluppato e filtrato e mano a mano che si procede lungo le sale si nota come la sua ricerca sia lunga, laboriosa, meditata. Attraverso l'accostamento inedito di opere di soggetto simile è possibile analizzare appieno il suo percorso di affinamento e di analisi metodica, oltre che il suo studio attento e la fermezza nel seguire una propria interpretazione personale.
Più di tutto quello che è stato scritto o si potrebbe scivere su di lui, è utile, per capire un po' meglio il pensiero di Morandi, riportare un frammento di un dattiloscritto conservato alla Smithsonian Institution a Washington e che riporta un colloquio tra Peppino Mangravite, docente della Columbia University, e Morandi avvenuto nell'estate del 1955 : “ Ritengo che esprimere ciò che è nella natura, cioè il mondo visibile, sia la cosa che maggiormente mi interessa. Credo che, specialmente al giorno d'oggi, il compito educativo possibile nelle arti figurative sia quello di comunicare le immagini e i sentimenti che il mondo visibile suscita in noi, ritengo che ciò che vediamo sia una creazione dell'artista qualora egli sia capace di far cadere quei diaframmi, cioè quelle immagini convenzionali che si frappongono fra lui e la realtà. Come ricordava Galileo nel suo libro di filosofia, il libro della natura è scritto in caratteri estranei al nostro alfabeto. Questi caratteri sono triangoli, quadrati, cerchi, sfere, piramidi, coni e altre figure geometriche. Sento il pensiero galileiano vivo nella mia antica convinzione che le immagini e i sentimenti suscitati dal mondo visibile, che è un mondo formale, sono esprimibili solo con grande difficoltà, o forse inesprimibili a parole. Sono infatti sentimenti che non hanno alcun rapporto, o ne hanno uno molto indiretto, con gli affetti e con gli interessi quotidiani, in quanto sono determinati appunto dalle forme, dai colori, dallo spazio e dalla luce. (...)”.
La sua è una ricerca rigorosa su forme, spazio, colori e luce per trovare un equilibrio nella composizione sia per la disposizione degli oggetti che per i toni di colore. Vuole arrivare ad isolare l'essenza delle cose. Viene spesso considerato “il pittore delle bottiglie” e prima di conoscerlo e studiarlo meglio anche io avevo questo preconcetto. In realtà il giudizio è molto riduttivo soprattutto davanti al fatto che nei quadri di Morandi non sono presenti solo nature morte (e il soggetto non si limita alle bottiglie) ma che importanza similare hanno i paesaggi dell'Appennino bolognese e che le bottiglie sono soggetti prediletti solo in quanto forme adatte alla misura dello spazio e allo studio della luce.
Seguendo il percorso della mostra e gli accostamenti tra composizioni similari si avverte sempre più, tra gli anni '30 e '40, come queste diventino più raffinate, imponenti, monumentali per poi mutare di nuovo seguendo il pennello dell'artista che le fa diventare compatte e costruite come delle architetture e poi impalpabili, irreali, sospese e sempre più rarefatte.
Carlo Ludovico Ragghianti, storico dell'arte che frequentava spesso lo studio di Morandi, ha descritto il suo metodo quasi cerimoniale per trovare e fermare l'equilibrio compositivo giusto: il suo piccolo studio era pieno di oggetti di ogni sorta impolverati e apparentemente senza valore che disponeva su dei tavoli fino a quando, soddisfatto della posizione, non la segnava con una matita sul tavolo sottostante. Così faceva per la posizione dei propri piedi sul pavimento per essere in grado di riprendere la stessa angolazione senza errori.

Il suo carattere riflessivo e l'indole solitaria, il suo lavoro lento e rigoroso, lo portano a preferire il piccolo appartamento nel centro storico di Bologna ad altre sistemazioni, e raramente si reca all'estero. Da qui, nella sua pace e nella sua tranquillità, vince il premio della Biennale di Venezia nel 1948 e quello per l'incisione nel 1953, oltre al premio per la pittura alla Biennale di San Paolo del Brasile. Preferisce la compagnia di personalità attentamente scelte, con le quali può avviare conversazioni e scambi di idee, tra queste numerosi storici e critici d'arte che stimano la sua opera e la sua conoscenza: Roberto Longhi, Carlo Ludovico Ragghianti, Cesare Brandi, Cesare Gnudi, Francesco Arcangeli.

Leggendo i dati delle opere si nota come varie provengano dalle collezioni di ciascuno di loro o a loro sono state donate da Morandi stesso, sicuramente con un significato ed una importanza precisa: la bellissima e perfetta natura morta del 1942 (V 371) appartenuta a Cesare Gnudi, con una sola bottiglia a torciglione e una tazzina poste al centro della composizione; il paesaggio del 1942 di Ragghianti e a lui dedicato, la natura morta tragliata dello stesso anno, nata all'interno degli intensi dialoghi tra l'artista e lo storico dell'arte e punto importante del percorso di Morandi, poichè da qui deciderà di procedere con composizioni meno verticali e più compatte. E poi ci sono quelle appartenute a Longhi che ha inserito Morandi nella grande tradizione artistica emiliana iniziata con Wiligelmo e lo considerava un grande paesaggista in particolare negli anni culmine dal 1941 al 1943.
Stupisce come i paesaggi siano trattati allo stesso modo delle nature morte.
Il soggetto rappresentato progressivamente sublima e le immagini raffigurate sembrano più “ricordate” che “riprodotte”.
La sinteticità è la caratteristica basilare di questi quadri, fino a trasformarli quasi in non-paesaggi nei quali quello che si avverte sono le campiture, il rapporto tra spazio e colore giocato sulla variazione di tono di pochi colori e che li rende, come per le nature morte, sospesi nel tempo in una loro eternità immobile ed indefinita.
Durante la sua vita alcuni lo hanno considerato uomo al di fuori del suo tempo, altri hanno cercato di trovare per lui riferimenti all'Informale e all'Astrattismo, come fece Francesco Arcangeli con il primo nella sua monografia che però non venne mai approvata dall'artista che si oppose fermamente a questi tentativi.
A mio parere, qualsiasi pensiero aggiuntivo si possa fare, andrebbe rispettata la sua volontà poichè egli aveva espressamente parlato dell'argomento affermando come, secondo la propria filosofia, “non vi sia nulla di più surreale e nulla di più astratto del reale.”