Giorgio De Chirico, un maestoso silenzio
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2010
- di Daniela Vannini -
Un silenzio che spiazza e disorienta in cui oggetti quotidiani o inusuali si mostrano nella loro essenza vuota e atemporale. Un silenzio che si erge come un monumento alla classicità ma al tempo stesso si reincarna in un passato più recente, quello del fascismo e della seconda guerra mondiale. Un silenzio che apre nuovi scenari, nuovi linguaggi, un mondo ‘altro’.
E’ il “Maestoso silenzio” di Giorgio De Chirico - continuando a giocare sul filo dell’ossimoro - in mostra presso le Scuderie del Castello di Miramare di Trieste che, insieme alle opere di Fabio Mauri e di altri quindici artisti italiani contemporanei, fa parte del progetto Dalla Metafisica all’Arte organizzato in occasione del centenario della Metafisica.
E’, dunque, all’insegna della diversità e della convivenza che si è aperta questa rassegna triestina che vuole mettere in risalto l’influenza che questa corrente artistica e De Chirico, che ne è il fondatore, hanno esercitato sui linguaggi dell’arte dei primi vent’anni del Novecento.
La formula scelta dai curatori della mostra, Silvia Pegoraro e Roberto Alberton, è infatti quella di porre uno sguardo nuovo su De Chirico che passi attraverso la compresenza di culture.

E quindi, non solo sprofonderemo nel mondo enigmatico delle piazze desolate e silenziose di De Chirico fatto di spazi architettonici geometrico-prospettici e abitato da statue silenti e imperturbabili manichini, ma proprio attraverso lo spaesamento di De Chirico potremo comprendere la follia della guerra e la sofferenza umana che trasuda dalle valige e dai bauli del famoso Muro o dalla cassettiera del vecchio carcere di Rebibbia di Fabio Mauri.
Dalla Metafisica al ritorno alla dimensione classica, dalla reinvenzione della pittura dei maestri del passato, Delacroix, Rubens, Canaletto alla neometafisica degli ultimi decenni : c’è proprio tutto De Chirico con le sue fasi stilistiche in questa esposizione che offre al visitatore ben settanta dipinti, venti tra disegni, acquarelli e inchiostri.

Un percorso strepitoso che dal Vaso di Crisantemi del 1912, dall’Enigma della partenza del 1914 e dalle splendide Muse inquietanti del 1918 in cui il tempo appare sospeso e lo spazio diventa palcoscenico dove personaggi-manichino ed eroi, statue e muse sfilano in perfetto equilibrio ci porta in una dimensione metafisica rinnovata e ricca d’invenzione, quella degli anni Trenta, in cui al gusto nostalgico per la classicità si aggiunge la vena ironica dando vita ad opere davvero straordinarie quali gli Archeologi del 1925, i Cavalli sulla Spiaggia del 1928 o ancora Ettore e Andromaca del 1935 e altre opere successive altrettanto suggestive.
Sono gli anni in cui temi, tecniche ed elaborazioni fantastiche si mescolano insieme a motivi metafisici e suggestioni teatrali. A questi seguirà un periodo, gli anni ’40, in cui la pittura di De Chirico cambia rotta e si muove verso un realismo ricco e complesso fino ad elaborare, negli anni ’50-’60, temi metafisici in aperta polemica con le tendenze artistiche di quegli anni.

I movimenti della fantasia dell’artista seppur legati all’idealismo, al simbolismo e al soggettivismo che sono propri di una grecità nostalgica sono pervasi d’ironia la quale riesce a trasfigurare la realtà spingendosi fino ai confini dell’inverosimile. La piazza diviene luogo mitico, privilegiato della “révélation” che in un primo pomeriggio d’autunno trasfigura piazza Santa Croce a Firenze in un luogo altro dove sogni, fantasmi e inquietudini sono liberi di esprimersi.
Il “silenzio” di De Chirico dialoga con un “sognatore della ragione” come Mauri e si confronta con “gli specchi dell’enigma” di artisti contemporanei come Ceroli, De Dominicis, Schifano, Adami, solo per citarne alcuni, che in qualche modo, passatemi il termine, sprizzano “metafisica” da tutti i pori.

Come Pirandello e Svevo fecero in letteratura, così De Chirico espresse con il suo ingegno l’inquietudine del proprio tempo lasciando una grande impronta nell’arte del Novecento che ancora oggi perdura e che pochi artisti italiani possono rivendicare.
Il catalogo è curato da Silvana Editore.