Gino Sandri a Monza
di // pubblicato il 16 Giugno, 2009
Chissà che comportamenti aveva il pittore Gino Sandri per essere stato internato dal 1924 in manicomio, dapprima a Roma e poi in quello di Mombello dove, salvo qualche breve periodo di rilascio, morì solo e abbandonato il 6 novembre 1959?
Aggressivo, malinconico, tormentato, depresso…?

Il catalogo della mostra ora allestita su di lui, edito da Silvana editoriale, non lo dice. Ma, vedendo i settanta disegni esposti in mostra (“Gino Sandri. Luci dell’arte, ombre della follia” Monza, Arengario, fino al 19 luglio) non sembrerebbe in alcun modo un alienato, uno che non avesse, per così dire, l’uso corretto della ragione.
Disegni formidabili, perfetti e umanizzati nel tratto, fino a cogliere l’espressione più intima e sofferente dei vari soggetti, che erano tutti ricoverati in manicomio, e che l’artista vedeva ogni giorno, e ne delineava il profilo esteriore, ma soprattutto interiore, con una intuizione psicologica intensa e lucidamente, esattamente puntuale.
E neppure parrebbe un ‘diverso’ leggendo le pagine di un manoscritto che egli elaborò nel 1941, e che ovviamente gli editori ‘normali’ rifiutarono, e che ora viene pubblicato quasi come introduzione in catalogo; una trentina di pagine dove emerge una distaccata analisi dei vari soggetti con cui egli condivideva la quotidiana sofferenza: una scrittura sofferta ma pacata, che si conclude con un abbandono lirico che diventa pietà e poesia al tempo stesso: “Scende la sera verdina, le teste forti, i rimpennati della psiche, rientrano dai lavori rieducativi e indugiano chiacchierando nel giardino. Dalla gran massa scura dei tigli che ci fronteggia, uno stormo esaltato di passeri par accordi i suoi concerti innamorati. I tigli tra poco aliteranno a smemorarci delle nostre disgrazie, un alito di paradiso”.
Dunque, chi scrive così è pazzo? Chi disegna come disegnava Sandri è folle e demente? Quali turpi ed aggressivi sistemi si mettevano in atto per reprimere, soffocare, eliminare anche (se non proprio fisicamente, senz’altro intellettualmente) chi, per esempio, fosse straordinariamente creativo, e quindi divergente, originale, fuori dagli schemi: insomma, un ‘diverso’? Van Gogh, pazzo perché eccessivamente sofferente e depresso, con anomalie più fisiche che intellettuali (come aveva cercato di capire e di far intendere il dottor Gachet), uno “suicidato dalla società”,come scrive Antonin Artaud in un saggio del 1987; o la poetessa Alda Merini, costretta alla prigionia fisica di un manicomio repressivo per la forte carica inventiva che erompeva da tutta se stessa, sia fisicamente che intellettualmente; o il povero Filippo De Pisis, morto di malinconia e depressa solitudine nel manicomio di Villa Fiorita, turbato dalla sua stessa felicità di vivere: una felicità sfociata in tristezza, in profonda malinconia, e che si doveva dunque celare, richiudendo l’artista tra quattro mura, e lasciandogli soltanto la poca gioia di dipingere qualche fiore affaticato dentro una bottiglia, nel delirante biancore della cella d’ospedale.

Gino Sandri, nato nel 1892 a Rossiglione Ligure (Genova), pareva avviato ad una buona carriera artistica. Ha capacità, forse genialità. Frequenta l’Accademia di Brera tra il 1911 e il 1915, partecipa alle mostre della Permanente di Milano, si dedica ad un’intensa attività di illustratore, collaborando con Il Corriere dei Piccoli, Italia Bella, il Guerin Meschino, il Novellino, La lettura. Poi il primo ricovero in manicomio, qualche dismissione sempre più breve, ancora ricoveri fino al totale isolamento. Mentre prima aveva dipinto figure e paesaggi (di cui il catalogo dà una sintesi nelle ultime pagine), tra cui emergono alcune suggestive scene di neve nella fredda solitudine di grigi invernali, volti fortemente espressivi e qualche delicata natura morta, in manicomio elabora soprattutto disegni: degenti, medici, infermieri, davanti ai quali, scrive Elena Pontiggia nell’introduzione al catalogo, “non si può non rimanere profondamente turbati”. È come, per usare ancora le parole della Pontiggia, “un’enciclopedia dell’esistenza, una commossa enciclopedia di vita vissuta”, dietro la quale, attraverso il segno incisivo e quasi condotto da una profonda, interiore pietà, si intuisce tutta la tristezza, tutto il dramma, tutta la solitudine della vita umana, soprattutto se vista da un ‘diverso’: da uno cioè che, come Sandri, forse per eccesso di sensibilità emotiva, fu stravolto e travolto in modo tale dalla società e dalla vita da diventare anch’egli, apparentemente, un folle.

Ma dentro, com’era dentro di sé quest’artista? Cosa veramente sentiva, come veramente viveva? È, come sempre, il mistero dell’arte e della follia: e forse le due cose spesso si confondono, o appaiono insieme. Quale delle due la vera?