Giacomo Ceruti - Nature Morte - Inizio ed approdo critico
di // pubblicato il 15 Novembre, 2011
- di Fabio Giuliani -
Negli ultimi anni Sessanta in una sua peripatetica conversazione con Roberto Longhi “nel gran verde della Pineta di Ronchi”, Oreste Marini gli dice di ritenere che Giacomo Ceruti, oltre ad essere il più grande pittore del Settecento d’Europa per i suoi quadri di popolo, “grandi come pale d’altare ma per
nuovi argomenti” (Roberto Longhi) fosse stato anche grande pittore di natura morta.
Glielo facevano pensare alcuni brani inseriti nei famosi dipinti di ‘pitocchi’ nonché in alcuni ritratti e forse ne era una conferma una frase testè letta del Brandolese: “Si distinse il Ceruti in ritratti e cose naturali”(Pietro Brandolese: ‘Pitture, sculture, architetture ed altre cose notabili di Padova…’,1795).
Il grande Maestro gli rispose che ‘cose naturali’ era voce di radice caravaggesca per indicare appunto i dipinti di natura morta, ed, entusiasta, invitò Marini a mettersi subito alla loro ricerca, conoscendo le sue doti di detective dell’arte, in particolare del Ceruti, di cui aveva già pubblicato gli studi su ‘Paragone’. Marini si impegnò subito in tal senso e rintracciò opere, a suo parere, di mano del gran lombardo. Purtroppo Roberto Longhi non ebbe vita sufficiente per vederle, né la ebbe Oreste Marini per pubblicare i suoi studi dal titolo, appunto, “Si distinse il Ceruti in cose naturali” in memoria di Roberto Longhi.
Tre esemplari apparvero in anteprima nella grande monografia edita dal Credito Bergamasco a cura di Mina Gregori con foto passate alla studiosa da Giovanni Testori che, nello studio di Marini si era innamorato dei dipinti e desiderava studiarli, lì per lì, non del tutto convinto dell’attribuzione, notando riflessi genovesi ed acconsentendo solo in seguito all’indicazione d’autore per il trittico che Marini chiamò ‘Le stragi’, vedendo in questi la ‘pietas’ del pittore per gli animali. Uno strepitoso esemplare di natura morta scoperto dallo studioso (una ‘batteria di cucina’ collegabile ad un inventario in cui risulta che Ceruti ne dipinse due) apparve in anteprima con il suo commento su ‘Naturaliter’, uno dei grandi volumi di natura morta a cura di Ulisse e Gianluca Bocchi nel capitolo dedicato al pittore a cura di Bruno Passamani.

Ora l’infaticabile studiosa Mina Gregori, allieva di Longhi ed attualmente responsabile della Fondazione a lui dedicata, riprende l’argomento con una mostra a Bergamo nella Galleria del Credito Bergamasco presentando una trentina di nature morte accompagnate da un documentatissimo catalogo con suo saggio e schede. Qui compaiono, fra le più belle, due gigantesche tele ovali di cacciagione rintracciate ed acquistate dal pioniere Oreste Marini per il suo filiale amico collezionista. In alcune schede si legge come un altro innamorato di Giacomo Ceruti, Angelo Dalerba, abbia intuito e documentato che il suo precursore in varie nature morte sia stato il genovese trapiantato a Venezia Agostino Cassana, pittore che prende nuova luce, un invito alla ricerca.

Un plauso, dunque, sia alla Fondazione del Credito Bergamasco per l’esposizione e soprattutto a Mina Gregori che, radunando questo manipolo di opere, nuovamente porta alla ribalta l’Italia con la sua arte lombarda a competere in campo internazionale; e qui viene subito alla mente il paragone Ceruti-Chardin, con una predilezione per il nostro che, come affermava Marini, non è solo campanilismo. Tutto avviene ancora ad opera di chi sedeva al tavolo di Roberto Longhi, indubbiamente il più grande critico del ventesimo secolo.
Unico neo, la troppo breve durata della mostra.