Georgia O’Keeffe
di // pubblicato il 11 Ottobre, 2011
Ipotizziamo che l'appassionato d'arte decida di vistare la mostra un sabato d'ottobre. Dovrà probabilmente prendere la metropolitana per scendere dalle parti di piazza del Popolo. Da qui percorrerà buona parte di via del corso per arrivare finalmente al museo. Durante questo tratto a piedi, se riuscirà a non farsi distrarre dalle vetrine, incotrerà varia umanità: turisti stranieri con la cartina in mano, sciami di adolescenti vestiti in maniera improbabile, artisti di strada e donne arrampicate si tacchi vertiginosi.
Dopo aver varcato la soglia deli museo, si troverà improvvisamente catapultato nell scintillante New York degli anni '20 e poi nelle distese aride del Nuovo Messico. Si ritroverà insomma nel mondo di Georgia O'Keeffe.

Nata nel 1887 in una fattoria del Wisconsin, la giovane Georgia si interessa presto all'arte: prende lezioni da un'acquerellista locale e, nel 1907, frequenta l'Art Student League di New York. Dopo qualche anno la O'Keeffe decide però di abbandonare la pittura, stanca del realismo che le viene insegnato, per intraprendere la strada dell'insegnamento. La sua vita sarebbe probabilmente proseguita tranquillamente, senza troppe emozioni se, nel 1916, i suoi disegni non fossero arrivati ad Alfred Stieglitz, uno dei più importanti fotografi dell'epoca e tra i principali sosteniori (e intenditori) d'arte moderna americana. È la folgorazione: Stieglitz inaugurerà la prima personale dell'artista l'anno successivo, presso la celebre galleria 291, contribuendo in maniera decisiva al suo successo. Un merito particolare l'hanno anche le numerosissime fotografie che, a partire da quello stesso anno, Stieglitz le dedica (alla morte del fotografo si conteranno circa suoi 300 ritratti). In queste immagini la O'Keeffe appare sensuale, spesso nuda o vestita solo parzialmente, del tutto diversa dall'immagine corrente della donna americana dell'epoca. Le foto fanno in breve tempo il giro degli Stati Uniti, il loro impatto è dirompente: "Fece sensazione. Monna Lisa aveva avuto un solo ritratto degno di nota. O'Keeffe ne ebb un centinaio. Fu subito famosa. Tutti conoscevano il suo nome" scrisse il critico d'arte Henry McBride, interpretando al meglio l'opinione comune.

Le fotografie fanno tuttavia conoscere un'immagine della pittrice diversa da quella reale. Soprattutto, condizionano i critici che leggono nelle sue opere (al tempo principalmente astratte) siginficati legati alla sessualità, tanto da convincere l'artista a mutare il soggetto dei suoi dipinti, che diventano in seguito decisamente figurativi. Sono gli anni in cui la O'Keeffe, che nel frattempo ha sposato Stieglitz, prende ispirazione dalle architetture di New York e dai suoi grattacieli, ed è affascinata dalla possibilità di guardare la città dall'alto. Ma è anche il periodo in cui ama dipingere frutta e fiori, spesso ritratti con punti di vista estremamente ravvicinati, quasi come se si trattasse di una fotografia ottenuta mediante l'uso dello zoom.

Dal 1929 Georgia O'Keeffe trascorre alcuni mesi l'anno nel Nuovo Messico (e trasferendosi definitivamente nel 1949) attratta dagli spazi infiniti, dai deserti e dai colori esotici di quei luoghi, che da quel momento saranno sempre più spesso al centro dei suoi dipintie colpiranno il suo immaginario pittorico, come lei stessa dichiara: "Un paesaggio completamente folle: un susseguirsi assurdo di colline, rupi e paludi da far pensare che Dio si sia divertito a lanciarle per aria e farle cadere dove capitava. Certamente era spettacolare il bagliore della sera che illuminava una roccia molto più alta delle altre in una sorta di grande anfiteatro rosso, dorato e viola che abbiamo visto mentre eravamo fermi con i cavalli sulla sommità di una collina di un verde biancastro". L'artista ama in particolare fare lunghe passeggiate per raccogliere rocce e ossa di animali che per lei, contriariamente all'opinione comune, ben si prestano a rappresentare la vitalità di quei luoghi: "Volevo dipingere il deserto ma non sapevo come...Così mi sono portata a casa le ossa sbiancate come simboli del deserto. Per me non c'è niente di più bello. È curioso ma mi sembrano molto più vivi degli animali che se ne vanno in giro scodinzolanti, con tanto di occhi e di pelo. Le ossa sembrano centrare esattamente qualcosa di profondamente vivo nel deserto per quanto vasto, disabitato e inaccessibile esso sia".

Nonostante i numerosi viaggi, la O'Keeffe trascorrerà quasi tutto il resto della vita (muore nel 1986) in Nuovo Messico, continuando a dipingere nonostante un grave problema alla vista. Nel 1978 esce sul New Yorker la recensione di un libro a lei dedicato; le parole del critico disegnano un ritratto dell'artista che ben si presta ad accompagnare le tante fotografie che di lei di restano: "la sua pittura, fatta di immagini di romantica e solitaria purezza, è diventata l'incarnazione di una donna così forte da aver vissuto la propria vita esattamente come voleva [...]. Per molti americani, soprattutto negli anni venti, trenta e quaranta, O'Keeffe è stata un simbolo vivente di autoaffermazione, ma non in termini aggressivi o ansiosi e senza la tragica smodatezza di un Pollock, quanto piuttosto grazie a una mite, impertubabile e risoluta integrità".