Gemme che passione
di // pubblicato il 29 Marzo, 2010
Un giorno speciale per una mostra altrettanto speciale: il 25 marzo, l’antico capodanno fiorentino, è stato scelto per l’inaugurazione della esposizione che apre l’anno 2010 delle mostre d’arte a Firenze.
Nelle sale di rappresentanza del Museo degli Argenti, al piano terreno di Palazzo Pitti, la mostra Pregio e Bellezza- Cammei e intagli dei Medici- ci presenta oltre centosettanta opere, a testimonianza dell’importanza che questi oggetti hanno avuto nel processo di riscoperta dell’antico che ha caratterizzato il Rinascimento.
Un’arte, quella della glittica, che ha coinvolto la famiglia Medici sin dal tempo di Cosimo il Vecchio, il quale comincerà la preziosa collezione che, secondo un inventario del 1456, ammontavano a ventuno, fra antiche e moderne. Suo figlio Pietro, il cosiddetto Gottoso, incrementò la collezione con esemplari antichi di grande valore, fra i quali l’Atena e Poseidone in gara per il possesso dell’Attica, del I sec. a.C. e L’Ingresso nell’Arca, di manifattura meridionale del periodo di Federico II di Svevia, entrambi visibili in mostra.

Con Lorenzo il Magnifico la collezione “si elevò al rango di raccolta principesca”, come scrive il curatore della mostra, insieme ad Ornella Casazza, Riccardo Gennaioli, che arrivò ad avere ben settantasei gemme, molte delle quali giunte dai beni di papa Sisto IV della Rovere, che pagò in questo modo un vecchio debito del suo predecessore Paolo II Barbo. Fu proprio il Barbo il collezionista di riferimento per i Medici, visto che aveva composto una dattilioteca di ottocentoventi esemplari quando era ancora Cardinale. Lorenzo il Magnifico fece letteralmente pazzie per poter ottenere esemplari illustri che erano appartenuti ai grandi del passato, tanto da arrivare a spendere cifre da capogiro per la Tazza Farnese o il cosiddetto Sigillo di Nerone.

E’ quest’ultimo una corniola, dove è raffigurato Apollo con una lira e il satiro Marsia legato ad un albero, datata fra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., una delle più amate dagli artisti e più volte replicata, comperata da Lorenzo il Magnifico a Venezia nel 1487; lo studio dell’oggetto da parte degli artisti rinascimentali, che la poterono conoscere grazie alla diffusione di placchette, disegni o impronte che la riproducevano, così come accadeva per molte altre gemme, la rese importantissima e più volte riprodotta.

La riflessione sugli antichi esemplari di glittica è stato uno dei momenti più importanti per l’arte rinascimentale e Firenze, grazie anche alla collezione Medici, è stato un vero centro propulsore. Così, non poteva mancare per questa mostra, una delle opere più belle di Sandro Botticelli, artista simbolo del periodo laurenziano: grazie ad un generoso prestito dello Stadel Museum di Francoforte è tornato a casa il Ritratto Ideale di Fanciulla, forse Simonetta Cattaneo, la giovane sposa di Marco Vespucci, scomparsa a soli diciassette anni per tisi nel 1476.

La sua bellezza mitica è in questo dipinto, gemma fra le gemme di questa mostra, esaltata dalla acconciatura all’antica e dal gioiello che le decora lo scollo: giri d’oro con un cammeo montato in oro e riconoscibile come il Sigillo di Nerone. Esposto per la prima volta in Italia, l’opera è uno stupendo omaggio a Botticelli, del quale quest’anno si ricordano i cinquecento anni dalla morte e al quale, in maggio, verrà dedicata una giornata di studi.
“Sono gemme da cui irradiano innumerevoli poteri di suggestione” ci ricorda la Soprintendente per il Patrimonio storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze Cristina Acidini, poiché non solo per la bellezza dei lavori di incisione, ma anche per i materiali preziosi, sono da sempre state guardate come portatori di virtù magiche e misteriose, oggetti taumaturgici oltre che tangibile tesaurizzazione della ricchezza familiare.
Questa prima fase, così importante, del collezionismo mediceo, è presentata dall’allestimento nel salone di Giovanni da San Giovanni, dove una pedana centrale ha raccolto le teche e i pannelli espositivi, lasciando così la possibilità al visitatore di fruire dei bellissimi affreschi alle pareti. Alle vetrine sono stati affiancati monitor che mostrano immagini ingrandite e particolari di alcune opere in mostra. Molto interessanti sono i grandi schermi interattivi che sono presenti in ogni stanza: monitor touchscreen che permettono di approfondire conoscenze, di entrare in una visione ravvicinata delle gemme e di attraversare in maniera trasversale il colto mondo dei cammei, così profondamente legato alle opere delle così dette arti maggiori, che le sono, in molti casi, debitrici. Il percorso espositivo si inoltra poi nelle fasi successive di crescita, dispersione e ripresa della collezione medicea.
Dalla cacciata dei Medici nel 1494, al loro ritorno nel 1512 con il figlio di Lorenzo, Giovanni, poi divenuto papa Leone X, fino al 1537 con Alessandro de’Medici, la preziosa collezione riuscì a rimanere quasi intatta fra i loro beni, simbolo di prestigio e ricchezza. Ma con la morte violenta di Alessandro, ucciso da suo cugino Lorenzino, la collezione lasciò definitivamente Firenze: la vedova del Duca, Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V, portò via con sé questi beni, che poi confluirono nella collezione del suo secondo marito, Ottavio Farnese. Per questo motivo molti prestiti per la mostra vengono dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove è anche conservata la Tazza Farnese, che non è stata portata a Firenze a causa della fragilità dell’opera, e che venne acquisita da Lorenzo il Magnifico nel 1471 da Sisto IV.
Cosimo I, nuovo Duca di Firenze dal 1537, amareggiato per la perdita della collezione, simbolo della storia dei suoi antenati, diede un impulso incredibile alla ricostituzione di una dattilioteca familiare. Insieme alla sua consorte Eleonora di Toledo incrementò notevolmente la collezione, partendo da alcune gemme che erano fortunosamente rimaste a Firenze, sfuggite alla cognata Margherita. Gemme antiche e nuove lavorazioni che sono il patrimonio del museo degli Argenti, ricordate negli inventari che si succedono in questi secoli.

I successivi granduchi saranno tutti volti all’arricchimento della collezione, che raggiunse una fama incredibile nel corso del 1700. Il cardinale Leopoldo acquisì incredibili raccolte, fra le quali quella del collezionista romano Agostini, giungendo in meno di quindici anni ad avere un numero enorme di cammei e intagli.
Una parte dell’esposizione ci propone anche le opere che la Galleria dei Lavori, fondata ufficialmente da Ferdinando I nel 1588, realizzò a Firenze, con lavorazioni raffinatissime che potevano entrare in competizione con le antiche gemme, usando cristalli di rocca e pietre dure di ogni provenienza. Molto interessanti sono anche le teche dove si possono ammirare oggetti in porcellana realizzati dalla manifattura Ginori di Doccia, con la riproduzione dei cammei antichi, una iniziativa dell’erudito Carlo Ginori, che possedeva a sua volta una collezione di glittica.
Una esposizione, quindi, varia, piena di manufatti artistici di carattere diverso, che può essere affrontata a diversi livelli di lettura. Le gemme sono dietro ad un vetro, sì, ma se stiamo al gioco possiamo immaginare il godimento che gli antichi potevano provare nell’avere fra le mani, toccando non solo con gli occhi, queste meraviglie della creazione artistica, che tenevano chiusi nei cassettini dei loro preziosi stipi: forse, riuscivano a sentire, toccandoli, il fluire del tempo passato e la potenzialità del loro futuro, profondamente consapevoli dell’importanza della cultura classica. Giorgio Vasari ce lo dice così: “Le pietre dure son materia che vi si intaglia drento ogni sorta di lavoro, e per quelle si conserva più l’antichità e le memorie, che in altra materia”.