Fuori sala John Cage
di // pubblicato il 27 Giugno, 2010
Nel giorno di Giovanni il Battista, le sale di Palazzo Vecchio in Firenze suonavano magicamente
Dalle 10:00 alle 18:00 del 24 giugno scorso il Museo Nazionale di Palazzo Vecchio ha ospitato le musiche del compositore americano John Cage, per l’ultima celebrazione del Florence Chamber Music Festival “Memoria dal Futuro: Schumann, Cage, l’Avanguardia.”

Attori, solisti e performers europei e americani riuniti nel Flamensemble hanno dato vita a un ampia selezione del repertorio cameristico del compositore, con esecuzioni live non stop suddivise in ambienti musicali esposti.
A nessuno verrebbe mai in mente di obbligare alla contemplazione della Gioconda per 45 minuti: contro l’ascolto vincolato dalla forma del concerto classico tradizionale, dove il rispetto del silenzio, delle pause e dell’inizio e della fine è sanzionato con la gogna, l’evento di giovedì scorso ha concesso una semplice libertà di esposizione all’influenza sonora, nel rispetto del tempo soggettivo, ciò che normalmente avviene nell’incontro con la raffigurazione.
John Cage ha combattuto perché il mondo fosse ascoltato e perché ciascuno potesse decidere che cosa è musica: le vibrazioni non seguono ma precedono il concetto di artistico.
Nel 1952 presentava la rivoluzionaria partitura di 4.33, il suo pezzo migliore. Chiunque può eseguirla, basta indossare un abito da concerto e accomodarsi al pianoforte per quattro minuti e trentatré secondi, senza suonare alcunché. Non si deve fare niente e il pubblico deve solo ascoltare i suoni della sala, i bisbigli, i colpi di tosse, gli scricchiolii, ogni volta una composizione diversa. Durante il primo movimento della leggendaria prima esecuzione assoluta si sentiva il vento che spirava, nel secondo movimento la pioggia e nel terzo il pubblico che parlottava e si alzava indignato per andarsene.
Il silenzio assoluto non esiste se non come rumore di sottofondo.
Gli sviluppi musicali del nostro tempo non prescindono dalla produzione di John Cage, soprattutto dalle sue idee indeterminate, dai pianoforti preparati (che sono suoi) e dai rumori della 6th avenue.
Lui è l’iniziatore della composizione determinata per mezzo di operazioni casuali, il creatore dei suoni che non esistevano o meglio dei suoni non già inglobati in una concezione musicale, insubordinati.
Nella sala delle udienze di Palazzo Vecchio, come giù nel cortile, cinque radio hanno eseguito Speech alla ricerca della frequenza perduta, in un angolo della terrazza di Saturno si era preparato un pianoforte nero, l’altro nella sala dei Gigli si confrontava con un piccolo Toy bianco, nello scrittoio di Calliope uno stereo amplificava il russare che da molestia notturna si è trasformato in 27’10.554 for a percussionist.