Freddo: un quadro teatrale di orrore quotidiano
di // pubblicato il 23 Dicembre, 2011
- di Davide Villani -
C’è la forza di un testo teatrale, la sua potenza fissata in parole, e c’è la forza umana, quella fisica ed espressiva, che dallo stesso testo può prendere ispirazione per divenire forma ed immagine. Due energie che si condizionano e che dialogano per trovare quell’equilibrio performativo in grado di tenere gli spettatori incollati alle poltrone perché bloccati, in un caso come questo, da un freddo incessante: il freddo corporale, quello climatico dei paesi nordici, oppure semplicemente quello umano, la crudeltà collettiva sul singolo e l’impotenza di chi osserva senza poter intervenire.
Freddo, opera intensa dello svedese Lars Norén, andata in scena al Teatro delle Passioni di Modena, è uno spettacolo che non può lasciare indifferenti: tre giovani ragazzi, svedesi come l’autore, manifestano in maniera chiara e decisa i propri ideali patriottici e nazionalisti nei confronti di un loro coetaneo di origini coreane, reo soltanto di essere stato adottato, ancora bambino, da una famiglia svedese. In uno scenario immobile, gelido, quale un parco giochi di legno sede di ritrovo dei tre torturatori, inizia il gioco del terrore: le parole e le motivazioni di lotta si fanno sempre più aspre mentre le vie di fuga del giovane diventano sempre più piccole, quasi invisibili. E dalle parole ai fatti, come gli uomini insegnano, il passo è fin troppo breve: assetati di una giustizia personale, basata sul valore storicamente noto della razza, i tre sadici aggrediscono il compagno di scuola fino ad ucciderlo con calci e pugni, tra decine di lattine di birra, aperte e bevute, che silenziosamente invadono la scena. Triste cronaca quotidiana.

Uno scontro dialettico che diventa corporale in un istante, una vittima ben conscia del pericolo imminente e di un destino che lentamente si realizza, tre aguzzini colmi di problematiche sociali e traumi infantili che si divertono ad intorpidire la testa del giovane coreano e degli spettatori con parole di ragione, giustizia e libertà. Ogni azione ha il suo perché, ogni pensiero il suo fondamento: la forza del testo di Norén sta principalmente in questo, nel mantenere costante una tensione drammatica in uno scenario da tribuna politica in cui giudice e assassino hanno le stesse sembianze per un finale scontato che, fino all’ultimo, il pubblico spera non si materializzi.
La regia di Marco Plini colpisce per la cura estrema dei singoli interpreti, caratterizzati in modo maniacale in ogni aspetto: il leader del gruppo (Michele Di Giacomo), con il numero 88 ben visibile tatuato sul collo, portatore di quei valori ripetuti insistentemente alla casuale vittima e voglioso che inizi una guerra per dimostrare al mondo la forza della razza svedese; l’iperattivo (Angelo Di Genio) che non riesce a stare fermo un attimo e che prenderebbe a cazzotti tutti tra una risata e una flessione; il traumatizzato (Federico Manfredi) che racconta le sue tragiche vicende domestiche ridendo e bevendo birra, il solo a provare un po’ di pietà per la vittima che, ironia della sorte, avrà il colpo di grazia proprio da lui. Tre ragazzi, tre vite: la scuola appena finita, la libertà apparentemente raggiunta (ma bisogna prima pensare a liberare la Svezia), un’idea comune ed un malinconico ritrovo dove trascorrere i gelidi pomeriggi.

Poi arriva Kalle (Alessandro Lussiana), e con lui il colore: entra nello spazio indossando una felpa rossa col cappuccio, indumento che spicca tra il nero dominante dei tre lupi nazionalisti. Lo stanno aspettando per la sua festa di maturità, è in ritardo e deve accelerare il passo ma subito il cammino viene interrotto, in un parco giochi sperduto in mezzo al bosco, per non essere mai più ripreso. Non c’è scampo per Kalle: il compagno di scuola originario della Corea è il nemico ed il lupo cattivo sa che la tragedia è prossima e non fa nulla per evitarla. Anzi, l’accende, fa sentire la sua presenza sempre più vicina finché le lacrime di Kalle non scendono per decretare la sua fine.
Dopo un lunghissimo dialogo tra il boia e la vittima in cui ogni tentativo di fuga viene soppresso dall’offerta di una lattina di birra da bere in compagnia o dal sequestro del cellulare, regalo per la maturità raggiunta di Kalle, l’omicidio ha luogo in pochi secondi: il gesto è compiuto, la giustizia ha fatto il suo dovere, la Svezia è più pulita ed il mondo più sano. Eppure c’è ancora caos dopo l’uccisione, c’è il misfatto compiuto e la comprensione di averlo fatto, il panico del dopo, l’inquietudine di tre ragazzi che dopo aver raggiunto il loro obiettivo alternano euforia ad angoscia, un nervosismo costante che manterranno per tutta la vita.

Straordinario il gruppo di attori impegnato in questo spettacolo: Michele Di Giacomo, Angelo Di Genio, Federico Manfredi e Alessandro Lussiana, interpreti energici e valenti, capaci di padroneggiare la scena con talento anche attraverso una complicità di gruppo evidente ed estremamente comunicativa, abili nell’interpretazione di personaggi complessi ed eterogenei, in un contesto difficile come quello dell’odio razziale.
E mentre si battono le mani per gli ottimi interpreti e per una messa in scena convincente ed emozionante, un po’ di freddo segue il pubblico anche fuori dal teatro: il freddo di oggi, della cronaca di tutti i giorni ancora una volta vissuta a teatro, il freddo dell’uomo crudele, il freddo che si vorrebbe dimenticare ma che, volenti o nolenti, appartiene a tutti noi.