Francesco Clemente: “tutto occhi”

di Marica Guccini // pubblicato il 29 Settembre, 2011

Matt’è mia mente, matt’i miei pensieri
Matt’i miei gesti e matto è ciò ch’io faccio
E più matto sarò doman che ieri.

(Anonimo, Motti alle Signore di Pavia, 1525-1540)

Quando tra un centinaio d’anni il nostro presente sarà diventato passato artistico da manuale, l’esegesi dei Tarocchi di Francesco Clemente offrirà, ne siamo certi, ampio spazio agli scritti e agli studi.

Nella serie eseguita tra il 2009 e il 2011 in mostra al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi fino al prossimo 6 novembre, Clemente ha tradotto le settantotto carte del mazzo tradizionale dei tarocchi in altrettante opere realizzate utilizzando le tecniche più varie.
Come scrive la Soprintendente Cristina Acidini: “È un evento davvero eccezionale quello per cui il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi e la Galleria degli Uffizi ospitano una serie di opere di Francesco Clemente, artista di nascita napoletana e di dimensione internazionale, che sin dagli esordi ha mostrato di captare l’aria delle sperimentazioni artistiche più avanzate avvicinandosi ad Alighiero Boetti e a Cy Twombly, e al tempo stesso di non voler rinunciare neanche a un frammento della sua identità d’origine, facendosi carico di trasformazioni anche coraggiose di attitudini mentali e di linguaggi figurativi”.

È una “geografia personale” quella che l’artista offre oggi ai visitatori della Galleria fiorentina, 78 opere nelle quali, attraverso una sottile vena ironica, egli rinnova l’universo simbolico di questo “gioco”, elemento culturale dalle radici perse nel tempo. I tarocchi, infatti, come sottolinea uno dei curatori Max Seidel, erano un gioco diffuso nelle principali corti italiane ed europee già nel XV secolo, quando circolavano preziosamente decorati dalla mano di artisti provetti.
La conoscenza dell’artista napoletano riguardo alla tradizione dei tarocchi, tutt’altro che semplicistica e tradizionale, offre lo  spunto per indagare una pratica tanto presente nella cultura di ogni tempo, riscoprendone il germe originario. Egli è infatti conscio della discontinuità radicale tra il gioco dei tarocchi descritto dalle testimonianze letterarie rinascimentali, e la concezione odierna che le utilizza come viatico per predire il futuro. Nel passato i tarocchi erano l’occasione di un gioco brillante di società cortigiane di cui, per una trattazione approfondita, rimandiamo al bel saggio di Max Seidel in catalogo.

L’artista, interessato da sempre ai linguaggi e alle tradizioni contemplative, intreccia nella serie dei Tarocchi allusioni esoteriche a iconografie tradizionali risalenti fino all’Alto Medioevo, arricchite da riferimenti del tutto personali.
Il suo interesse per l’esoterico affonda del resto le radici nella prima produzione artistica di Clemente, che racconta: “Ho fatto le mie letture giovanili nella biblioteca della Società Teosofica di Madras e ho anche disegnato mentre guardavo Forme e pensiero di Leadbeater […] che percepivo già allora come qualcosa in bilico tra il comico e l’assolutamente irresistibile […] Non è necessariamente una cosa seria: può essere una cosa straordinariamente profonda, straordinariamente vera, ma non per questo deve essere lugubre, può essere anche qualcosa di comico.
Egli continua approfondendo il proprio agire e dichiarando la propria fede incondizionata all’immagine prima ancora che alla storia: “il mio approccio è di artista. L’artista ha un accesso, o un rapporto […] con le forme, con la semplicità delle forme. Quindi, anche se desideravo restare in relazione con la tradizione iconografica delle carte, risalendo fino al Rinascimento, per me alla fine, la semplicità dell’immagine, l’austerità dell’immagine deve avere la meglio […] la mia è un’immagine, non una storia”. Tale riscontro si ha proprio nella realizzazione delle carte dove viene variamente utilizzato un lessico figurativo alternato ad uno astratto, generando forme che, partendo da legami col passato, ne creano altre di grande originalità.

I 22 trionfi o arcani maggiori, e i 56 semi tradizionali risentono della particolarità che li ha visti nascere in differenti parti del mondo: da Taos nel New Mexico dove sono stati realizzati gli arcani maggiori, all’india del seme dei denari, all’Italia delle coppe, e alla New York (città in cui risiede stabilmente l’artista) delle spade e dei bastoni. Ecco perché risulta quanto mai appropriato parlare di una geografia personale in relazione alla serie dei Tarocchi qui presentata: “Quindi questo lavoro ha coperto tutta la mia geografia personale, Italia, New York, India e il South West. Questo è in linea con il mio lavoro, che è come una tessitura dove ogni filo è legato geograficamente a un luogo diverso.

Confluenza di forme, contenuti, luoghi, e tecniche. Varie sono infatti le nuove sperimentazioni, come ad esempio la tecnica del collage a tre strati, mentre l’acquerello, prediletto dall’artista, è ora combinato con la tempera.
Un ritratto di famiglia (nelle carte della Stella, del Sole, della Temperanza, della Morte), amici, affetti, presenze intellettuali che spaziano dalla letteratura, alla poesia, al teatro, al cinema, alla moda, all’arte e all’architettura, offrono il loro volto a creare un nuovo ed eterogeneo mazzo di carte, espressione in piccola parte della contemporaneità, in grande parte dell’artista che nella serie esprime, quindi, i multiformi aspetti della propria vita.
Scorrendo o tarocchi leggiamo la scelta di Clemente di legare la propria immagine, tra i tanti personaggi disponibili, alle fattezze del Matto, in base a quanto intuito dal curatore che lo interpreta come “l’eterno viaggiatore che cammina per il mondo” (da Alejandro Jodorowsky, scrittore noto all’artista), ulteriormente confermato da un passo de Le Symbolism of the Tarot di Pyotr Demanovich Ouspensky, opera conosciuta e molto consultata da Clemente. Qui è rivelato il vero segreto del matto: “Non vedi che si tratta di te stesso?”. Ed infine il ritorno ancora a Jodorowsky: “Superare la razionalità non significa rinnegare la forza mentale: mantieniti aperto alla poesia dell’intuizione, ai fulgori della telepatia, a voci che non ti appartengono, a una parola che proviene da altre dimensioni.

In quei ritratti “tutto occhi”, caratteristica già presente ad esempio nel ritratto di Damien Hirst eseguito da Clemente nel 2006, va a confluire una fissità espressiva esaltata dalla totale immobilità facciale, emblema dell’importanza che lo sguardo stesso ha per l’artista: “Secondo le tradizioni induiste, un uomo di conoscenza è capace di trasmetterti quello che sa solo con lo sguardo. Se lo sguardo non basta, ti dirà qualcosa. In qualche modo, per me gli occhi sono questa fonte di conoscenza. Negli occhi c’è una manifestazione di conoscenza: l’ho sempre creduto, l’ho sempre visto. Vedo questa conoscenza negli occhi delle persone.”

Oltre ai Tarocchi, Clemente presenta 12 autoritratti nelle fattezze degli Apostoli realizzati appositamente per gli Uffizi e dei quali, uno, andrà ad arricchire la celebre collezione di autoritratti, continuando una tradizione che, come racconta Antonio Natali in catalogo, fu inaugurata da Luciano Berti nel 1981 quando gli Uffizi compivano quattrocento anni.

Resta da chiarire il “come mai” di questa presenza in un luogo come questo, solitamente dedito più all’arte moderna, che non alla contemporanea. Ma che non sia questa, forse, un’osservazione troppo semplicistica?
La direttrice del Gabinetto, Marzia Faietti, ci rammenta come: “il primo documento in cui emerge l’aspirazione verso il contemporaneo insita nel nucleo iniziale delle raccolte grafiche medicee si deve a Filippo Baldinucci, al quale, come è noto, Leopoldo de’ Medici, fratello del granduca Ferdinando II e futuro cardinale, aveva affidato il prestigioso incarico di ordinare, classificare e accrescere la propria collezione di disegni intorno al 1665.” Un progetto, questo, all’epoca tutt’altro che singolare: “Il suo progetto di contemplare diverse epoche del passato per giungere al presente aveva dei precedenti; basti pensare alla decisione di Giorgio Vasari di inserire nelle Vite alcuni artisti coevi e, soprattutto, Michelangelo, […]; né va trascurato Malvasia, nonostante che con la sua stesura delle biografie si fosse riproposto la sola ricostruzione della civiltà artistica felsinea.

Un progetto, quindi, fondato sulla convinzione di come la: “poliedricità concettuale ed estetica della grafica, se applicata all’incremento patrimoniale di una collezione, possa ancora oggi contribuire all’inesausta vitalità del museo”, realizzata pienamente nei Tarocchi di Clemente dove egli, come un ponte, collega visivamente discipline artistiche e intellettuali diverse, fedele alla concezione che sta alla base della propria riflessione artistica.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Francesco Clemente V Il Papa
(Jasper Johns) particolare, 2009 – 2011 acquerello e gouache su carta, 48,3 x 24,1 cm.

1. Francesco Clemente, Il Matto (Autoritratto), 2009 – 2011 acquerello e gouache su carta, 48,3 x 24,1 cm


2. Francesco Clemente, VII Il Carro (Max Seidel), 2009 – 2011, acquerello e gouache su carta, 48,3 x 24,1 cm


3. Francesco Clemente, XVII La Stella (Alba Clemente), acquerello e gouache su carta, 48,3 x 24,1 cm


4. Francesco Clemente, Autoritratto come San Matteo, 2011, olio su tela, 121,9 x 109,2 cm


5. Francesco Clemente nel Corridoio Vasariano, Galleria degli Uffizi, giugno 2009, foto: Andrea Lensini

Dove e quando

Francesco Clemente. I Tarocchi

  • Date : 10 Settembre, 2011 - 07 Novembre, 2011
  • Sito web

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