France Antarctique! Mourad Merzouki ritorna a Ferrara in compagnia di B Boys Cariocas
di // pubblicato il 01 Marzo, 2010
In prima nazionale al Teatro Comunale di Ferrara ha debuttato il 27 febbraio il dittico Correira - Agwa firmato dal coreografo Hip Hop francese Mourad Merzouki, fondatore nel 1996 della Compagnie Käfig (letteralmente gabbia in tedesco e arabo) e direttore del Centre Korégraphique National De Créteiel et du Val De-Marne, già presente lo scorso anno nello stesso teatro col suo lavoro Tricôté. Stavolta, però, ad esibirsi vi sono undici B-Boys di Rio de Janeiro che nel 2007, grazie a Guy Darment, direttore della Biennale della Danza di Lione, furono messi in contatto con Mourad Merzouki. Frutto di questa prima collaborazione fu proprio Agwa, presentato alla Biennale di Lione nel 2008, lavoro incentrato sulla tematica dell’acqua. Due anni dopo Mourad decide di creare un nuovo lavoro con gli stessi interpreti dando vita a Correria, basato stavolta sul correre continuo tipico della vita frenetica di una metropoli briosa e frizzante come Rio de Janeiro.

La vitesse di Rio ispira Correria. I danzatori distesi a terra iniziano a pedalare come seduti su un’immaginaria bicicletta, subito se ne avverte in sottofondo il rumore delle ruote e dei raggi. Così inizia una progressiva e vorticosa rotazione, che si sviluppa in corse in circolo e pedalate, avendo come supporto le spalle di altri danzatori. Scelte musicali composite curate da As’n che vanno dalle musiche tradizionali brasiliane, a quelle arabe, dai brani d’opera lirica, alle dolci musiche d’infanzia, tutto coniugato alle percussioni create dai battiti delle mani e dei piedi degli stessi danzatori. Una perenne corsa. Una proiezione video, opera di Charles Carcopino, raddoppia l’azione di uno dei danzatori, colto proprio nell’atto di correre, la quale sollevandosi progressivamente scompare come se portata al cielo tra le nuvole da una folata di vento. Gioco, evoluzioni acrobatiche. Si continua sempre a correre o a pedalare. Tanto che, non bastando le gambe naturali, se ne arriva ad una moltiplicazione attraverso stampelle che calzano le stesse scarpe e gli stessi calzoncini a strisce bianche e nere, portati dai danzatori. Le luci firmate da Yoann Tivoli, definiscono in maniera precisa parti di spazio, segmentando il palcoscenico attraverso il gioco tra il caldo del giallo e il freddo del bianco, in modo da far risaltare parti agite attraverso differenti tipologie ritmiche in simultaneità. I costumi di carattere quotidiano portano la firma di Delphine Caposella.

In Agwa, invece, è l’acqua che la fa da padrone. Colonne di bicchieri di plastica trasparente, sono presenti in scena all’inizio dello spettacolo. Questa sorta di oggetti scenici sono agiti continuamente dai danzatori che travasano acqua da un bicchiere all’altro, costruendo e decostruendo piramidi e serpentoni formati con gli stessi bicchieri, contenitori del prezioso liquido ma che possono creare delle vere e proprie costruzioni animando e permeando letteralmente la scena. Tutto sempre sotto un’atmosfera ludica e ironica. Ad esempio quando uno dei danzatori assetato vorrebbe bere, viene frenato dagli altri compagni e si ripresenta in scena con un impermeabile trasparente (costumi di Angèle Mignot). Qualche momento dopo altri danzatori entrano in scena tutti indossando lo stesso impermeabile trasparente, il quale attraverso i movimenti ritmati e pulsanti della loro partitura li accosta per analogia a particelle d’acqua in movimento. Giunti sul proscenio i danzatori, si posizionano a ridosso di una fascia di luce parallela al boccascena, ancora una volta opera di Yoann Tivoli, che focalizza lo sguardo degli spettatori su bicchieri pieni d’acqua, attorno ai quali gli undici brasiliani creano, solo con l’utilizzo delle mani, della testa e dei piedi, un interessante relazione con tali oggetti scenici. Ancora una volta le musiche appaiono varie e diversificate con un ampio spettro che passa dai rumori naturali del vento e dell’acqua al ritmi del tango. E così finisce lo spettacolo, in maniera semplice come bere un bicchier d’acqua, appunto, ciò che fanno i B-Boys a conclusione della loro performance.

White, Pitt, Al Franciss, Sorriso, Zé, Faxola, Dieguinho, Anjo, Léo, Geovane, Fidelis, Cleiton, questi i nickname di alcuni dei B-Boys brasiliani. Uno di loro, Diego Gonçalves do Nascimeinto Leitão in arte White, parlando con noi ci ha raccontato della difficoltà nel lavorare con l’Hip Hop a Rio de Janeiro. Lui ha iniziato giovanissimo a praticare Hip Hop de rua (hip hop di strada), poi ha preso qualche lezione da vari insegnanti, sino a lavorare in varie compagnie locali per potersi mantenere. Ci spiega che lì i circuiti teatrali (come d’altronde qui in Italia, tranne rare eccezioni, come quella ferrarese) non sono aperti a coinvolgere l’Hip Hop all’interno del sistema dello spettacolo. Il problema, inoltre, non è solo quello del settore teatrale, continua a dirci, ma anche un problema istituzionale oltre che culturale. Sono poche le istituzioni che supportano il lavoro dei giovani danzatori e coreografi, e l’Hip Hop, danza che nasce dalla strada, in Brasile non appartiene ad un sentire comune ma viene pur sempre vista come genere d’importazione, estraneo e non autoctono. Il samba, il frevo, la capoeira, il pagode, quelle sono le danze che trovano maggior seguito e supporto. Per lui l’Hip Hop pur se un genere che nasce dalla strada ha bisogno non di meno di un lavoro serio e di ricerca. La danza dei B-Boys in Brasile è basata fondamentalmente sull’energia, e d’altronde noi ci siamo proprio accorti di questa profusione continua di energia da parte loro durante tutto lo spettacolo. White è molto contento dell’esperienza di lavoro con Mourad Merzouki, come ci dice, che dirige il lavoro di creazione ma al contempo lascia liberi i danzatori di fare proposte sia coreografiche che musicali. In Francia, ci confessa poi, ha trovato un ambiente stimolante e ricco per la formazione, grazie all’interesse delle istituzione e della politica artistica nazionale che scommette sui giovani interpreti e sui nuovi linguaggi.

Ed è proprio da questo scambio di energie, conoscenze, lavoro tra un coreografo franco-algerino e undici danzatori brasiliani e un amalgama di contesti differenti che è nata la Companhia Käfig-Brasil, formata proprio da questi B-Boys di Rio. In un mondo dove ormai l’autoctono si mescola ciò che nasce a kilometri e kilometri di distanza in questa sorta di strano mondo glocale, si chiude con l’augurio che nel nostro paese molti teatri seguano l’esempio ferrarese, aprendosi ad un linguaggio quale l’Hip Hop che ormai, globalmente praticato, ha compiuto quasi quarant’anni di vita.