Fontane, fontanelle, fontanone
di // pubblicato il 02 Novembre, 2010
A Roma i più numerosi sono i nasoni. Badate bene, questa non vuole essere un’osservazione sulla fisionomia dei romani, ma un mero calcolo sul numero delle fontane cittadine. Queste fontanelle pubbliche, alte poco più di un metro e caratterizzate dal tipico rubinetto curvo (da cui il nome), sono infatti presenti in molte delle strade romane, e offrono conforto e ristoro a uomini, donne e animali soprattutto durante le lunghe giornate di canicola estiva. In realtà non si notano molto, ma quando si ha sete, o se le mani sono irrimediabilmente impiastricciate di gelato o di pizza, eccone apparire subito una, provvidenziale, dietro l’angolo.
Ben più appariscenti dei nasoni (i primi dei quali furono istallati nella seconda metà dell’Ottocento) sono le grandi fontane del centro storico, opera dei maggiori architetti della storia. E ce ne sono talmente tante che un articolo solo non basterà a contenerle tutte. Ma sarà pur sempre un inizio…
Il gradino più alto del podio lo occupa, staccando nettamente le altre concorrenti, la fontana di Trevi. Entrata a far parte dell’immaginario collettivo mondiale grazie alla Dolce Vita felliniana, è uno dei monumenti più anelati dai turisti, che però raramente ne conoscono la storia. I più si limitano a lanciare una monetina nella vasca principale esprimendo un desiderio: qui già sbagliano, visto che la fontana non è un banale pozzo dei desideri, e che la monetina, da lanciare dando rigorosamente le spalle all’acqua, serve esclusivamente a propiziare il ritorno nella città eterna. Ma c’è di peggio: le cronache riportano di persone che, credendo di passare inosservate, tentano la pesca delle suddette monetine (che vengono invece raccolte periodicamente e destinate alla Caritas) o di quelli che al contrario, appellandosi al “sacro” diritto dei quindici minuti di celebrità, cercano di emulare Anita Ekberg, lanciandosi in acqua vestiti in maniera più o meno succinta. Insomma, è difficile godersi in tutto la bellezza della fontana, ma se si riesce a passare lì davanti la mattina, relativamente presto, o la sera di un giorno feriale, allora si è ripagati in pieno da uno spettacolo straordinario.

La storia della fontana di Trevi è molto, molto antica: siamo infatti attorno al 19 a.C. quando Agrippa, genero di Augusto, costruisce un acquedotto per portare l’acqua in città. Secondo la leggenda, la fonte (a circa venti chilometri da Roma) venne indicata ai costruttori da una giovane ragazza del luogo, che fu per riconoscenza celebrata nel nome della struttura, conosciuta infatti ancora oggi come Acquedotto Vergine. Ebbene, quello stesso acquedotto alimenta ancora oggi la fontana, che fu però costruita molti secoli dopo. Almeno fino alla fine del Cinquecento infatti la piazza di Trevi ospitava una semplice fonte quadrangolare, utilizzata anche come abbeveratoio per i cavalli; fu solo nel secolo successivo che si pensò a monumentalizzare quel luogo, divenuto uno dei più importanti della città data la vicinanza col palazzo del Quirinale, residenza pontificia.
Fu in particolare Urbano VIII Barberini, del quale avremo modo di riparlare, a chiedere un progetto a Gian Lorenzo Bernini, il quale ideò un organismo imponente (e costosissimo), che avrebbe implicato una vera e propria rivoluzione urbanistica di tutta la zona. Sfortunatamente, per mancanza di fondi, il progetto rimase solo su carta, ma non mancò di influenzare chi, dopo Bernini, venne chiamato a realizzare la fontana. Che, pur essendo stata realizzata in pieno Settecento, è infatti ancora pienamente barocca: siamo all’inizio degli anni ’30 del secolo quando papa Clemente XII Corsini affida all’architetto Nicola Salvi la costruzione della fontana. I lavori andranno avanti per trent’anni; nel frattempo cambia il papa (all’inaugurazione, nel 1762, presenzia Clemente XIII Rezzonico) e cambia anche l’architetto (Giuseppe Pannini subentra infatti nella direzione dei lavori dal 1751), ma tutto questo non nuoce all’unità della fontana, monumentale facciata (è infatti addossata ad un palazzo), dominata al centro dalla maestosa figura di Oceano su di un cocchio trainato da cavalli marini e da tritoni. Che sembrano a volte soffiare nelle loro conchiglie con una tale forza da voler scacciare la folla e ritrovare così un po’ di tranquillità.

Si cambia scenario e, spostandosi a ridosso dell’antico ghetto ebraico di Roma, si trova la fontana delle tartarughe. Delizioso esempio di scultura tosco-romana cinquecentesca, unisce alla fonte che costituisce la base, opera di Giacomo della Porta, un festoso corteo di uomini e animali, realizzati invece da Taddeo Landini: quattro delfini sorreggono altrettanti efebi, dalle forme agili e delicate, che a loro volta sembrano spingere quattro tartarughe nella vasca superiore, creando così un leggero moto circolare. Anche se aggiunte successivamente (pare, ancora una volta, ad opera di Bernini), le tartarughe si integrano perfettamente al complesso della fontana e ne costituiscono anzi il coronamento ideale, sia dal punto di vista formale che da quello teorico: viste assieme ai veloci delfini le lente tartarughe interpretano al meglio uno dei motti più noti del Rinascimento, quel festina lente, affrettati lentamente, che suggerisce di ponderare con accuratezza le decisioni da prendere, ma di agire poi con rapidità al momento di applicarle.

La fontana si trova in Piazza Mattei, e non a caso, visto che secondo la tradizione fu uno dei membri della famiglia il responsabile della sua realizzazione: si racconta infatti che questo giovane rampollo abbia voluto impressionare il futuro suocero, che lo riteneva solo un perdigiorno dedito al gioco d’azzardo, facendo costruire la fontana in una sola notte. Il che sembra francamente inverosimile, ma tuttavia sul palazzo di fronte fa ancora bella mostra di sé la finestra dalla quale l’uomo avrebbe mostrato al suo ospite la fonte appena terminata. In seguito quella stessa finestra venne murata per fare in modo che nessuno potesse più affacciarvisi e per ricordare quel giorno,in cui era stata messa in dubbio la rispettabilità stessa della famiglia.

Non potevamo concludere questo articolo se non citando l’artista che forse ha più contribuito all’innovazione del concetto di fontana e cioè Gian Lorenzo Bernini.
L’architetto-scultore ha infatti saputo realizzare, declinandoli in modi diversi, progetti in cui arte, ingegno, scultura e acqua si fondono insieme nel creare qualcosa di unico. Gli esempi sono molteplici, e non basterebbe un solo articolo per poterli contenere tutti, limitiamoci quindi ad uno solo.

La fontana delle Api, tra piazza Barberini e via Veneto, viene realizzata su commissione di Urbano VIII, che aveva bisogno di un sistema per raccogliere le acque di ritorno provenienti dalla fontana del Tritone (progettata dallo stesso artista qualche tempo prima, e della quale torneremo a parlare). Una semplice struttura di servizio quindi, ma nella quale Bernini non si risparmia, immaginando una conchiglia aperta sulla quale si poggiano tre api (simbolo araldico dei Barberini) a celebrare il mecenatismo del pontefice. La fontana, originariamente collocata all’imbocco della via Sistina, venne smantellata nel 1865 per ragioni di viabilità e depositata (dimenticata?) nei magazzini comunali. Nel 1915 si decise finalmente di ricollocarla all’inizio di via Vittorio Veneto dove fa ancora oggi bella mostra di sé.