FIORI. Breve storia
di // pubblicato il 30 Gennaio, 2010
"Perché chi è dotato di spirito e di giudicio può dagli uccelli E dai pesci e dai fiori [..] cavare gran filosofia "
Cardinale Gabriele Paleotti
Discorso intorno alle immagini sacre e profane, 1582.
Riflettori puntati su….un grande modo di fare mostre, di spiegare e interpretare l’arte.
Da cinque anni a questa parte la cittadina romagnola di Forlì ci ha abituato ad appuntamenti invernali di grande spessore scientifico. L’unione alchemica di un comitato scientifico composto da Daniele Benati, Fernando Mazzocca, Alessandro Morandotti e presieduto da Antonio Paolucci, è ormai garanzia certa di qualità.

Il “format Forlì”, se così lo vogliamo chiamare, si caratterizza infatti per la duplice valenza, sia valorizzatrice del patrimonio locale, che simultaneamente apertura verso l’esterno.
Dopo Palmezzano, Lega, Cagnacci, Canova, mancava all’appello l’ultimo capolavoro delle collezioni dei Musei di San Domenico. Stiamo parlando, come molti di voi avranno intuito, di quella splendida Fiasca spagliata con fiori di fattura seicentesca alla quale non si è ancora riusciti a regalare un autore.
Fior fiori (mi si permetta lo scadente gioco di parole!) di studiosi si sono applicati per cercare di dirimere la vicenda relativa all’affascinante dipinto, tanto famoso quanto misterioso. Oggi, come sottolineano i curatori, si crede che l’autore sia stato un grande artista a noi noto solo per la sua pittura di storia, dedicatosi per sfida o commissione anche a questo soggetto; ecco spiegato come mai il mistero giaccia ancora irrisolto. Splendido brano di natura morta colta dal vero (le fioriture, infatti, sono tutte ascrivibili a un medesimo periodo), il dipinto non si ferma a questo, accogliendo al suo interno anche profonde connotazioni simboliche. Come spiega perfettamente Benati infatti “il dipinto si carica di valenze simboliche: la luce, l’ombra; la vita, la morte; la forza vivificatrice della grazia contro l’opacità del peccato..” come a dire: anche nel peggior involucro può essere contenuto qualcosa di magicamente alto.

La fiasca, con la sua bellezza naturalistica, con il suo simbolismo sottile e, perché no, con il suo fascino misterioso, diventa un espediente per aprire la strada a una più ampia riflessione che riguardi il mondo floreale nel panorama europeo.
La mostra Fiori: Natura e Simbolo dal Seicento a Van Gogh attraverso un centinaio di opere cercherà, fino al prossimo 20 giugno, di raccontare questo cammino intrapreso dalla pittura floreale dal Seicento al Novecento.
Da sempre tema prediletto e caro agli artisti, per quella capacità di unire in sé in modo quasi antitetico la bellezza e la sua immediata caducità, il mistero della vita e la sua perdita altrettanto repentina, il fiore subì nel corso della storia dell’arte notevoli cambiamenti, non solo estetici, bensì percettivi.

Abituati come siamo alla ricchezza del nostro mondo, spesso dimentichiamo che un tempo le specie botaniche (molto minori per numero) erano quelle che madre natura aveva deciso di far germogliare in un posto piuttosto che in un altro, pertanto il floreale e il simbolismo ad esso legato cambiarono con l’evolversi e l’accrescimento delle varietà conosciute e degli studi relativi.
Se già nel Medioevo, infatti, piante e fiori furono molto studiati per le loro capacità terapeutiche, fu solo a partire dall’epoca moderna che, in seguito alle possibilità avanzate dalle scoperte di nuovi mondi, anche altre inedite e splendide varietà floreali fecero la comparsa nel territorio europeo sconvolgendo la visione che se ne aveva.
Sottogenere della natura morta, splendidi corollari per allegorie e ritratti, protagonisti del dipinti, i fiori hanno incarnato il ruolo che ogni età gli destinava. Nati iconograficamente all’insegna del simbolismo religioso, hanno attraversato le epoche per acquistare solo in quella moderna piena libertà e autonomia.

Il forte valore simbolico dei fiori, in voga già dal XV secolo quando venne codificato un vero “codice floreale”, giunti al Seicento era ormai universalmente conosciuto.
Questo valse ai fiori la loro fortuna anche all’interno dei quadri di figura dato che, proprio per l’apporto simbolico che aggiungevano, permettevano alle opere di beneficiare di un indubbio arricchimento semantico facendo diventare il dipinto, come dice Benati, un “ipertesto dalle molteplici implicazioni”.
Per tutto il secolo la collaborazione tra pittori di figura e pittori “fioranti” è tesa, nella stagione barocca, ovviamente a stupire. Non mancano quindi bouquet floreali inverosimili che non potranno trovare una vita al di fuori dell’immaginazione artistica poiché uniscono fioriture di periodi diversi; ben presto inoltre, i decori floreali divennero via via indispensabili per la decorazione delle pareti dei fastosi palazzi romani.
Nel Settecento la pittura di fiori si stabilizzò saldamente su una propria posizione autonoma, accentuando progressivamente quella componente decorativa che si era già manifestata nel corso del secolo precedente.
Dato l’indugio che il secolo dei lumi fece sullo “svelto” decorativismo floreale, fu il Seicento, secolo che trovò così tanti spazi per questo genere, a fungere da precedente al quale molta della pittura moderna e ottocentesca riguarderà. Questo nodo portante all’interno del percorso espositivo è reso emblematico, in mostra, da un efficace paragone, ascoltate bene, tra due sculture.

Tra i pochi esempi di questo genere per un tipo di arte che non ha sconfinato di sovente in questo campo, due rappresentazioni della Primavera, l’una di Bernini l’altra di Vincenzo Vela, rendono chiara la ripresa ottocentesca degli stilemi seicenteschi. Se non ci convincessimo ancora di questo, basti pensare che l’opera del Bernini fu ritenuta sempre opera ottocentesca, solo Zeri con il suo acume seppe riportarla al giusto autore.
Ma l’Ottocento offrì ancora una doppio percorso ai fiori: come soggetto pittorico, si andava via via progressivamente creandosi una cerchia di specialisti della natura morta (che raggiunse alti risultati nelle scuole di Lione e Vienna) e, in antitesi ma contemporaneamente, anche una più frequente incursione dei pittori di storia o di figura in questo ambito. È da questa sezione infatti che compaiono sicuramente nomi che non ci immagineremmo: Hayez, Delacroix, Waldmuller, il Piccio…
Da questo “assillo plastico e cromatico” partirà la ricerca della generazione ancora successiva dove si vedrà, finalmente, conferire a un elemento quotidiano come il fiore una propria dignità pittorica per diventare poi, con l’Impressionismo, addirittura uno dei temi prediletti.

Lascio concludere ai curatori: “alla meravigliosa semplicità conquistata in tante battaglie allora perdute dagli Impressionisti e da Van Gogh, si contrapponevano contemporaneamente i percorsi elitari dell’Estetismo e del Simbolismo, entrambi intesi a coniugare le ragioni della pittura con ambizioni letterarie”. Questa pittura infatti, contrapponendosi al naturalismo precedente così tanto concreto, volle rendere ossessivamente immagini di fiori tanto fedeli da fare a gara con le illustrazioni scientifiche, infondendo nuova magia a boccioli che sembravano, così, essere scoperti e conosciuti per la prima volta.
Fantastici e pienamente simbolisti, i fiori di Moreau e ancor più quelli di Redon, ormai smaterializzati e onirici, diventano quasi un “sogno personale”.
Sottolineiamo, finalmente, la presenza in mostra anche di inediti o poco conosciuti, come i due esemplari di Van Gogh provenienti dal Cairo e dall’Aia; un po’ di aria nuova anche per l’Impressionismo!

Prossimamente per ulteriori approfondimenti.