Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ‘400
di // pubblicato il 15 Settembre, 2011
In buona parte dei manuali, l'inizio della storia dell'arte moderna coincide con il concorso bandito dall'Arte dei Mercanti nel 1401 per la realizzazione del portale bronzeo del battistero di Firenze. Dimenticando per un attimo la forzatura del voler a tutti i costi individuare l'inizio e la fine dei vari movimenti dell'arte italiana, è innegabile il fatto che la competizione coinvolse artisti, da Ghiberti a Brunelleschi a Jacopo della Quercia, che caratterizzeranno la successiva stagione artistica fiorentina, proponendo costruzioni formali e linguaggi figurativi vicine alla cultura classica e antiquaria del pieno umanesimo. Ma nulla accade per caso: perchè Firenze e non Roma, o Milano, o Palermo? La ragione va ricercata nel fatto che la cittadina toscana vive ormai da tempo una condizione di stabilità sociale, politica ed economica che gli altri centri ancora non hanno raggiunto: è ormai dimenticata la grande epidemia di peste del 1348, superata la crisi economica causata dalla caduta dei banchi dei Peruzzi e dei Bardi. A Firenze si stabiliscono in questi anni i più importanti studiosi dell'epoca, come Emanuele Crisolora che arriva chiamato da Coluccio Salutati per insegnare il greco. La riscoperta e la rinascita della cultura classica comincia soprattutto, più che con la visione diretta di opere antiche, grazie allo studio di testi latini e greci e alla conoscenza diretta dei maggiori esponenti del mondo orientale, arrivati in città per il concilio del 1439. La caduta di Costantinopoli del 1453, ed il conseguente esodo di eruditi, studiosi ed ecclesiastici verso le coste italiane contribuirà ulteriolmente alla commistione della cultura occidentale con quella bizantina. Particolarmente importante risulta a questo proposito Giorgio Gemisto, meglio noto come Pletone, filosofo neoplatonico "quasi Platonem alterum" come lo definì Marsilio Ficino, altra personalità cardine del periodo, chiamato da Cosimo il Vecchio nel 1459 a dirigere l'Accademia neoplatonica.

Dal punto di vista puramente artistico la città è dominata da alcune personalità di assoluto rilievo, che si contendono le numerose committenze e contribuiscono a dar forma e rendere visibili le idee della cultura ormai dominante: oltre a Masaccio e al già citato Brunelleschi, che appartengono però ad una generazione precedente, vanno citati Andrea e Piero del Pollaiolo, Andrea del Verrocchio e fra' Filippo Lippi. Quest'ultimo può essere in particolare considerato come un vero e proprio ponte tra il primo ed il secondo Rinascimento fiorentino: nato nei primissimi anni del XV secolo ed entrato in convento giovanissimo, secondo quanto racconta Giorgio Vasari, ha la possibilità di studiare a fondo gli affreschi di Masaccio della Cappella Brancacci nella chiesa del Carmine; divenuto pittore egli stesso si afferma presto per l'uso elegante della linea e la dolcezza dei suoi dipinti. Costituisce quindi attorno a sè una vasta bottega all'interno della quale si forma Sandro Botticelli, l'artista forse che meglio incarna lo spirito neoplatonico della corte dei Medici, almeno fino alla crisi spirituale e artistica che coincide con gli anni della morte di Lorenzo il Magnifico e della predicazione di Savonarola.

Dal 1472 tra i numerosi apprendisti della bottega di Botticelli, allora ancora pienamente sulla cresta dell'onda, figura anche Filippino Lippi, nato nel 1457 dalla scandalosa e chiacchierata relazione tra Filippo e Lucrezia Buti, monaca del convento di Santa Margherita a Prato. Col Botticelli Lippi collabora alla realizzazione di alcuni dipinti ed in particolare l'Annunciazione delle Gallerie dell'Accademia; tappa fondamentale della sua carriera sarà tuttavia quello che lo porterà a completare gli affreschi di Masaccio della Cappella Brancacci. L'opera, interrotta negli anni '20 del Quattrocento per la morte improvvisa del pittore, è considerata uno dei capisaldi della pittura fiorentina del secolo, tanto da attrarre in continuazione pittori, come testimoniato, ancora una volta, da Giorgio Vasari: "Tutti i più celebrati scultori e pittori che sono stati da lui in qua, esercitandosi e studiando in questa cappella, sono divenuti eccellenti e chiari: cioè Fra Giovanni da Fiesole, Fra Filippo, Filippino che la finì, Alesso Baldovinetti, Andrea del Castagno, Andrea del Verrocchio, Domenico del Grillandaio, Sandro di Botticello, Lionardo da Vinci, Pietro Perugino, Fra Bartolomeo di San Marco, Mariotto Albertinelli, ed il divinissimo Michelagnolo Buonarroti [...]. Insomma, tutti coloro che hanno cercato imparare quella arte, sono andati a imparar sempre a questa cappella, ed apprendere i precetti e le regole del far bene dalle figure del Masaccio. E se io non ho nominati molti forestieri e molti Fiorentini che sono iti a studiare detta cappella, basti che dove corrono i capi dell'arte, quivi ancora concorrono le membra".

Un'autentica adorazione e, come visto, una continua processione di artisti, appassionati e studiosi affolla quindi la cappella ancora prima che questa venga completata, all'inizio degli anni Ottanta. L'onore spetta appunto a Filippino che non è, si badi bene, tra quelli citati dal Vasari certo il più noto e apprezzato ed è anzi ancora molto giovane al momento della commissione, ma può vantare un vantaggio sugli altri: propio la giovane età ed il fatto di non avere ancora uno stile completamente formato, gli permettono di accostarsi quanto più possibile allo stile di Masaccio, che già conosce per via, possiamo dire, "ereditaria". Abbiamo infatti già ricordato come Filippo Lippi avesse lavorato e vissuto nel convento del Carmine, dove (sono sempre parole del Vasari) "aveva preso la mano di Masaccio sì che le cose sue in modo simili a quelle faceva che molti dicevano lo spirito di Masaccio essere entrato nel corpo di fra' Filippo". Grazie a questa prestigiosa commissione Filippino riesce ad occupare una posizione di prestigio nel panorama artistico fiorentino, guadagnandosi contemporaneamente la fiducia e l'appoggio del Magnifico che sarà, come vedremo, determinante per la sua carriera. Di poco successiva agli affreschi del Carmine è la commissione per la cappella Strozzi di Santa Maria Novella, datata 1487. I lavori vengono tuttavia interrotti presto per un impegno ancora più importante che lo porta a Roma: artefice del trasferimento sembra essere Lorenzo il Magnifico ed il suo desiderio di mantenere una buona relazione col cardinal Oliviero Carafa, dal quale dipende l'assegnazione della porpora a Giovanni de' Medici, allora appena tredicenne. Filippino, per blandire il cardinale, dovrà affrescare la sua cappella all'interno della chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

A Roma Filippino realizza il suo capolavoro, fondendo all'esperienza precedente lo studio approfondito dell'arte classica, come risulta evidente dal sapiente uso del monocromo e delle grottesche nelle finte partiture architettoniche, certamente derivate dalla visione delle grottesche della Domus Aurea, allora appena riscoperta, e dallo studio delle altre architetture antiche che punteggiano la Roma della fine del secolo.
L'esperienza romana rappresenta quindi un vero e proprio spartiacque per la carriera del pittore, che può far rientro a Firenze per completare la cappella Strozzi, nella quale tornano infatti le figure a monocromo e gli atteggiamenti ripresi dalla statuaria classica, come nel Noè sulla volta, del tutto simile ad una divinità fluviale.
Gli ultimi anni di carriera vedono un susseguirsi di commissioni (dalle grandi pale d'altare ad incarichi minori, come la realizzazione di apparati funerari) alcune delle quali lasciate incompiute proprio perchè sommerso da troppi impegni. A testimonianza del suo valore, e del fatto che orami venisse considerato una autentica autorità in fatto d'arte, sono le parole di Vasari, che descrive così il suo funerale del 21 aprile 1504: "E mentre si portava a seppellire si serrarono tutte le botteghe nella via de' Servi, come nell'essequie de' principi uomini si suol fare alcuna volta".