Fiammette e le altre. Storie di donne romane
di // pubblicato il 12 Agosto, 2010
L'estate è per eccellenza la stagione del pettegolezzo, della cronaca rosa, del gossip: non si tratta certo di un costume recente, visto che anche nell'antica Roma i comportamenti dei personaggi più in vista erano analizzati in ogni minimo particolare da ammiratori e (più spesso) detrattori. A pensarci bene, la città eterna ha sempre offerto molto materiale agli amanti della chiacchera, ma forse il periodo più fecondo è stato il Rinascimento: pur senza riviste patinate, chiunque sapeva tutto su tutti o, se non lo sapeva, lo inventava.
In una città composta quasi esclusivamente da uomini (dai cardinali agli artisti in cerca di una commissione, dai pellegrini agli ecclesiastici, dai mercanti ai banchieri) sono tuttavia le donne ad essere oggetto della maggiore parte dei pettegolezzi, e tanto più una donna è bella, ricca o potente, tanto più sarà chiacchierata. La palma della vittoria va, almeno per quanto riguarda il Quattrocento, alle donne che ruotano attorno alla famiglia Borgia: Lucrezia, Vannozza e Giulia.
Lucrezia Borgia è certamente la più nota delle tre. Figlia del cardinale Rodrigo Borgia (il futuro papa Alessandro VI), nasce il 18 aprile 1480, e viene presto affidata ad una cugina di suo padre, Adriana Milà, che provvede alla sua educazione: qui, nel palazzo Orsini, a due passi da san Pietro, Lucrezia viene introdotta nella nobiltà romana e fa la conoscenza di alcuni dei personaggi più in vista della società del tempo. Il suo nome basta per richiamare alla mente intrighi ed avvelenamenti, ma una fama del genere deriva in gran parte dalle gesta del padre, papa Alessandro VI, e dal fratello Cesare (altrimenti noto come Valentino) che la utilizzarono come merce di scambio per intrecciare alleanze con nobili e signori di mezza Italia: fu così che in breve tempo sposò Giovanni Sforza, ma avvenne che dopo poco tempo, il loro matrimonio, divenuto inutile a fini politici, venne dichiarato nullo. Fu poi la volta di Alfonso d'Aragona, del quale Lucrezia si innamorò profondamente. Tuttavia, anche la sua presenza divenne presto troppo ingombrante e per questo Alfonso venne ucciso, pare su ordine dello stesso Cesare (i più informati dicono addirrittura che fu lo stesso Cesare a portare a compimento l'impresa, in precedenza affidata a sicari che però non avevano raggiunto l'obiettivo sperato). Alessandro VI e suo figlio misero quindi gli occhi su Alfonso d'Este e sul territorio di Ferrara. Alfonso, che in un primo momento non sembrava tanto essere troppo convinto, e anzi fosse riluttante all'idea di prendere in moglie una donna così chiacchierata e potenzialmente pericolosa, accettò quello che sembrava il destino migliore per la sua città e per gli Este, ma pensò giustamente di tenersi lontano da Roma e di portare con sè Lucrezia che a Ferrara, fuori dall'influenza dei familiari, poté mostrarsi una perfetta signora rinascimentale, mettendosi in luce soprattutto per il suo mecenatismo. E, si dice, per un paio di amanti illustri.

Vannozza Cattanei è la madre di Lucrezia e dei suoi tre fratelli, tutti nati dalla relazione che ebbe con il Rodrigo Borgia conosciuto durante un viaggio del cardinale a Mantova. A quanto pare fu una donna molto bella e furba, che accettò senza protestare matrimoni di copertura (organizzati, come al solito, dal papa suo amante) e di passare in secondo piano quando papa Borgia si invaghì di una ragazza più giovane. In compenso, riuscì ad accumulare una ingente fortuna che le consentì di acquistare numerose residenze e qualche locanda, come quella nei pressi di Campo di Fiori, dove ancora oggi è visibile il suo stemma che riporta in bella mostra anche il toro dei Borgia. Era la Locanda della Vacca, ma questo non autorizza certo a fare congetture sulla condotta morale della proprietaria; tuttavia, secondo le voci dell'epoca, gli avventori della locanda avevano la possibilità di intrattenersi con le molte cortigiane che gravitavano là attorno con il benestare di Vannozza. Secondo la tradizione, una delle sue molteplici abitazioni si trovava a poca distanza dalla chiesa di San Pietro in Vincoli: non c'è nessuna certezza a proposito, ma guardando il palazzo, così misterioso a leggermente inquietante, come se fosse pronto ad incombere sull'ignaro passante, non si può fare a meno di pensare a Vannozza ed ai misfatti dei suoi figli e del loro ingombrante padre.
Colei che sostituì Vannozza come favorita di Alessandro VI fu Giulia Farnese, moglie di Orsino Orsini, esponente di una delle più potenti famiglie dell'epoca. La sua bellezza, gli occhi scuri, i lunghi capelli folti e la pelle chiarissima, che metteva in evidenza dormendo su lenzuola nere, fu ben presto notata dal papa Borgia, che aveva al momento quasi sessant'anni (mentre Giulia era poco più di un'adolescente). Non si può negare il fatto che la loro relazione fu proficua su molti fronti: da una parte il pontefice non poteva desiderare donna più affascinante e seducente accanto a sé; dall'altra Giulia, che i romani chiamavano malignamente “sposa di Cristo” riuscì ad assicurare lustro senza eguali alla sua famiglia, dal momento che suo fratello ottenne la porpora cardinalizia proprio grazie ad Alessandro VI. Qualche tempo dopo quello stesso cardinale divenne papa, col nome di Paolo III.
Accanto alle donne in qualche modo legate alle vicende dei Borgia, le grandi protagoniste delle dicerie e delle fantasie della Roma rinascimentale sono le cortigiane. Cominciamo dai numeri, in questo aiutati dai documenti e dalle cronache del tempo, che riportano a dire il vero cifre impressionanti: Stefano Infessura parla ad esempio di “6800 prostitute, eccettuate quelle che vivono come concubine e quelle che, non in pubblico ma nascostamente, in gruppi di cinque o sei esercitano quel mestiere, e ciascuna di loro ha uno o più protettori”. Dal censimento del 1527 emerge tuttavia una cifra molto ridotta, che si aggirava attorno alle 1500 unità. Di certo non tutte le prostitute potevano vantare la stessa posizione all'interno della società: si andava da quelle di infimo livello, le “cortigiane de lume o de candela” alle “ cortigiane da gelosia e da impannata”, che attiravano i clienti dalle finestre socchiuse, quelle “domenicali”, che esercitavano solamente la domenica, ed infine le “cortigiane oneste”, ossimoro curioso che indica quelle prostitute dotate di buona cultura e di una certa educazione, che erano ben accette anche ai livelli più alti della società romana.
A differenza delle prostitute di basso rango, le cortigiane oneste potevano accumulare una grande fortuna nel corso della loro carriera e vivere circondate dal lusso; a tal proposito basta leggere un testo di Matteo Bandello, che descrive la sontuosa residenza di una di queste donne: “Era la casa appartata et in modo del tutto provvista, che qualunque straniero in quella entrava, veduto l'apparato e l'ordine de servidori, credeva ch'ivi una prncipessa abitasse. […]. Vedevansi poi a torno molti coffeni e forzieri riccamente intagliati e tali, che tutto erano di grandissimo prezzo”. Addirittura si racconta che una volta l'ambasciatore di Spagna, avendo voglia di sputare, lo fece in faccia ad un suo servo per paura di sporcare i tappeti della suo ospite. La maggior parte delle cortigiane romane viveva tuttavia in condizione misere, soprattutto nella zona di Campo Marzio, nei pressi di Ponte Sisto e di Campo de' Fiori: a testimonianza di ciò nei pressi della piazza odierna esisteva addirittura un “vicolo calabraga” o calabraghe, il cui nome venne poi mutato nel certo più onorevole vicolo Cellini. Grazie al già menzionato censimento conosciamo i nomi di alcune di queste cortigiane, anche se si tratta nella maggior parte dei casi di pseudonimi scelti per richiamare i fasti dell'antichità: molte scelgono di chiamarsi Lucrezia, Cornelia, Adriana, Faustina, Flora, Medea o Diana; altre invece optano per nomi più evocativi, quali Luna Nova, Primavera, Selvaggia o Donna Onesta. Tra le più celebri Tullia d'Aragona e Matrema non vole, soprannome singolare che indica la volontà materna di tenere lontana la figlia da certi mestieri poco edificanti. A quanto pare però la madre non ebbe tanto successo.

Figure davvero leggendarie sono però sostanzialmente due, Fiammetta e Imperia. La prima arriva giovanissima a Roma da Firenze assieme alla madre e da questa avviata alla professione: in breve tempo Fiammetta riesce ad entrare nelle grazie di potenti cardinali, ed in poco tempo riesce ad accumulare una vera fortuna che le consente di acquistare alcune case, come quella che ancora oggi fa bella mostra di sé nella piazza omonima, nei pressi di via dei Coronari. Il vero salto di qualità, se così si può chiamare, fu però la relazione con Cesare Borgia. Dopo la sua morte, Fiammetta sarebbe stata addirittura sepolta in una delle chiese principali della città, Sant'Agostino che pare fosse in realtà una delle preferite dalle tante cortigiane della zona. Terminiamo con Imperia, la divina. Bella, colta e intelligente, riuscì ad ammaliare nientemeno che Agostino Chigi, che era semplicemente, all'inizio del Cinquecento, l'uomo più ricco di Roma. Nonostante lui la coprisse di ogni genere di doni e lei vivesse praticamente da regina, nella splendida Villa Farnesina, la vita di Imperia si concluse tragicamente con un suicidio. Anche sulla sua scelta di avvelenarsi si fecero molte congetture; si insinuò che tutto fosse dipeso dalla nuova fiamma del Chigi, si fece addirittura il nome di Raffaello, che avrebbe preferito ad Imperia la Fornarina che poi eternò in un celebre ritratto. Tuttavia la vera ragione starebbe da ricercare nell'amore non corrisposto per Angelo del Bufalo. La sua tragica morte fu un durissimo colpo per tutta la città tanto che, nonostante il fatto che fosse morta suicida, papa Giulio II le concesse ugualmente la benedizione. La sua tomba monumentale, fatta erigere da Agostino a San Gregorio al Celio, fu poi sostituita con quella, meno scandalosa, di un semplice canonico. Ma c'è da credere che molti a Roma rimpiangessero la mancanza di un luogo dove poter piangere la divina Imperia.
