Felice Carena
di - pubblicato il 11 Marzo, 2010 in Da mettere in agenda
In Palazzo Franchetti a Venezia un’importante mostra di Felice Carena, l’artista piemontese nato presso Pinerolo nel 1979 e morto a Venezia nel 1966. Ed è qui, in questa città dove si trasferisce dal 1944, che la sua arte assume, nella acquisita e sublimata accettazione della sofferenza, il tono più alto e significativo.
Carena aveva iniziato giovanissimo la sua attività. La prima sezione della mostra espone infatti dipinti che risalgono all’inizio del Novecento, addirittura alcuni nel primo anno (“Ritratto della sorella”).
È quasi naturale che la sua pittura risenta di echi patetici e simbolisti, e pur tuttavia già si rivela, in quei primi dipinti, la volontà di personalizzare un percorso che, tra evidenti citazioni divisioniste (Segantini, Bistolfi), assuma una soggettiva dimensione, anche orientata ad una denuncia sociale, come molti artisti e scrittori di quegli anni andavano facendo.

La svolta, la prima nel suo lungo percorso d’artista, viene segnata nel 1912, quando si afferma alla Biennale di Venezia con opere che evidenziano la sua attenzione verso l’arte francese di fine secolo, a cominciare da Cézanne e da Gauguin.
Dipinti di colore opaco, arido, prosciugato da ogni enfasi, sintetico nella forma e stagliato, secco nella composizione. Ancora di più si accentua questa sua dimensione di stringata compostezza nel periodo immediatamente successivo alla prima guerra mondiale, alla quale partecipa combattendo sull’Ortigara. Abbiamo scorso così la seconda e la terza sezione.

Negli anni Venti (e fino agli anni Quaranta circa) si sviluppano correnti che, con denominazioni simili (realismo ideista, realismo magico, realismo sintetico, ecc.) si collocano nell’ambito del “ritorno all’ordine”, quasi parola d’ordine lanciata da Cocteau, ripresa poi in Italia, con particolare sollecitazione, per noi, a guardare maggiormente la tradizione italiana, dai Primitivi, a Giotto soprattutto, ed al Rinascimento, per il recupero della forma-volume da un lato, della sintetica stringatezza emotiva dall’altro.
A queste correnti e sottocorrenti fu dato il nome più ampio e generico di Novecento, di cui fece parte anche Carena, realizzando opere che si addensano nella quarta sezione della mostra, dove si espone pure una rarità ormai storica, che denota un clima, un ambiente, espressione pure dell’ideologia dominante in quegli anni.
Si tratta del dipinto intitolato “Dogali”, in cui il pittore, allora non ostile al fascismo, esprimeva per il doloroso evento della sanguinosa battaglia un commosso struggimento più che l’esaltazione di un eroico sacrificio, come invece allora si voleva, suscitando quindi critiche e polemiche accese.

Dopodiché il pittore distrusse l’opera, parendogli costretta e limitata la sua creatività artistica, salvandone solo una parte che ora, ritrovata dopo una ormai creduta dispersione definitiva, viene presentata in mostra.
Dopo una breve quinta sezione, dove si espongono opere soprattutto di significato religioso e biblico, eseguiti sull’onda di una momentanea attenzione dell’artista per Delacroix, si passa alla sesta ed all’ultima sezione.

Nella prima vediamo ancora dipinti di richiamo biblico, quasi una graduale maturazione dell’artista verso una riflessione interiore, una pietà umana che si riflette poi anche nella sua produzione del momento e successiva. Nella seconda la conclusione di un percorso artistico pieno di elaborazioni, di graduali conquiste, di sempre maggior impegno per un affinamento massimo nell’espressione, nel colore e soprattutto nell’affaticato mestiere di vivere.
Com’era successo anche per Sironi, dopo la guerra l’artista viene emarginato per le sue precedenti scelte, peraltro da tempo abbandonate, e nel silenzio e nella quiete veneziana, a contatto con i grandi coloristi cinquecenteschi, matura l’ultima fase della sua arte, in un colore acceso, quasi dolente espressionismo, o piuttosto, nella vibrazione poetica del colore, evocazione di un impressionismo lirico e profondamente umano.
Le splendide natura morte che chiudono la mostra, citazione della scuola romana dai toni caldi e sensuali (Mafai, Scipione….), sono magistrale esempio di equilibrio formale e di morbido, composto cromatismo.