FEDERICO ZERI. Restituito il maltolto

di Marica Guccini // pubblicato il 18 Ottobre, 2009

Tra le righe del nostro Magazine parlando di arte immancabilmente parliamo di esposizioni.
Monografiche, tematiche, storiche, scientifiche, queste difficilmente si palesano come strumento d’indagine all’interno del metodo stesso.
10 ottobre 2009, inaugura a Bologna la mostra “Federico Zeri, dietro l’immagine. Opere d’arte e di fotografia” dedicata al riduttivamente detto storico dell’arte Federico Zeri.
Una mostra, figlia della Fondazione Federico Zeri, volta a ricostruire oltre alla densa personalità del grande studioso, l’ancor più ragguardevole metodo di lavoro che fece di lui uno dei maggiori, mi si conceda il gioco di parole, “connoisseur conosciuti”.
Sono gli spazi del Museo Civico Archeologico bolognese a custodire questa vera e propria ricostruzione delle “membra zeriane”: dalla sua stessa figura, poliedrica e già di per sé anomala, all’immensa fototeca che, unitamente alla grande biblioteca, ne fu l'essenziale strumento di studio, e infine l’amata villa di Mentana fatta costruire da Busiri Vici nei tranquilli dintorni romani dove Zeri, sorta di novello cardinale Albani, volle raccogliere le proprie collezioni di fotografie, volumi, arazzi, dipinti, epigrafi e sculture antiche.
La mostra delineerà la complessità della sua figura “emarginata, ma forte di una conoscenza che non aveva confini” (Anna Ottani Cavina) restituendogli il maltolto in un’Italia dove, per tanti, Zeri fu solo una figura eccentrica da emarginare.

Occhio dotato di un’impeccabile dose di perfezione, pur essendo meramente uno strumento umano, quello zeriano si accompagnò a un ipotalamo altrettanto ricco delle nozioni più disparate. In virtù della sua grande ed eterogenea cultura, Zeri ebbe il dono dell’immediatezza, quella capacità di andare direttamente oltre l’immagine, dietro ad essa, a divorarne l’essenza e le motivazioni.
Era sufficiente uno sguardo fulmineo e il meccanismo di sintesi innescato gli permetteva spontaneamente di associare, alla stregua di un moderno database, mille altre immagini fotografate nella sua memoria, ricostruendo le fila di una storia dell’arte storicamente connotata.
Dotato, rubando le parole alla curatrice Anna Ottani Cavina, di una “proditoria, fulminante, e persino feroce attività attributiva e la sovrana capacità di condensare in pochissime righe la soluzione complicata dell’enigma”, continuando con Giovanni Testori, “s’era fabbricato un suo personalissimo e inimitabile stile, dove il poco tiene il posto del molto, anzi lo riassume”, afferriamo come l’immediatezza di sguardo fosse anche immediatezza di parola. Un linguaggio, quello di Zeri, lineare e sintetico, semplice e agilmente fruibile anche dai non addetti ai lavori. Del resto giova ricordare l’impatto mediatico che egli, primo tra gli storici dell’arte, riscosse, imponendo se stesso anche sulla rotta dei media, utilizzati spesso come strumento d’indagine ma, ancor più, di una polemica dettata dall’apprensione per le sorti di un patrimonio culturale troppe volte abbandonato ad una situazione traballante.

Il suo lavoro e la sua indagine furono sempre accompagnati da una stretta ottemperanza etica che non lo consegnò mai all’asservilismo verso un ipse dixit prestabilito, riversandosi invece nell’attenta e puntuale campagna per la tutela del patrimonio italiano. Convinto e convinti che la conoscenza sia il primo indispensabile passo verso una vera forma di tutela del patrimonio, Zeri non mancò di condurre indagini capillari, e di denunciarle ad alta voce.
Lo stesso atteggiamento di pensiero, libero e ligio alla propria eticità, gli permise di non risparmiare giudizi aspri nemmeno a valenti studiosi; giudizi questi che spesso s’incontrano tra le pagine di qualche volume della sua biblioteca. “Uno stupidario” è l’annotazione autografa che Zeri appone al frontespizio di “Come si comprende la pittura” del Venturi, che fa bella mostra di sé come chicca deliziosa all’interno del percorso bolognese.

L’altro incessante lato della sua attività proseguiva poi tra i muri della villa a Mentana, dove egli custodì e raccolse quella che, sin dagli inizi in gioventù, fu la sua preziosissima fototeca.
Berenson sosteneva che la storia dell’arte è un grande gioco d’azzardo, nel quale vince chi possiede più fotografie” sono le parole dello stesso Zeri a svelare il suo termine di riferimento iniziale, poi inevitabilmente superato. Per tutta la vita non cessò mai la raccolta di fotografie che, suddivise in contenitori, buste e fascicoli, rispecchiano, nella disposizione e nei titoli, una precisa idea di storia dell’arte derivata dalla tradizione storiografica dell’arte italiana. Questa scansione fu la medesima presa come punto di riferimento per la grande biblioteca, completamento della fototeca stessa.

La mostra

Alla mostra abbiamo voluto salvare il ritmo incalzante delle incursioni, la fosforescenza delle intuizioni di Zeri”. Questo l’intento che si legge in cartella stampa, e questo quello stesso intento che si “legge” all’interno del percorso espositivo medesimo.

Suddivisa in tre sezioni, la mostra si avvale di sorprendenti immagini che daranno l’idea della biografia dell’intellettuale. Non sarà più possibile, ammirando gli scatti dei grandi e preziosi contenitori di cuoio commissionati ai carcerati entro i quali Zeri custodiva la raccolta fotografica, tralasciare l’importanza capitale che questa ebbe nel suo percorso di studio.

Seguiranno poi, per entrare nel vivo del meccanismo di lavoro attribuzionistico, 12 suoi casi esemplari.
Di volta in volta accanto all’opera in esame una teca, con materiale fotografico e annotazioni, permetterà di ricostruire il percorso seguito da Zeri per giungere ad una soluzione che, il più delle volte, risultava fondata.
Noto per gli studi dedicati alle aree periferiche della pittura italiana, solo una parte di tali ricerche sfociò in qualche pubblicazione, di molte altre intuizioni rimane traccia solo all'interno della fototeca.
I dipinti in mostra coprono un arco cronologico che partendo dal XII secolo giunge sino al XVII, testimoniando la validità del metodo su più fronti.
Gli studi medievali sono rappresentati dal notevole caso delle tre tavole, parti di un polittico smembrato, opera di Pietro Lorenzetti e idealmente ricomposto proprio da Zeri. Non mancano nemmeno i pittori controriformati, suo argomento prediletto sin dagli esordi con "Pittura e Controrifroma", mentre il Seicento fornisce il meraviglioso caso del Maestro di Hartford. Ritenuto dallo studioso romano niente meno che il giovane Caravaggio al lavoro nella bottega del Cavalier d'Arpino, Zeri avanzò quest’ipotesi sulla scia delle fonti, in particolare del Bellori che riferisce della grande produzione giovanile caravaggesca di nature morte. A questo gruppo sono riconducibili un ristretto ma compatto nucleo di dipinti di tal soggetto. Deliziosa l’Allegoria della Primavera della collezione Francesco Micheli di Milano, eseguita a due mani da Carlo Saraceni, per le due figure umane, e dal Maestro di Hartford stesso per quanto riguarda il brano di natura morta, dove le molte specie botaniche si sono rivelate copia fedele di essenze arboree germoglianti nel medesimo periodo, sollevando così l’ipotesi dello studio dal vero.

E ancora l'Immacolata Concezione di El Labrador della Galleria Sangalli Lorenzelli di Bergamo che Zeri, oltre a ricondurre a questo poco noto pittore spagnolo, seppe per primo sciogliere riportando in luce la densità di significati mariani che quest’immagine, fatta di gigli e rose, in realtà veicola. Ultimo caso emblematico le splendide sculture Autunno e Inverno di Pietro e Gianlorenzo Bernini le quali, di proprietà di una collezione privata romana, prima dello studio zeriano venivano addirittura ricondotte a scultori ottocenteschi. 

 Nell’ultima parte sono esposte le fotografie stesse, spostando cosi l’attenzione al valore che Zeri tributava alla fotografia in quanto oggetto d’arte e meritevole di tutela, prima ancora che in Italia si affermasse questa tendenza.
Questi grandi formati, tipologia peculiare dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, sono oggetti di per sé rari per bellezza e preziosità, ed arricchiscono ulteriormente il valore della fototeca.

Infine 37 fotografie, da fine Ottocento alla prima metà del Novecento, mostrano luoghi e monumenti di Roma e del Lazio, documento storico e suggestivo di luoghi perduti che diventano testimonianza di mutamenti e trasformazioni avvenute sul territorio. 

Non manca di certo in questi primi scatti quel gusto romantico per la rovina che pervadeva ancora la pittura di paesaggio e la sua stessa immagine.

La fondazione

La mostra bolognese diventa occasione inoltre per presentare ufficialmente al pubblico la Fondazione Federico Zeri che, ponendosi come intento primario la conservazione e la valorizzazione del lascito zeriano, è uno dei punti d'orgoglio dell'Università di Bologna alla quale Zeri stesso lasciò, del tutto inaspettatamente, la propria fototeca e biblioteca, oltre che la villa di Mentana e la collezione di epigrafi romane.

Dal 1999 il “team zeriano” si adopera per rendere disponibile agli studiosi il lascito del grande intellettuale, come egli stesso desiderò.
Con le sue 290.000 fotografie Zeri definì la sua fototeca “il più grande archivio privato al mondo”, unica per abbondanza di generi ed estensione cronologica (dall'antichità all'arte contemporanea).
Centro altamente specializzato nello studio della storia dell'arte, la Fondazione ha sede nello splendido convento bolognese di Santa Cristina. Dal 2002 ha avviato un processo di catalogazione digitalizzazione e messa on-line della fototeca, mentre dal 2007 si è avviata l'inventariazione e la catalogazione della biblioteca, sussidio indispensabile alla fototeca stessa.

Zeri, come pochi altri, fu uno specialista che ebbe una profonda incidenza sulla realtà, nel suo solco lavora la Fondazione perseguendo la convinzione che la cultura possa avere una profonda capacità umanizzatrice capace poi di trasferirsi nelle condotte.
Ci auguriamo che la sfida sia colta. 

"E per la visita di quel roseto oltre le sfingi di pietra che appartennero un tempo a casa Torlonia, per quel branco di giraffe, di cervi e gazzelle (sono i mosaici siriaci di età giustinianea) che sbucano da sotto gli ulivi, per quelle sfuriate oracolari e sacrileghe di Federico Zeri nell’aria torrida del Ferragosto, uno darebbe alcune delle cose più care."
(Anna Ottani Cavina)

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Federico Zeri nella sua biblioteca, Mentana
    (Fotografia Massimo Listri).
  • Federico Zeri nel giardino della sua villa a Mentana.
  • JUAN FERNANDEZ, EL LABRADOR (attr.),
    Rose e gigli, omaggio a Maria
    Bergamo, Graziella Lorenzelli.
  • BRAUN, Tiziano (anonimo veneziano XVI secolo)
    Toletta di Venere, 1866-1899
    Stampa al carbone su cartone
    Bologna, Fototeca Zeri.
  • FOTOGRAFO NON IDENTIFICATO
    Acquedotto Claudio, veduta dal fiume Almone, 1900 circa.
    Stampa alla gelatina al bromuro d’argento
    Bologna, Fototeca Zeri.
  • Biblioteca della Fondazione Zeri
    Università di Bologna
    Villa Zeri a Mentana


In copertina
Federico Zeri

Catalogo edito da Umberto Allemandi & C.

Mappa

Dove e quando

  • Date : 09 Ottobre, 2009 - 11 Gennaio, 2010
  • Indirizzo: Museo Civico Archeologico, via dell'Archiginnasio 2, Bologna
  • Sito web

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