Faust
di // pubblicato il 04 Novembre, 2011
Vincitore del Leone d’Oro alla 68ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Faust di Aleksandr Sokurov è il quarto e conclusivo capitolo di una tetralogia sulla natura del potere che il grande regista russo aveva ideato già sul finire degli anni ’80.
L’intento di mettere a nudo la banalità del potere, la sua volgarità e l’inconsistenza dietro la prevaricazione è Il filo conduttore che lega le diverse pellicole.
Al Festival di Cannes 1999 durante la presentazione di Moloch, primo capitolo della serie, parlando di Adolf Hitler personaggio protagonista del film Sokurov lasciò interdetti molti dei presenti affermando che si trattava di un uomo comune, “un vicino di casa che si può sempre incontrare uscendo per strada.”
Taurus, il secondo titolo della tetralogia, è incentrato sulla figura di Lenin nella sua ultima settimana di vita, vecchio, malato e ostaggio delle sue stesse guardie che piantonano il palazzo dov’è tenuto “sotto controllo” dall’emergente Stalin. Il potere del vecchio padre della patria, gigante che ha fatto la Storia, è effimero come la sua vita stessa.

Terzo capitolo Il sole, al centro la figura dell’imperatore giapponese Hirohito ritratto nelle sue stanze come un ingenuo bambino che vive isolato, senza che la realtà contamini il suo mondo. I pesci gatto in volo come bombardieri sul conflitto mondiale sono meravigliosa intuizione visiva del suo immaginare l’altrove attraverso le cronache belliche radiotrasmesse. La sconfitta lo costringerà a rinunciare alla sua natura divina intimando via radio alla popolazione di deporre le armi. Uno shock inimmaginabile per kamikaze pronti a sacrificare la vita al loro imperatore/Dio.
Dopo tre figure vissute in precisi contesti storici come Hitler, Lenin e Hirihito, la scelta di un personaggio letterario come il Faust non è casuale e diventa paradigma dell’umanità intera, del suo indugiare verso gli istinti più bassi. Sotto il titolo Faust si legge “liberamente tratto dall’opera di Johann Wolfgang von Goethe”, per sottolineare che non si tratta di una trasposizione del testo ma di un’interpretazione del mito del tutto indipendente.

Dopo la panoramica aerea su un paese cupo e notturno come la Terra di Mezzo di Tolkien, le viscere umane di un’autopsia contrapposte alle domande di Wagner, allievo del dottor Faust, su quale parte del corpo sia sede naturale dell’anima e dove quindi ne vada ricercata traccia, sono introduzione perfetta alle contraddizioni di un mondo putrido e ingombro di fetida umanità.
Esseri senza inclinazione a un’elevazione spirituale, dediti solo all’esercizio di funzioni corporali in cui la materia occupa ogni pensiero, costantemente affamati inseguono soddisfazioni materiali senz’ombra di sentimenti.
Persino una madre parlando del figlio defunto riesce a dire: “…lo conoscevo così poco, sempre in guerra da qualche parte…”

Aleksandr Sokurov mette in scena un universo senza Dio, la luce abbagliante con predominanze verdi che abita la chiesa è piuttosto il riflesso del desiderio umano di rivolgersi al trascendente, ma la freddezza glaciale di quella luce non lascia spazio alle illusioni. Quel mondo affollato e ingombro di sporcizia è specchio della nostra contemporaneità, di una società deforme, non a caso le immagini sono spesso distorte, preda dell’avidità, dove ogni etica è immolata all’altare della più cieca cupidigia.
La sete di potere e denaro si traduce in corruzione e malaffare che dissangua le risorse della collettività, lasciando l’uomo comune in preda alle tempeste. Non solo quelle morali che seguono la perdita di un lavoro ad esempio, ma anche quelle materiali frutto dalla mancata messa in sicurezza di territori da terremoti o alluvioni, spesso logica conseguenza di altra dissennata avidità.

Colori desaturati al limite della monocromia contraddistinguono la maggior parte delle immagini, la melma in cui Faust muove le sue ambizioni è prima di tutto morale e il colore pieno e splendente fa irruzione sullo schermo solo in quel breve attimo in cui è possibile sperimentare un sentimento d’Amore, che tuttavia non potrà impedire alla lussuria di divorare Faust e trascinarlo nell’abisso.
Quella manciata di secondi in cui i corpi avvinghiati degli amanti sprofondano in una liquida oscurità è uno dei momenti massimi di sublime poesia nella Storia del Cinema di tutti i tempi. Indimenticabile.
Cupo e senza alcuna speranza di riscatto dalla bassezza della sua carnalità, l’universo di Faust non presenta vie d’uscita, la Scienza è una sorta di ricamo per occuparsi il tempo, la religione solo sterile credenza per gli stolti. L’umanità si vende al Male con l’unica sua forza inesauribile, il desiderio di spingersi sempre oltre, nell’impossibile appagamento di un’ingordigia mai sazia che vuole sempre di più.

Alcuni hanno polemizzato sulle ammissioni di Sokurov secondo cui un intervento diretto di Putin avrebbe raccolto i capitali necessari alla realizzazione del film. Per come immagino io certi oligarchi, non credo che dall’alto del loro potere possano sviluppare la sensibilità per comprendere la complessità di un’opera come questa e in fondo la vita è fatta di aporie. Il potere che finanzia l’Arte non può sminuire il valore o ridurre la potenza della creazione artistica.
Il potere è committente dalla notte dei tempi, ma poi è l’Arte quella che resta.