Fare Mondi alla 53° Biennale di Venezia
di // pubblicato il 16 Maggio, 2009
di Elisa Mazzagardi
Nel corso degli ultimi anni il mondo della cultura e dell’arte, di riflesso agli eccezionali stravolgimenti economici e sociali, ha conosciuto un’inarrestabile accelerazione e una quanto mai repentina alterazione. Questo straordinario sviluppo ha coinvolto il fenomeno delle grandi mostre portandole ad ampliare gli orizzonti in funzione di un’apertura ai cosiddetti nuovi target riflettendosi, così, inevitabilmente, sui contenuti e sul fare arte.
In linea con questi nuovi orizzonti non poteva non essere la Biennale di Venezia, giunta alla 53° edizione.
Eletto luogo di raccolta e diffusione delle tendenze dell’arte contemporanea, la Biennale di Venezia, fin dalle origini (1895), è stata in grado di determinare gli indirizzi del gusto e delle prosaiche esigenze di mercato, diventando, per antonomasia, centro di fusione e stimolo per l’arte nuova. Laboratorio di ricerca comune, ha svolto, nell’ultimo secolo, il ruolo fondamentale di coesore di quel poliedrico mondo dell’arte italiana privo di un centro dominante e caratterizzato da una forte frammentazione in piccole realtà.
Dal 7 giugno al 22 novembre, i Giardini della Biennale, piccola e bellissima antologia di tutta l’architettura del secolo scorso, l’Arsenale, e il centro storico di Venezia diventeranno teatro per uno spettacolo intergenerazionale e pluridisciplinare, che, secondo gli auspici del direttore, Daniel Birnbaum, vedrà rinascere pittura e disegno affiancati a video-arte e installazioni.

Proprio intorno alla figura Birnbaum ruota grandissimo interesse: direttore dell’Accademia internazionale di Francoforte, critico, co-curatore della Triennale di Yokohama e curatore della 2° Triennale di Torino, Birnbaum si pone l’ambizione di “creare una mostra che, sebbene articolata in zone individuali d’intensità, resterà un’unica esposizione”. Il titolo della Biennale è senza dubbio sintomatico di questa volontà: Fare Mondi // Making Worlds // Bantin Duniyan// 制造世界 // Weltenmachen // Construire des Mondes // Fazer Mundos… e contiene proprio nelle sfumature linguistiche accezioni che rimandano ora al pragmatismo, ora alla sfera manuale.
“Fare mondi non significa necessariamente rifare qualcosa di nuovo, ma anche rimontare il passato in senso innovativo” dice Brinbaum e gli impulsi lanciati dalla tematica scelta sono un invito alla progettualità e non nascondono un’allusione ai recuperi ready-made di Duchamp, stimolando, inevitabilmente, il dibattito su quanto la critica, tuttora, determini il fatto artistico.
Una delle più grandi innovazioni della 53° esposizione della Biennale di Venezia riguarderà il padiglione dell’Italia curato da Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice, raddoppiato nelle dimensioni dall’annessione di un nuovo edificio.
Il titolo: ” Collaudi, Omaggio a Tommaso Marinetti", darà vita, come dichiarano i curatori, a“una vera e propria mostra, che risponda a un tema specifico, a un concept. Punto di partenza è l'omaggio a Filippo Tommaso Marinetti, che di Collaudi è il nume tutelare. E’ la vitalità nel presente che ci interessa del Futurismo, prima e unica avanguardia italiana del '900.”.
Il filo conduttore della Biennale sembra aver coinvolto, da ultimo, anche un progetto lungamente agognato, e inspiegabilmente fossilizzatosi nelle contese delle istituzioni: il Museo d’arte Contemporanea Punta della Dogana, voluto dal grande collezionista François Pinault e ospitato all’interno della Dogana da Mar, storico edificio del XV secolo restaurato su progetto dell’architetto giapponese Tadao Ando. I misteri che avvolgono questa epifania ormai disattesa saranno svelati il 6 giugno quando finalmente la prima patria dell’arte contemporanea nel mondo avrà finalmente il suo museo.