Exit through the gift shop
di // pubblicato il 02 Dicembre, 2011
Il termine Mokumentary definisce film finto documentari, cioè quelle pellicole che trattano materia frutto di pura invenzione come fosse realtà, l’esempio forse più famoso se non addirittura il capostipite del genere è Zelig, quel geniale gioiellino in cui Woody Allen ricostruisce la biografia dell’unico uomo camaleonte.
Il termine nasce dalla contrazione delle parole mock e documentary, dove la prima oltre a significare qualcosa di finto ha in sé anche una valenza ironica, non una finzione per trarre in inganno quindi ma qualcosa come una burla o uno scherzo.
In questo senso la definizione è quanto mai appropriata per Exit through the gift shop, il primo film di Banksy, il più famoso street artist inglese che appare nella pellicola camuffato e con la voce distorta per proteggere la sua identità.
Ancor prima dei titoli di testa, dopo la scritta Revolver Production appare il marchio Paranoid Pictures che parodiando la celeberrima montagna della Paramount presenta una serie di colpi di proiettile a perforare lo stencil al posto delle stelle del logo originale, il film dichiara subito così la sua vena goliardica e beffarda.
Anche il tono impostato della voce narrante, l’attore inglese Rhys Ifans, è volutamente sopra le righe ed evoca l’ironia iconoclasta e dissacrante di un inglesissimo mito immortale come The Rocky Horror Picture Show.

Abilissima miscela di autentiche falsità e finte verità, il film lancia stoccate irriverenti al mondo dell’arte moderna e alle sue ossessioni. In una sequenza il protagonista si lamenta, non capisce perché mai se Damien Hirsh ha tutta una serie di persone che opera in sua vece, lui dovrebbe perdere tempo a tagliare e incollare stencil delle sue opere. In altre parole, perché l’artista moderno dovrebbe ancora realizzare personalmente le sue opere quando per il mercato, ai fini della quotazione, in fondo è solo la firma che conta?
In questo modo è l’idea, anche se non originale e magari priva di ogni significato, ad avere il sopravvento sull’oggetto/opera d’arte stesso.

Banksy dall’ombra del suo anonimato racconta la storia dell’uomo che voleva fare un documentario su di lui. Un tale francese di nome Thierry Guetta con l’ossessione compulsiva di filmare ogni attimo per consegnarlo all’eternità, che inizia per caso a filmare le imprese notturne degli artisti di strada e la realizzazione delle loro installazioni con graffiti, adesivi e stencil.
Una volta entrato nel giro insegue l’impresa impossibile di filmare l’inafferrabile Banksy, sogno che pare irrealizzabile, finché il destino non porta i due a incontrarsi e a collaborare per una missione davvero speciale, installare una bambola gonfiabile con la tuta arancione dei prigionieri di Guantanamo proprio al centro del parco californiano di Disneyland ad Anaheim.
In fondo, Guantanamo e il parco di Mickey Mouse sono allo stesso modo due non luoghi creati dagli Stati Uniti, ma il servizio di vigilanza non sarà d’accordo e saprà mostrare il lato oscuro di quel regno di magia plastificato.

Dopo aver raccolto migliaia di ore di registrazione che poi non riguarda mai, il neo regista francese sarà incaricato da Bansky di realizzare un film che documenti la vera essenza della Street Art, ormai inquinata da logiche di mercato e quotazioni da galleria d’arte. Il risultato è Life Remote Control, una schifezza inguardabile. “Un trailer allucinante da 90’ minuti di un idiota con deficit d’attenzione che fa zapping” lo definisce il suo stesso committente, che consiglierà inopinatamente l’autore di darsi all’arte di strada. Reinventandosi una nuova carriera col nome di Mister Brainwash (lavaggio del cervello) l’intraprendente Thierry darà la sua scalata al successo come novello Andy Warhol.

Ironico, brillante, caustico, provocatorio ed estremamente divertente, Exit through the gift shop è una riflessione intelligente sul mondo dell’arte contemporanea, dove la serialità della produzione ha inspiegabilmente elevato le quotazioni di opere riprodotte in serie, rispetto alla tradizionale opera d’arte unico esemplare al mondo.
Ci sono artisti che impiegano una vita a trovare un loro stile per affermarsi, Mister Brainwash salta ogni passaggio buttandosi direttamente sul mercato, superfluo avere qualcosa da dire, tanto saranno critica e pubblico a coniare complesse motivazioni alla sua arte, dimostrando che azzeccando efficaci operazioni di marketing il resto poi va da sé.
“Forse l’arte è uno scherzo” medita il nuovo astro nascente pensando alla totale assenza di significato dei suoi lavori. Banksy da parte sua usa da sempre la provocazione, ne ha già scritto Luigi in Art Times, per esprimere dissenso e demolire ipocrisie della nostra società, perciò forse anche Mister Brainwash è l’ennesima burla, solo la sua ultima trovata.
Ma davvero il film è un arguto inganno o la cronaca vera della fulminante carriera artistica di Mr Brainwash? Chi può stabilirlo davvero con assoluta certezza?

Dopo il successo riscosso al Sundance Film Festival 2010 e la presentazione al Festival di Berlino, Exit trought the gift shop ha ottenuto una candidatura all’Oscar come miglior documentario, è stato presentato in assoluta anteprima italiana da Lo Schermo dell’Arte in una serata speciale fuori dal cartellone del festival ed è adesso finalmente disponibile anche in Italia direttamente in dvd.