Estremo Oriente: quando l’arte sbarca in Laguna
di // pubblicato il 24 Giugno, 2011
Uno dei paradossi di questa Biennale: il Padiglione Tibet. Esso è un sogno, una chimera che non può, almeno per ora, trovare una collocazione ufficiale all’interno degli spazi formali per la disarmante ragione che il Tibet non può essere riconosciuto come Paese sovrano. Una sorta di evento off insomma, che curato da Ruggero Maggi presenta i lavori di una serie di artisti (prevalentemente italiani) autori di installazioni multimediali site-specific ed una grande rassegna di opere realizzate direttamente sulla Khata, la tipica sciarpa che in Tibet i monaci usano come forma di saluto. Un sito, questo, in perenne costruzione sia sul web che nella realtà: durante i tre mesi della rassegna, infatti, si alterneranno performances di teatro e di danza contemporanea ad interventi di monaci tibetani; il tutto a dimostrazione che mentre gli altri Padiglioni si presentano come grandi contenitori di arte, quest’ultimo è senza dubbio Arte nella sua concezione primaria.

Spettacolare è, poi, la “zuppa” telematica di provenienza giapponese. Il termine non è usato a caso, dal momento che il progetto portato in laguna si intitola proprio “Teleco-soup”, termine coniato dalla sua creatrice Tabaimo. La struttura del progetto dimostra il debito contratto nei confronti del filosofo cinese Zhuangzi autore dell’assunto “una rana in un pozzo non può avere coscienza dell’oceano” aggiunto alla medesima versione giapponese “ma conosce l’altezza del cielo”. Attraverso l’uso di un’animazione multi canale e di specchi, Tabaimo trasforma l’interno del Padiglione nipponico in un pozzo e lo spazio aperto al di sotto di esso nel cielo. Il cromatismo e il tratto delle singole animazioni riportano alla memoria la solida tradizione delle stampe giapponesi ottocentesche, caratterizzate da decise linee di contorno e colori netti atti a formare una sorta di archetipo fumettistico che esplode e avvolge l’osservatore. La terra e il cielo si confondono, l’inorganico diventa organico mentre il solo sedersi a terra permette di entrare totalmente in comunione con lo spazio, trasformando i singoli visitatori in tante piccole rane tormentate da un dubbio: ma il mondo in cui viviamo è davvero così piccolo? Sono davvero così netti i confini tra interno ed esterno, superiore e inferiore?

Singapore di accoccola, invece, nell’appartata sala del Museo Diocesano. Alcuni giganteschi cuscini bianchi danno il benvenuto al visitatore, il quale può usarli come accoglienti postazioni per assistere alla proiezione HD a canale singolo di The Cloud of Unknowing, film di Ho Tzu Nyen. D’improvviso la sensazione è quella di precipitare in un vero e proprio universo parallelo in cui apparizioni, individui, volti, luoghi e strutture architettoniche divengono fattori che vanno a costituire un complesso “magma significante”. The Cloud of Unknowing possiede una struttura visuale fortemente onirica, caratterizzata da influenze surrealiste e da costruzioni visive di certo innovative. Ho Tzu Nyen genera un flusso visivo di totale libertà espressiva nel quale poco conta il racconto, meno che mai i contenuti, quanto piuttosto l’imprevedibile e costante susseguirsi dei significanti. L’autore non fornisce, altresì, allo spettatore punti di riferimento rassicuranti ma edifica un sistema di segni, simboli, richiami che non ha bisogno di essere decodificato e compreso, perché privo degli strumenti atti a chiarire quest’ultimi. Si tratta semplicemente di costruire in maniera del tutto arbitraria un altro mondo facendo dell’atto della visione l’unico possibile veicolo di trasmissione.

Peculiarità di molti padiglioni estremo orientali è il coinvolgimento di tutti i sensi. La Cina trova in questo assunto uno dei suoi punti di forza; entrando nel Padiglione collocato all’Arsenale, si viene catapultati in un mondo che profuma di legno di sandalo, circondati e pervasi dalle note di una cetra e avvolti da una soffice nuvola di foschia. Pervasion, appunto, il titolo della mostra allestita. Pan Gongkai si occupa del loto, Liang Yuanwei della Baijiu, Yang Maoyuan della medicina, Cai Zhisong del Tè e Yuan Gong dell’incenso. I fiori di loto di Pan Gongkai sono in bilico tra tradizione ed innovazione. I visitatori passano attraverso un corridoio alle cui pareti vengono proiettati dei fiori di loto dipinti ad inchiostro, sopra i quali verrà proiettato il suo articolo "On the Border of Western Modern Art" riferito all’introduzione dell’arte occidentale in Cina. L’unione tra pittura ad inchiostro e scrittura è una relazione di lunga data: il disegno e la poesia sono da sempre mezzi attraverso cui rappresentare l’aulica identità del Bello, e visto quanto sia grafica la lingua cinese, non stupisce che la calligrafia sia da sempre considerata come la forma più alta di espressione artistica. The scented air 6000 m³ di Yuan Gong, per esempio, tende a concentrarsi maggiormente sul tema portante della mostra. È di certo difficile inserirlo in una categoria artistica precisa, perché si espande nel tempo e nello spazio, fisicamente e psicologicamente; fa piombare tutto nel caos, facendo prendere forma a qualcosa che per sua stessa natura ne è priva. L’artista attraverso questi artifici riempie il vuoto, o meglio, lo rappresenta occupandolo.
Lee Yongbaek è, invece, l’artista scelto dalla Corea per questa edizione della Biennale di Venezia. Video arte, pittura e scultura sono solo alcuni dei suoi campi di sperimentazione e ben lontano dal rimanere imprigionato da forme espressive a lui ormai famigliari, si fa autore di opere piuttosto varie. Spicca su tutte una moderna versione della Pietà, declinata in due versioni distinte dal titolo Pieta:Self-Death e Pieta: Self-hatred. Nella prima viene ripresa l’impostazione accademica che vede la Vergine Maria trattenere tra le braccia il Cristo, mentre nella seconda si chiede all’osservatore di partecipare ad una lotta a mani nude tipica dei più tecnologici videogiochi o giochi di ruolo. Ciò che permane in entrambe è il modellato dei soggetti: una sorta di involucro vivo e attivo viene chiamato a rapportarsi a quello che pare essere colui che fino a quel momento è cresciuto in questa sorta di incubatrice metallica. Se nel lavoro più classico ritroviamo un pathos emotivo caratterizzato dal triste distacco nei confronti della creatura generata, nel secondo rintracciamo l’animosità della rivolta: la creatura che si ammutina al suo creatore ribaltando la prospettiva posta in essere nella versione più “accademica”. Accanto ad esse, l’autore fa un grande uso degli specchi a cui la multimedialità dona un aspetto assolutamente fuori dal comune evidenziando la possibilità di far convivere sacro e profano, usuale ed inusuale.

Come tutti i grandi eventi, anche questa Biennale non è rimasta immune da contestazioni o manifestazioni di dissenso, e proprio in riferimento alla parte di mondo qui trattata è d’obbligo, per dovere di cronaca, citare un episodio su tutti: una performance per la libertà e i diritti civili riferita alla prigionia dell'artista cinese Ai Weiwei, con semi di girasole sparsi all'interno di una scultura in cui Cina e Occidente, simboleggiate da due figure femminili, si fronteggiano in un delicato confronto. L'ha messa in scena l'artista italiana Resi Girardello nel padiglione alternativo degli artisti cinesi indipendenti curato da Wang Lin e Gloria Vallese.
Non solo arte… ma in definitiva, al giorno d’oggi, quale pensiero o progetto di umana derivazione non può considerarsi frutto di un percorso creativo? L’Estremo Oriente ce lo dimostra una volta di più!