Epistemologia performativa e riflessione corporale per Crisalide XVII
di // pubblicato il 15 Maggio, 2010
Attivo sin dal 1994 il festival Crisalide, giunto ormai alla sua diciassettesima edizione, è il frutto della volontà e del lavoro dello storico gruppo dei Masque Teatro, sorto nel 1992 a Bertinoro (Forlì-Cesena) per iniziativa di Lorenzo Bazzocchi e Catia Gatelli ai quali in seguito si aggiunse la performer e scenografa Eleonora Sedioli. La manifestazione presenta nella città romagnola di Forlì interessanti realtà della scena contemporanea teatrale e di danza, offrendo importanti occasioni di dialogo e scambio tra teorici e artisti nell’intento di indagare la “riflessione dell’arte”, ossia che parta da essa sia attraverso la forma teoretico-speculativa che quella produttiva. Winter Years riflessione sul divenire della scena, del movimento, del corpo.

Apre i lavori il londinese Simon Vincenzi con LUXURIANT Within The Reign of Anticipation, ritornano gli mk, già presenti alla scorsa edizione del Festival, con una seconda tappa dell’opera Speak spanish, carrellata cosmopolita di danze folkloriche. Ad essi si aggiunge Florinda Cambria, docente di filosofia e di epistemologia delle complessità, che sviluppando un interessante dibattito sulle caratteristiche ontologiche dell’intellettuale del Novecento, tra Sartre e Pasolini, ricerca possibili chiavi funzionali all’azzeramento della distanza tra tale figura delegata e la massa.
Poi Agostino Di Scipio, Franziska Lantz aka Saydance, performer svizzera per la parte sonora, e Nicholas Rodout, docente presso la Queen Mary University of London per un confronto con gli artisti, ricco di stimoli e argomenti da sviluppare.
Spazi utilizzati dal festival – di cui la direzione artistica è di Lorenzo Bazzocchi, coadiuvato da Piersandra Di Matteto - sono l’ex Filanda, sede dei Masque Teatro, e la Fabbrica delle Candele, spazio concesso dalle Politiche Giovanili della città.

Per la danza si evidenzia la coreografa Cristina Rizzo, di ritorno al festival dopo le residenze di jungle-in e Walkie Talkie, impegnata con la sommatoria di soli DANCE nº 3. Tre soli appunto, frutto della rielaborazione da parte di tre differenti coreografi di una partitura di suggestioni, bagaglio di immagini tratte dai più svariati campi che la Rizzo costruisce in collaborazione con la studiosa Lucia Amara. Traduttori della partitura in sequenze motorie sono: Eszter Salamon, Michele Di Stefano e Matteo Levaggi.
Il primo solo si sviluppa partendo dalle peculiarità fonetiche prodotte dalla stessa Rizzo. L’uso della laringe crea una partitura sonora che spazia tra suoni acutissimi, humming da canzoni pop, versi di animali e riproduzioni di rumori. Tutto ciò colorato da un impulso all’interpretazione di stati e situazioni quotidiane o performative nei quali si possono rintracciare ipotetici animali a quattro zampe, cantanti metal, danze marzial-apotropaiche. Continue vibrazioni sonore dell’intero corpo che fanno pensare a suoni prodotti da bambole semoventi made in Japan. L’atto del cantare e del parlare si manifesta nelle interazioni con microfono su asta.
Nella seconda parte il tessuto coreografico – performativo appare strutturato sul movimento. Deambulazioni, giri, torsioni, con successioni ritmiche, con quel distaccamento tipico da postmodern research. Ma sempre con la tensione al gioco rappresentativo, con enunciazioni di improbabili disquisizioni in lingua inglese, tra grammelot e vera articolazione, eseguite a testa in giù. Si ostenta l’azione, mentre la Rizzo si sfrega con la pomice gli arti e beve acqua in scena o batte le mani. Nell’ultima parte si evidenziano groundworks. Presenza di elementi classici, da intendere nell’idea della forma, e ripetizioni del gesto.

Masque Teatro presenta La Macchina di Kafka, lavoro debuttato lo scorso anno al festival di Sant’Arcangelo. In una buia sala lo spettatore è subito catturato dai suoni di quello che pare essere un ingranaggio per trasformazioni. Una vecchia macchina per cucire Singer è azionata automaticamente, scandendo la porzione di tempo prima che appaia la performer. Marchingegno ed ingranaggio scenotecnico animato da pianoforti ed organi sventrati, dove le casse armoniche risultano essere l’aire de jeu. La performer, figura seminuda a metà tra un’entità umana ed un animale, sviluppa proprio sulla cassa armonica la propria partitura corporea con ondulazioni della colonna vertebrale, equilibri sulla testa, sempre entrando in interazione con l’oggetto-terreno di supporto. Una messa in crisi della forma umana? Che all’interno di questi ingranaggi si stia consumando una metamorfosi? I suoni prodotti da vari meccanismi e sintetizzatori conservano la voce del pianoforte che si plasma assieme a quella prodotta dal corpo della performer. Vibrazioni di sistemi scenici e del corpo in un connubio che fa pensare all’azione delle corde del piano.