Edward Hopper, le contraddizioni della vita urbana in mostra a Milano.
di // pubblicato il 09 Settembre, 2009
“ I posteri impareranno di più sulla nostra vita dall’opera di Hopper che non da tutte le analisi sociologiche, i commenti politici o gli sguaiati titoli di giornale di oggi……Questi quadri sono un commento incredibilmente penetrante alla nostra vita.”
Charles Burchfield
Ancora un mese ci separa dall’apertura della grande retrospettiva milanese che, per la prima volta in Italia, il 15 ottobre aprirà le porte all’opera di Edward Hopper (1882-1867), un nome che tra cultori e appassionati non mancherà certo di evidenziarsi tra quello degli artisti che meglio seppero descrivere la quotidianità degli USA della prima metà del secolo scorso.
A Palazzo Reale sette sezioni, sviluppate in ordine tematico e cronologico, ne affronteranno l’intera carriera coprendo un varco temporale che dai primissimi anni della formazione all’aprirsi del Novecento, giunge fino alla maturità e al termine della carriera negli anni Sessanta.
Partners importanti quali Arthemisia, il Whitney Museum of American Art ( istituzione che ospita tutta l’eredità del pittore e che ha concesso per l’occasione il nucleo più cospicuo di opere) e la Fondation Hermitage di Losanna, sigilleranno una collaborazione che porterà in Italia prima ( Milano e Roma), e a Losanna poi, più di 160 opere del maestro statunitense.

Forme e luci sono i protagonisti delle opere che Hopper creò partendo, come egli stesso affermò, da sensazioni che la natura e la realtà gli offrirono.
“Il mio ideale in pittura è sempre stato la trascrizione più esatta possibile delle impressioni più intime che mi suscita la natura” non tardò ad affermare nelle sue Notes on Painting, prima significativa dichiarazione di poetica inserita nel catalogo della mostra del 1933 al Museum of Modern Art di New York.
Architetture, scorci, luci, tagli non convenzionali quasi fotografici, derivati dalla diretta osservazione delle opere di Degas durante il soggiorno parigino del 1906 fanno, dell’opera di Hopper, un’originale ma perfettamente calzante descrizione dell’America dagli anni Trenta in poi, quella del Venerdì nero di Wall Street e della grande crisi economica che traspira, in certi dipinti, in quel greve sentore che rende palpabile lo sconforto proprio del periodo.
È un’America senza mitologia che comprende oggetti comuni e luoghi familiari, quotidiani; sensazioni tutte umane che non tralasciano nulla all’estetica, ma capaci di forgiare un mondo verosimile, che non sempre ha riscontri nella realtà, ma è sempre reale. Come Hopper afferma “non posso descrivere esattamente le sensazioni, ma esse sono totalmente umane e non hanno nulla a che vedere con l’estetica”.

La presenza umana, sempre marginale e silente, mai definita e sempre “tipo”, non occupa in nessun caso un posto da protagonista. La sua unica modella fu sempre una sola, la moglie e pittrice Jo che lo accompagnò per tutta la vita e che, di volta in volta, prese le parti di un personaggio diverso.
Non sono infatti le figure ad interessare ad Hopper, egli ama piuttosto le architetture, ricerca le impressioni dei luoghi. Ma quelle figure, vuote da ogni connotazione somatica precisa, ci ricordano che siamo noi a vivere quel mondo e ci permettono di ritrovarci in esso. A ognuno è lasciato il permesso di “riempire” con dati personali ogni pittura, ogni luogo, ogni atmosfera che egli volle immortalare.

Spesso parlando di Hopper si è parlato della solitudine e del senso di malinconia che pervade le cittadine americane, assopite tra le braccia di una noia affollata e indifferente. Non fu in realtà nemmeno questo l’intento di un pittore che lamentò l’eccessivo accento posto sul senso di solitudine spirante dalle suo opere, ma che seppe talvolta ammettere di aver probabilmente dipinto “inconsciamente la solitudine di una grande città”.
Architetture lineari incastrate a creare efficaci costruzioni, oppure altre isolate a stagliarsi contro il cielo terso del mattino, bar, ristoranti, tavole calde semi deserte al calare della sera, pompe di benzina della provincia americana, interni di case borghesi: sono questi, nuovi scenari di un’America già avviata verso la nostra contemporaneità, i protagonisti della pittura di Hopper.
Ricordato come uno dei massimi esponenti del realismo americano, Hopper si pose nel solco di una pittura figurativa che fece della ricerca della condizione quotidiana dell’uomo contemporaneo il suo scopo.
Declinato in maniera personale, quello di Hopper è in realtà un realismo che spira metafisica. La forma, perfetta e geometrica, tale perché tale è l’essenza in natura, non lascia spazio ai fronzoli che la ornano; è scarna ed essenziale e fa, di questa semplificazione dai dettagli intrusi, vettore per quell’aria metafisica, tutta italiana, che spira in questi scenari americani.
Non è dato sapere se Hopper ebbe mai modo di conoscere l’opera del nostro de Chirico, di sicuro sappiamo che alcuni dipinti dell’italiano furono esposti in America in anni in cui Hopper, molto probabilmente, non se li fece scappare. Lo stesso critico Stuart Preston perseguì su questa linea e lo descrisse come il “de Chirico americano”, alludendo a quell’aspetto spirituale della natura visibile che non necessita di temi e soggetti nobili per essere espresso, ma di una semplice oggettistica quotidiana.

La lezione di Hopper non rimase ovviamente sterile ed è curioso vedere come i suoi tagli arditi, al pari di inquadrature cinematografiche, divennero terreno fertile, secondo alcuni critici, per registi che se ne fecero suggestionare in alcuni capolavori. Così un maestro del calibro di Hitchock riprese la casa del protagonista di Psyco direttamente dal dipinto del 1925 House by railroad (Casa vicino alla ferrovia), mentre ancor più si ricordò dei tagli, delle inquadrature e delle luci radenti che dalle persiane inondano a fasci le stanze hopperiane, nel suo capolavoro La finestra sul cortile. Avanzare ipotesi in merito può essere per noi troppo ardito, quel che è certo è che i due maestri attinsero alla medesima cultura americana.
Personalmente credo che il fascino di Hopper stia nel lasciare il posto a chi all’opera si accinge, per immedesimarsi in ogni eterna sensazione che egli volle cogliere e che rimane vera allora come oggi, ma ancora di più nell’aver descritto, in un modo che solo la pittura rende possibile, quella sensazione di malinconia e solitudine affollata (apparentemente ossimorica ma reale) caratteristica della grandi città del mondo moderno, dove ognuno è uno punto tra la folla, ma dove nessun punto pare incontrarsi.

La mostra curata dallo stesso Carter Foster, conservatore del Whitney Museum, sarà accompagnata da un approfondimento sul metodo di lavoro di Hopper grazie all’accostamento dei disegni preparatori alle opere finite, che sveleranno quanto il “realismo hopperiano” sia spesso il frutto di una sintesi di più immagini colte in luoghi diversi e non una semplice riproduzione dal vero.
Partendo dalle prime opere accademiche quando fu allievo alla New York School of Art, improntate sui colori scuri e pastosi della tradizione, l’antologica si svilupperà poi passando per l’ondata di luce che lo investì una volta a Parigi dove conobbe l’impressionismo, proseguendo con l’incisione, tecnica che gli permise di definire bene la sua poetica fatta di sintesi tra luce e ombra, giungendo a Interno d’estate del 1909, dipinto tra i primi a mostrare i veri caratteri della pittura di Hopper, e così via fino alle opere della maturità e al termine della carriera negli anni Sessanta.
Vi voglio lasciare al 1966, anno in cui Hopper dipinse Due attori, ultima tela dove, su un palco, due attori in costume a fine commedia ringraziano il loro pubblico. Ognuno in vita è destinato a svolgere una parte, la sua e quella della moglie fu quella dei pittori.
If you could say it in words there would be no reason to paint.
(Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo).