DUEMILANOVE Autodramma della gente di Monticchiello
di // pubblicato il 02 Agosto, 2009
di Maria Paola Forlani
La compagnia del Teatro Povero di Monticchiello è tornata, anche quest’anno, con un nuovo spettacolo, “un autodramma” dal titolo “Duemilanove” su un argomento il cui termine è ormai abusato soprattutto nella comunicazione mediatica, ma di profonda immediatezza nella riflessione del vissuto quotidiano, anche, della piccola comunità di Monticchiello e cioè la “crisi”.
Il percorso dialogico del dramma riprende quel teorizzarsi politico e massmediale, vissuto, soprattutto, in questi ultimi anni e ripercorso teatralmente dal bravo Andrea Cresti con grande poesia.
La crisi c’è o non c’è?
E la speranza che passata questa crisi ci sia ancora un’economia?

La scena inizia con l’impareggiabile Arturo Vignali che osserva un depliant e dialoga con la moglie su la richiesta di un acquisto e la scelta del suo colore, la moglie risponde con ironia mentre accompagna il nonno (Alpo Bonari), estraneo al dibattito consumistico, di chi ha molto vissuto, barcollante e assente riporta alla memoria il dell’ “Internazionale”.
Si aggiungono al dibattito i figli che offrono meno adesione e contestano il sopruso dell’acquisto…"I mobili sono stati fasciati da mio figlio"dice Arturo a Luca "perché la crisi fa soffrire pure loro".
Entra Paolo ed espone la sua crisi del disagio con le banche e con la sopravivenza del quotidiano…Ma tutti hanno lo stesso foglio che li invita a comprare. Ad un tratto fuori scena si sente un fischio acutissimo che fa sobbalzare tutti.
A questo punto i personaggi in scena si alzano ed osservano l’entrata di cinque signori eleganti, sono gli informatori pronti a comunicare a tempo reality i messaggi per comprare. La regia fa muovere gli attori con ritmo ironico e incalzante, come in una marcia attorno agli sprovveduti ed attoniti destinatari del biglietto.
La promozione è l’acquisto di una “stufa economica” a pellet nucleare per rilanciare l’economia e portarla fuori dal tunnel.
La danza degli informatori continua, sotto lo sguardo degli interdetti spettatori, come in un’opera pittorica di Otto Dix. Il loro muoversi è ritmato dal loro fraseggiare confuso.
"La crisi è finita…la nostra economia è solida…le borse lievitano…Urra!"
L’ambiguo loro comunicare confuso continua dentro un grande televisore in fondo alla scena con i loro volti coperti da maschere e nell’infittirsi del fraseggio, la scena si conclude con un tango che ha le stesse sembianze delle crudeli ed ironiche sequenze pittoriche di Ensor.
Entra, intanto il Popolo, che si è sentito chiamare a questa strana assemblea…Il dialogo è tra la drammatica accettazione dell’acquisto della stufa e i ricordi e il pensiero di chi non c’è più…Ma dal tormentato dialogare da quell’assemblea non riescono più ad uscire, lo spazio e la tensione psicologica gli ha incatenati, bloccati dentro…Un attimo di drammatico silenzio e una donna-cantante avanza al proscenio e canta la “Ballata dei frammenti”.
Questi frammenti sono la crisi di tutta la loro storia e della loro vita…
Il Crocifisso, con i ragazzi, il prete nuovo, giovane libanese. Le donne in doppia fila col fazzoletto in capo. Mormorio…Poi silenzio! Li ho visti, sì, li ho visti…Le molte voci del popolo evocano memorie di vita contadina, di emigrazione, anche una badante comincia a parlare nella sua lingua. Tutti questi frammenti di memorie si materializzano nel funerale di Ultimina "Ecco la messa è finita. Si va…Si va? – Sì andiamo".
La badante, mentre accudisce il vecchio con tenerezza, parla ininterrottamente nella sua lingua delle sue frustrazioni, della sua vita difficile di emigrante costretta ad abbandonare tutti gli affetti più cari in attesa di una gratificazione vera che la possa riunire alla sua famiglia in un mondo sempre più ingrato.
Esce parlando con il vecchio che non l’ha compresa ma la guarda con tenerezza e gratitudine e continua a cantare l’Internazionale. Lo stesso personaggio di prima e cioè la donna-cantante, questa volta con impronta brechtiana entra fuori scena e recita il “Canto della Provocazione”
…Poi gridate la vostra rabbia verso il mondo / ingordo, corrotto, cinico, egoista….guardatevi allo specchio inventate altre storie. Come avete fatto per più di quarant’anni…..Ma se lo siete, lo siete diventati / E allora andate via, via / Fine della Commedia. Accendete le luci.
A questo punto sale un bagliore che illumina lo schermo-velato in fondo alla scena. Comparendo nella penombra dietro lo schermo, torna, con una nuova veste, la donna-cantante che da’ vita ad una “Favola”, cominciando a raccontarla per frammenti. E’ la storia di un re crudele, di stufe da acquistare, di cieli bucati e rammendati… L’animazione è molto bella ed efficace giocata tra veri personaggi e paesaggi computerizzati, il gioco delle parole che, alla fine si frantumano, sovrapponendosi e confondendosi, ripercorrono un interessante gioco futurista di “parole in libertà”. Ma, alla fine del dramma, le cucine riaffiorano, come misteriosi “Radymade” in tutta la loro ambiguità con acclamazioni del popolo: "E’ straordinario! Le cucine si rifiutano di cucinare tutte le volte che si avvicina loro…indovinate…/ Un ladro? / Un farabutto? / Un mafioso?...Gli informatori chiedono al popolo di riconsegnare gli ordini delle 'cucine economiche della felicità' ”.
Il popolo inizia a strappare in mille pezzi, gettandoli in aria, i fogli in un atto liberatorio…e la scena si fa buia.

Anche questa volta la regia di Andrea Cresti e la sua sensibilità pittorica hanno riportato la messa in scena a sensibili e pregnanti giochi di luce e alle occupazioni ordinarie dei personaggi in modo da ricondurre, sempre, le vicende a quel territorio e alla sua storia nell’ evolversi dei tempi. La messa in scena, i suoi dettagli, la musica, i rumori diventano, non solo luogo per stupire ma creazioni che stimolano la memoria affettiva e il sentimento.
La recitazione dei bravi attori del Teatro Povero a volte ironica e cadenzata, ha per lo più un risvolto del tutto immedesimato, creando così una impalpabile quarta parete di approccio con l’assemblea degli spettatori nella piazza.
In questo contesto, con commozione, ricordo Maria Rosa Ceselin, coautrice di molti testi del Teatro Povero, insieme al marito Vittorio Innocenti, scomparsa un mese fa. A questa esperienza teatrale di Monticchiello mi ha condotto proprio lei nel lontano 1976, dopo la sua tesi di laurea sul “Bruscello” di Montepulciano e con lei don Vasco Neri (creatore del Teatro Povero) e don Franco Patruno (entrambi scomparsi prematuramente) abbiamo vissuto tutti i passaggi e l’evoluzione di questa esperienza nata con le finalità tipiche di una ricerca antropologica, pastorale (soprattutto, per don Vasco) e di crescita culturale per la comunità.
Maria Rosa ci mancherà per la sua vitalità, la sua voglia di vivere e per il suo amore per le persone che incontrava quotidianamente nel suo cammino d’insegnante all’Università di Siena e di autrice in quel “Teatro povero” che lei ha così amato. Le parole, il fruscio delle assemblee nel granaio, i battibecchi, a volte, dolorosi, ora si sono placati attraverso i versi di un nostro comune amico Mario Luzi, anche lui, legato all’amata Val D’Orcia:
Infine crolla
Su se medesimo il discorso, si sbriciola tutto
In un miscuglio di suoni, in un brusio.
Da cui
Pazientemente
Emerge detto
Il non dicibile
Tuo nome.
Poi il silenzio,
quel silenzio si dice è la tua voce.