Due personali al Museo Marini
di // pubblicato il 16 Aprile, 2011

La doppia personale curata da Alberto Salvadori e inaugurata il 14 aprile al Museo Marino Marini – solo show di Tomoaki Suzuki e free compositions di Maria Antonietta Mameli - si caratterizza per un filo conduttore che accomuna il modo di lavorare di questi due artisti, apparentemente molto diversi tra loro.
Le opere di entrambi infatti, sono il risultato di un lunga e meticolosa ricerca sul “genere umano” che popola il tessuto urbano delle grandi metropoli, un studio che trae origine dal piacere e dalla curiosità per ciò che è diverso ed originale.
“Il lavoro dei due artisti – spiega il direttore artistico del museo Alberto Salvadori – può essere definito una vera e propria indagine di carattere sociologico che ha come scopo quello di immortalare o rappresentare persone comuni durante le loro attività quotidiane”.
Così l'esplorazione del giapponese Tomoaki Suzuki è partita dal quartiere periferico di Dalston nell'East End londinese dove vive e lavora che negli ultimi anni è diventato un vero e proprio laboratorio di street style e di contaminazione di mondi culturali profondamente differenti tra loro.
Dopo un'analisi capillare e prolungata delle persone che animano il quartiere, l'artista giapponese ha realizzato una serie di sculture-ritratto in legno di lime, tutte della medesima altezza (65 cm), che riproducono quei soggetti che per la loro personalità o per il loro modo di vestire hanno catturato l'attenzione di Tomoaki, facendoli assurgere a simboli, o meglio ad icone, dei cambiamento degli usi e costumi della nostra società. Impressiona la cura dedicati dall'artista ai minimi particolari e ai dettagli dell'abbigliamento dei “tipi” raffigurati: si va dal writer con tanto di bomboletta spray in mano alla ragazza “cool” che indossa con disinvoltura stivali di gomma all'ultima moda.

Ancora più originale il lavoro dell'italiana Maria Antonietta Mameli che, per circa due anni, si è recata quasi tutti i giorni alla stessa ora, a scattare foto ai passanti – rigorosamente con la sua Leica a pellicola - in due luoghi simbolo di New York: la Grand Central Station e le propaggini di China Town percepibili dal Manhattan Brigde. Da questa attività certosina ne è nato un vero e proprio collage di oltre duemila soggetti stampati in una tela di oltre 15 metri che vanno a formare un diagramma molto simile al tracciato di un elettrocardiogramma che simboleggia il cuore pulsante di una moltitudine che non cessa mai di vivere e di muoversi tra una metropoli tentacolare.
Avvicinandosi all'opera e osservando le singole figure tuttavia, il visitatore si rende conto della poliedricità del tessuto sociale che popola la Grande Mela: se l'immagine prevalente infatti, è quella del cinese che cammina con la sporta rossa “portafortuna”, in mezzo alla massa risalta il contrasto tra il giovane americano con cappellino e ipod alle orecchie e chi ancora si guadagna da vivere trascinando materassi a mano.
E' interessante soffermarsi anche sulla storia personale della giovane artista originaria di Cagliari che, dopo aver lavorato per diversi anni a New York come avvocato di affari, ha deciso di abbandonare la professione per dedicarsi completamente alla sua passione per la fotografia.
