Due “M” a confronto. L’influenza di Michelangelo nella formazione artistica di Matisse
di // pubblicato il 01 Marzo, 2011
Ambientazione buia, pannelli color antracite, luci d’accento. È questa l’atmosfera avvolgente che accoglie il visitatore della mostra Matisse. La seduzione di Michelangelo presso il bresciano complesso di Santa Giulia.
Inizia nella penombra di una luce soffusa il percorso espositivo dedicato a Matisse, figura emblematica del periodo fauve francese e notoriamente conosciuto per i suoi colori squillanti e i decoupages cartacei.

Eppure, sin dalle prime sale, questa mostra dichiara una propria particolarità rispetto alle solite retrospettive dedicate ai grandi artisti. Puntando su di un tipo di produzione generalmente considerata secondaria o comunque di non così sicuro richiamo come può essere quella comunemente ritrovabile sui manuali di storia dell’arte, un’intelligente operazione curatoriale ha saputo mettere in risalto e soprattutto, dare una giusta collocazione e spiegazione, al ruolo fondamentale del bozzetto nel lavoro di Matisse.

Il disegno preparatorio, gli studi del nudo e del corpo umano in genere, le plastiche modellate e le copie di gruppi scultorei classici, rivelano un rigore metodologico e l’attenzione per i particolari compositivi.
Quello che nella sua pittura può apparire all’occhio dei più approccio semplicistico alla realtà o riduzione a scarabocchio infantile, trova in questa mostra giustificazione e corretta spiegazione.
Il grande corpus di disegni e studi qui esposto, nel percorso ostensivo che segue un ordine cronologico progressivo, illustra il graduale processo mediante cui Matisse giunse al suo singolare metodo rappresentativo.

Un metodo sempre più scarno, lineare ed essenziale coerentemente al suo ideale supremo di semplificazione, di purificazione delle idee.
Il rapportarsi all’opera di Michelangelo è in questo senso fondamentale. Maestro supremo, fornisce al Nostro gli strumenti necessari per la messa in pratica “del levare”, piuttosto che dell’aggiungere.
Ne sono a buon diritto l’esemplificazione i gouaches découpées, sintesi ultima del processo creativo, nei quali carta e colore diventano cosa sola e perché “ritagliare a vivo nel colore […] ricorda il procedimento diretto della scultura”.
Una somiglianza di intenti, ma anche procedurale, nella produzione di entrambi.

La predilezione per il modellato scultoreo, il segno grafico e l’anatomia umana fa rispecchiare Matisse nella poliedrica figura artistica di Michelangelo e la prova più palese di questa filiazione dell’artista francese si palesa nell’accostamento degli studi dei gruppi scultorei presso le Tombe Medicee. La figura della "Notte" e dell’"Aurora" nelle litografie su pregiate carte giapponesi, sono emozionate esercitazioni grafiche eseguite a Firenze, che influenzano poi gli studi successivi, dove il tratto lineare, semplice, senza riempimenti e pentimenti ha già assimilato e digerito la lezione klimtiana.
Quello cui l’artista aspirava era un addomesticamento totale della mano, che come strumento al servizio della mente, avrebbe dovuto veicolarne nel modo più preciso possibile le intenzioni creative.

In un esercizio continuo ed instancabile, anche la produzione di Rodin viene interiorizzata, in special modo nelle fusioni in bronzo a cera persa, dove le masse informi e le muscolature possenti, nonché le posture dei suoi personaggi ricordano "Il pensatore" e "l’Homme qui marche", in una rielaborazione che toglie progressivamente verso il tanto agognato alleggerimento formale.
Nelle numerose sezioni tematiche della mostra, ampia e ben strutturata è quella relativa il rapporto con la musica e la danza; astrazione per eccellenza la prima e ritmo vitale primordiale la seconda, diventano, insieme alle odalische con collana, perni fondamentali nelle rappresentazioni pittoriche di Matisse.
Matisse paragonava la disposizione delle note della scala e dei colori e concepiva le relazioni dei colori in un quadro come se fossero polifonie. "Sette note, con leggere modifiche, sono abbastanza per scrivere qualsiasi partitura musicale. Perché non dovrebbe essere lo stesso per le arti plastiche?". Egli addirittura mischiava i vocabolari dei suoni e delle immagini persino nella formulazione del suo credo estetico: "Ho provato a sostituire il vibrato con un'armonia che è più espressiva, più diretta, un'armonia la cui semplicità e sincerità mi avrebbe dato superfici più tranquille".
I bozzetti esposti in mostra contengono i presupposti per il celebre dipinto "La Danza" realizzato nel 1931.

E nella Danza sono già rintracciabili quelle forme stilizzate, asciutte, dalle campiture piene e omogenee proprie delle gouaches découpées, di cui si occupa la mostra negli ultimi tre settori dell’itinerario espositivo. La serie dedicata ai suoni afro-americani del jazz, il celebre e nero "Icaro" dal cuore rosso in campo blu e il malinconico "Funerale di Pierrot", dove ancora invadente è la presenza della musica in cui i colori sono orchestrati come note di un accordo, segna l’approdo di Matisse al porto dell’estrema rarefazione del linguaggio.
L'abbandono dei classici giungeva dunque al capitolo finale, nell'acquisizione di una matura indipendenza creativa.