Due cene a confronto

di Cinzia Colzi // pubblicato il 26 Gennaio, 2009

Il titolo è quello del saggio della professoressa Mina Gregori nel catalogo Electa "Caravaggio ospita Caravaggio" edito in occasione della mostra omonima che ha inaugurato le celebrazioni del bicentenario della Pinacoteca di Brera, di cui Elisabetta vi  ha fornito scaletta dei maggiori eventi previsti per questo grande appuntamento.
Ho scelto di focalizzare questa riflessione percorrendo brevemente uno dei quattro saggi perché di Caravaggio, in questo periodo, si è scritto in abbondanza.
Mi piacerebbe incuriosirvi, fornendo spunti, per poi leggere l'intero catalogo, accessibile per il prezzo contenuto, il formato ridotto rispetto ai monumentali volumi, ma, sopra a tutto, perché i saggi sono di semplice comprensione pur trattando i temi più importanti delle quattro opere in mostra, a cui si aggiunge uno studio ricavato da documenti inediti sulla vicenda dell'acquisizione, avvenuta tra il 1939 e il 1940, della Cena in Emmaus a opera degli Amici di Brera (con l'apporto dell'ex soprintendente di Milano, Ettore Modigliani, allontanato a causa delle leggi antisemitiche).
 
Per semplicità di lettura, i corsivi riportano le parole di Mina Gregori, ma andiamo subito all'inizio del Seicento quando Michelangelo Merisi, dopo aver lasciato il palazzo del cardinale Francesco Maria Del Monte, abita presso il cardinale Gerolamo Mattei dedicandosi a soggetti sacri (è il biografo Giovanni Baglione che dice: "quando N. Signore andò in Emaus, e all’hora che s. Thomasso toccò co’l dito il costato del Salvatore” rifrendendosi ai testi evangelici di Luca 16: 12-13; 24: 13-25  e di Giovanni  20: 24-29), mentre la Gregori scrive: "Sebbene l’appartenenza al Mattei dell’Incredulità di san Tommaso sia tutt’altro che certa, i due dipinti sono stilisticamente prossimi e si collegano tra loro riguardando ambedue il periodo post mortem del Cristo, quando apparve agli apostoli in carne e ossa. È questa una circostanza che offre una delle letture della Cena in Emmaus oggi a Londra, la prima delle due redazioni del soggetto dipinte dal Caravaggio. Coloro che danno pressoché esclusiva importanza all’influenza dei committenti potranno pensare che il suo trasferimento presso il cardinale Mattei abbia avuto un peso rilevante nel cambiamento che si nota nelle scelte tematiche del Caravaggio, prevalentemente rivolte ai soggetti religiosi".

Indubbiamente il cardinale Mattei avrà profuso consigli, magari imponendo anche le sue preferenze, ma nella Cena in Emmaus, come nell’Incredulità di san Tommaso, i soggetti e la loro realizzazione, rispecchiano la concezione che Michelangelo ebbe riguardo alla sua pittura "difendendola vivacemente, come riferisce Karel van Mander (1604) che negli stessi anni aveva avuto notizia delle manifestazioni anche verbali di un Caravaggio già affermato, 'che fa cose meravigliose' ".

Rappresentati a mezza figura, il Cristo al centro e i due pellegrini di Emmaus, Cleofa e a destra il suo compagno spesso identificato con Pietro o con Luca "sono situati a distanza ravvicinata rispetto allo spettatore: siedono al tavolo ricoperto dal tappeto sul quale è disposta la bianca tovaglia secondo un’iconografia di origine veneta (come altri particolari, ad esempio, l’oste con la berretta che ha un precedente nel dipinto già Gonzaga oggi al Louvre di Tiziano) e la cui ricaduta in primo piano è una soluzione adottata nel giovanile quadro dei Bari e lo sarà in seguito nel Cavadenti".

Anche nella Cena in Emmaus "l’intento del Caravaggio di condurre l’occhio del riguardante al centro dell’azione e verso gli oggetti a cui qui sono affidati i messaggi simbolici del tema. Nel quadro londinese la tensione rattenuta ha un’ulteriore finalità, quella di rappresentare la sorpresa dei due pellegrini nel momento in cui scoprono l’identità di Colui che li aveva accompagnati nel cammino senza rivelarsi. L’interpretazione del soggetto punta su reazioni emotive che si esprimono con atteggiamenti eloquenti nella loro evidenza fisica e si è osservato che la gestualità svela riferimenti a Leonardo e alle teorie albertiane dei moti, viste nel loro fondamento naturalistico. Allo stesso modo il Cristo si impone nel gesto eucaristico di benedire il pane e il miracolo è duplice nella letterale osservanza del testo evangelico e ancor più nella capacità di realizzarlo nella presenza reale del Risorto grazie allo strepitoso potere della sua pittura. È lui, il Caravaggio, a far rivivere, a risuscitare il Cristo. In analogia con questi intenti, il tema del san Tommaso incredulo fonda sulla rappresentazione ravvicinata del Cristo risorto che si presenta miracolosamente dopo la morte nel consesso degli apostoli, e l’attenzione è rivolta al suo corpo ferito".

Appare evidente come Michelangelo, interpretando i due miracoli, abbia scelto la loro manifestazione fisica, e nella Cena in Emmaus, focalizzi anche sulla sorpresa dei pellegrini "e sui gesti che collaborano a rendere l’illusione della scena reale mediante sottili inganni prospettici, le braccia aperte e la mano proiettata verso di noi del pellegrino di destra, il gesto di Cleofa che a sinistra sta per sollevarsi per la sorpresa dalla sedia Savonarola (simile a quella su cui è assiso san Matteo nella prima redazione) e il suo gomito, con la manica strappata, sfora il nostro spazio infrangendo la barriera della superficie dipinta. Le sottili vibrazioni dell’acqua e del vino nei recipienti di vetro (un particolare che si nota anche nel Bacco degli Uffizi) e la precaria collocazione del cesto di frutta sul bordo del tavolo e lì lì per cadere accompagnano i moti istantanei dell’evento".

Nel 1990, per le ricerche effettuate da Francesca Cappelletti e di Laura Testa, è stato scoperto che Carafaggio fu pagato, il 7 gennaio 1602, ben centocinquanta scudi ed è quindi presumibile che l'opera sia stata realizzata nel tardo 1601. Nel novembre dello stesso anno, venne anche saldato per i due dipinti destinati alla cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. "La Conversione di san Paolo, il solo a noi noto dei due quadri, oggi nella collezione Odescalchi, manifesta una stretta contemporaneità e una altrettanto stretta affinità con la Cena in Emmaus londinese nell’evidenza fisica e persino illusiva dei protagonisti, e soprattutto del Cristo, ricorrendo, come scriveva il Van Mander, al modello vivo. Alla collocazione all’aprirsi del secolo del dipinto Mattei contribuisce anche la somiglianza del vecchio canuto che impersona il pellegrino di destra con il modello usato per altri dipinti di quegli anni".

Invece, la Cena in Emmaus della Pinacoteca di Brera, viene dipinta all'incirca dopo cinque anni da quella londinese, quando si trova a Zagarolo, nel feudo laziale di Marzio Colonna, dopo l'omicidio di Ranuccio Tomassoni del 28 maggio 1606.
Caravaggio ritrae un momento immediatamente successivo a quello rappresentato nella versione Mattei: il pane è già stato spezzato e Gesù benedice i discepoli congedandoli in una scena più essenziale e immersa nel buio, l’unica fonte di luce, fortemente laterale, sottolinea in maniera selettiva e puntuale l’intensità dei gesti, più semplici e naturali, e le espressioni concentrate degli astanti.
Un cambiamento di linguaggio che caratterizzerà tutte le opere successive.
L'affiancamento delle due opere permette, appunto, di constatare differenze stilistiche, ma anche l’interpretazione del tema di così forte impatto emotivo.

Per Gian Pietro  Bellori, nel dipinto oggi a Brera vie è: “Christo in mezzo che benedice il pane, e uno de gli Apostoli à sedere, nel riconoscerlo, apre le braccia e l’altro ferma le mani sù la mensa, e lo riguarda con maraviglia: evvi dietro l’hoste con la cuffia in capo e una vecchia che porta le vivande. Un’altra di queste inventioni dipinse per lo Cardinale Scipione Borghese alquanto differente; la prima più tinta, e l’una, e l’altra alla lode dell’imitatione del colore naturale; se bene mancano nella parte del decoro, degenerando spesso Michele nelle forme humili, e vulgari”.
Per Mina Gregori: "La menzione della vecchia servente è conferma che il quadro descritto estesamente è quello di Brera. Parlando di questa versione 'più tinta' il biografo si riferiva al chiaroscuro intenso e contrastato. Egli riteneva che il dipinto Mattei fosse stato dipinto per Scipione Borghese perché lo vedeva nel palazzo della famiglia, dove infatti è citato dal Manilli (1650) e dallo Scannelli (1657), che ne esalta la “tremenda naturalezza”, ed è menzionato negli inventari dal 1675 e fino alla fine del Settecento. Scipione rientrò a Roma il 16 maggio 1605 e divenne cardinale nel luglio seguente e pertanto non si può pensare che sia stato il committente della Cena in Emmaus londinese. Il Bellori menziona due volte la seconda versione della Cena in Emmaus, dapprima come eseguita per il marchese Patrizi, in fondo alla pagina come dipinta insieme a una mezza figura di Maddalena a Zagarolo “nella benevolenza” del duca Marzio Colonna. Si deve pensare che si tratti dello stesso quadro ed è probabile che il biografo la ritenesse eseguita per il Patrizi poiché la vedeva nella collezione di questa famiglia e ivi la cita nel 1664.".

Nonostante la sintesi, vi starete rendendo conto di quale fonte di notizie sia questo volume.
"La Cena in Emmaus Mattei ottiene la nostra ammirazione per la giovanile baldanza con cui il miracolo è esaltato, la seconda versione richiede meditazione e tempi più lunghi alla nostra attenzione. Dalla rappresentazione nel dipinto romano del miracolo e dalla sorpresa sottolineate dai gesti del suo manifestarsi in termini di presenza fisica, il pittore perviene nel quadro Patrizi a una visione più profonda, costruita in una composizione classica a semicerchio delineata dai manti dei pellegrini intorno al Cristo barbato e dal volto maturo, e vi è rappresentato il momento dell’addio o, meglio, della mesta previsione dell’addio, come nell’Ultima Cena. L’oscurità occupa a sinistra larga parte dello spazio, la luce batte sulla candida mensa dove si notano la calcolata presenza delle mani e il contrasto tra la mano delicata del Cristo e quella rude del pellegrino di destra e dove sono presentati gli ingredienti essenziali del miracolo eucaristico. La luce si allea con l’ombra anche per scavare nei volti e rivelare i loro pensieri. Entro il fondo bruno, corrispondente alla maniera “oscura” descritta dal Bellori, i contrasti luministici ottengono un effetto di instabilità che qui più che in ogni altro quadro del Caravaggio si presenta così intensamente da prevedere il Rembrandt. L’esecuzione è rapida e la stesura sottile del colore lascia zone non ricoperte della preparazione, secondo una pratica adottata dal Caravaggio negli ultimi anni. Eseguita poco prima di giungere a Napoli, la Cena in Emmaus oggi a Brera racchiude alcuni pensieri che avranno successivi sviluppi. Il vivo controluce della testa del discepolo più giovane a sinistra ne consente un’agevole lettura e appare un precedente diretto dell’aguzzino piegato in basso a sinistra nella Flagellazione eseguita a Napoli per la chiesa di San Domenico. L’uomo in berretta, diversamente dall’oste della versione di Londra, e la servente sembrano anch’essi consapevoli e partecipi, e la profonda mestizia che si legge sul viso della donna esprime il timbro sentimentale ed emotivo dell’opera. Queste presenze, quasi a guisa di coro della tragedia antica, sono l’annuncio di tarde rappresentazioni dove il pittore volle..."
 
Buona lettura.

 

Dettagli

Caravaggio ospita Caravaggio
fino al 29 marzo 2009
www.brera.beniculturali.it 

Catalogo Electa
ISBM 9788837069599

 

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Cena in Emmaus
    olio su tela
    cm 141×196,2
    Londra, The National Gallery
  • Cena in Emmaus olio su tela
    cm 141 x 175
    Milano, Pinacoteca di Brera
    © Archivio del Laboratorio Fotografico della Soprintendenza