Dopo il crollo al Pincio torna l’esigenza di “manutenzione preventiva”?

di cierre // pubblicato il 12 Settembre, 2012

Il 22 Agosto l’ANSA riporta la notizia del crollo di una parte delle mura del Pincio: “Il rivestimento di un muro del Pincio, opera del Valadier come l'intero complesso, è crollato la scorsa notte, in via Gabriele D'Annunzio a Roma: 9 metri, profondità 20 centimetri.” Il crollo, è avvenuto verso le 4. Alle 8.30 è cominciato il sopralluogo della sovrintendenza capitolina e di tutti i tecnici dei vari dipartimenti di Roma Capitale. Il sovrintendente ai Beni Culturali di Roma Umberto Broccoli specifica che è crollata la fodera del muro che riguarda il secondo tornante dei tre che collegano la Terrazza del Pincio a Piazza del Popolo. "E' - dice ancora il sovrintendete - la diretta conseguenza delle intemperie: prima la neve, poi di un inverno molto piovoso, a cui si è aggiunta un'estate molto secca. Quindi prima molto bagnato, poi molto asciutto hanno creato il distaccamento di quella che possiamo definire la 'fodera' del muro della profondità di un mattone". Sono questi i motivi, secondo il sovrintendente, che hanno portato al crollo del rivestimento in via Gabriele D'Annunzio.
Crollo al Pincio
Il crollo del muro di rivestimento del Pincio, opera del Valadier come l'intero complesso, in via Gabriele D'Annunzio a Roma (fonte ANSA)
Si sa, contro gli eventi eccezionali – quelli stagionali in questo caso – non si hanno difese. Alluvioni, frane, crolli sono capitati un po’ ovunque nel territorio in questi ultimi anni, ma quando è coinvolto il nostro patrimonio storico-artistico e culturale sorge spontanea la domanda ma si poteva evitare?. In queste circostanze è difficile trovare un’amministrazione che ammetta una responsabilità o di essere stata negligente a qualche livello. Normale! siamo in Italia!
Qualche giorno dopo, Gisella Capponi, dal 2009 direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, tra le più importanti e prestigiose istituzioni italiane e non che si occupano di Beni Culturali, intervistata da La Repubblica spiega “Non è in una singola azione la risposta (e la possibilità di difesa) di un patrimonio culturale sempre più fragile”. A Roma come a Pompei, come in ogni altro luogo del nostro territorio il metodo è uno: prevenzione capillare, consuetudine dei tecnici con i luoghi da preservare, mappa dei rischi con la classificazione delle loro priorità e il monitoraggio.
In merito al Pincio dice che la zona è chiaramente in difficoltà. “… potrebbero esserci state delle deviazioni delle infiltrazioni d’acqua per i lavori fatti sopra, per il parcheggio. Si tratta di una zona che ha sempre un aspetto non curato e d’altra parte è fragile per come è realizzata. Le infiltrazioni hanno sciolto i sali nelle murature, disgregando le malte che tengono insieme i mattoni: in assenza di umido la cortina ha ceduto”.
“È un vero peccato – continua in merito Capponi – che l’unico progetto messo in piedi nell’ottica di un monitoraggio del patrimonio sia stato la Carta del Rischio, poi abbandonata. Sarebbe il caso di riprenderne i principi, per individuare le priorità”.
Iniziative a livello più o meno locale sono state intraprese da Università ed Enti di Ricerca ma a causa delle scarse risorse si sono poi esaurite con le forse e l’entusiasmo dei pochi volenterosi. Occorre un finanziamento sistematico mirato alla manutenzione preventiva che permetta un censimento sullo stato di conservazione del patrimonio sul territorio così da individuarne le criticità e i rischi, che preveda degli stanziamenti mirati a mettere in sicurezza le situazioni più in pericolo e che si prefigga di monitorare nel tempo i manufatti seguendo protocolli stabiliti e condivisi da scienziati e addetti ai lavori evitando interventi di restauro straordinari a volte data l’urgenza non condotti secondo tutti i dettami. Solo questo approccio può salvare la nostra ricchezza più grande il patrimonio storico-artisitico e culturale, ed è nostro obbligo preservarlo per noi e per le generazioni future.

 

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