Donne senza uomini

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 12 Marzo, 2010

Teheran, Iran, estate 1953. Munis è una giovane donna che vorrebbe partecipare attivamente alla vita politica del suo paese ma deve subire le imposizioni del fratello che vuole combinarle un matrimonio per puro calcolo economico. La sua amica Faezeh vive in modo completamente estraneo gli eventi politici che la circondano perché appartenenti al mondo degli uomini, così distante, sconosciuto e proibito per lei in quanto donna. Zarin è una giovane costretta a fare la prostituta in un bordello, è talmente indifferente ormai al suo corpo da lasciarlo senza alcuna emozione in balia di uomini di cui non riesce nemmeno più a vedere il volto. Fakhri è la ricca moglie di un militare, la vita senza sentimenti che si è costruita va in frantumi dopo l’incontro con un uomo amato molti anni prima e contro ogni convenzione abbandona il marito per andare a vivere lontano dalla città.

Quattro donne, quattro storie diverse che s’incontrano in una casa con un bellissimo giardino alla ricerca di una via nuova con cui attraversare la vita. Ma il precipitare degli eventi con il colpo di stato, voluto e organizzato dalla CIA con il governo Britannico, per destituire il presidente Mossadeq democraticamente eletto dal popolo iraniano e consegnare il paese al dominio dello Shah Mohammad Reza Pahlavi e del generale delle forze armate insediato come nuovo presidente, travolgerà tutto.

Dedicato a tutti coloro che hanno dato la loro vita per la libertà e la democrazia in Iran, dalla rivoluzione del 1906 che portò lo Shah a essere subordinato a un parlamento instaurando la monarchia costituzionale, fino al movimento studentesco dell’Onda Verde che nell’estate del 2009 ha dato inizio alla contestazione per i brogli elettorali che hanno arbitrariamente riconfermato al potere l’attuale presidente Maḥmūd Aḥmadinejād, il film Donne senza uomini è tratto dal romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur ed ha vinto il Leone d’Argento per la regia alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2009. 

Esordio alla regia della giovane fotografa e video artista iraniana Shirin Neshat, sono stati necessari sei anni per realizzare il progetto ma già prima l’artista aveva creato cinque installazioni video per dei musei ispirandosi al romanzo Donne senza uomini. La storia del film si muove contemporaneamente su due piani narrativi paralleli, passando continuamente dalla realtà a un altro mondo fatto di arcaica magia, ricco di simboli e metafore. Il racconto si snoda in modo non sempre lineare ma la bellezza delle immagini, la morbidezza di indimenticabili movimenti di macchina, unite alla musica originale di Ryuichi Sakamoto conferiscono notevole fascino all’atmosfera che pervade il film. Durante la visione la razionalità deve lasciare spazio alla suggestione, lasciandosi trasportare dal flusso narrativo ogni scetticismo verso il potere magico delle cose deve essere deposto, in uno scorrere degli avvenimenti dove è proprio il talismano creato da una vecchia, per punire l’uomo responsabile morale di un suicidio, e il suo rito di sepoltura nel cortile di casa dell’uomo stesso a liberare i primi elementi magici della storia.

Il giardino in cui si ricongiungono le storie femminili è un simbolo caro alla tradizione islamica e persiana, in poesia come in letteratura, rappresenta uno spazio di trascendenza spirituale e di fuga dalla banalità della vita materiale, nel romanzo originale come nel film si tratta di uno spazio d’esilio, un rifugio dell’anima ma anche un luogo da cui si può essere cacciati, una sorta di Eden per sfuggire la crudeltà del mondo. Non a caso le parole della donna suicida sembrano avere questo valore: “Per liberarsi dal dolore forse è necessario liberarsi del mondo”.

Molto bella e toccante la figura della giovane prostituta Zarin che, dopo aver purificato il suo corpo anoressico in un drammatico bagno quasi abrasivo, sembra farsi carico dei dolori del mondo con una tendenza tipicamente femminile a immolarsi al sacrificio per il bene degli altri, in una passione dagli echi quasi evangelici. La regista Shirin Neshat ha dichiarato che, nel suo sentirsi sempre fuori posto nel mondo, il personaggio di Zarin è quello che le assomiglia emotivamente di più. Per Shirin al di là del mezzo espressivo adottato, dalla fotografia al video al cinema, l’unico modo concreto e reale di entrare in comunicazione con gli altri è mettersi a nudo, con onestà e dare via libera allo scambio con l’altro. 

Donne senza uomini è un film iraniano a tutti gli effetti perché la regista, la maggior parte della troupe e l’autrice del romanzo, ovviamente proibito dal regime in Iran, sono esuli iraniani, è stato girato in lingua persiana ma in Marocco con finanziamenti tedeschi, francesi e austriaci. La scrittrice Shahrnush Parsipur ha partecipato direttamente al processo di realizzazione, accettando le modifiche e i tagli che la regista ha apportato al testo originale e interpretando nel film il piccolo ruolo della tenutaria del bordello in cui incontriamo Zarin all’inizio della storia.

Oltre alla bellezza fotografica di un film che è puro nutrimento per gli occhi, la pellicola è densa di significati anche politici. In una scena in cui un gruppo di intellettuali sottolinea l’importanza primaria che arte, poesia e letteratura hanno o dovrebbero avere nella società, uno di essi afferma che per potersi realizzare compiutamente la democrazia ha bisogno di un popolo colto e all’altezza delle sue scelte. Credo nel valore universale di questa dichiarazione che ben si addice non solo ai regimi dove mancano le più elementari libertà, ma anche a una situazione come quella italiana in cui si aboliscono i programmi con valenze politiche durante il mese che precede una consultazione elettorale nel tentativo di coltivare l’ignoranza del “popolo sovrano” già ad uno stadio tristemente prossimo alla cronicità. Le statistiche, quelle vere che non interessano ai rotocalchi, attestano che c’è un altissimo tasso di analfabetismo nella popolazione italiana, in molti casi le persone sono in grado di leggere ma non di capire concettualmente ciò che hanno letto. 

Il valore di Donne senza uomini è anche di memoria storica e smaschera una delle più grosse bugie che sia stata raccontata negli ultimi anni per cui gli Stati Uniti d’America, come paladini della libertà, sarebbero deputati a portare la democrazia nel mondo. Nel 1953 in Iran la democrazia era una concreta realtà e i servizi segreti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna insieme, in un’azione sotto copertura diplomatica e con la complicità delle forze armate fedeli allo Shah, ne hanno decretato la fine per i calcoli politici dei primi e i biechi interessi economici dei secondi tesi a sfruttare impunemente il petrolio iraniano che il deposto presidente aveva nazionalizzato. Questo ha creato già allora l’innesco che ha portato alla rivoluzione islamica del 1979 con conseguente abolizione della carta costituzionale e instaurazione del regime dittatoriale delle gerarchie religiose che ancora oggi insanguina l’Iran.

Il finale del film suona quasi come un monito, mentre sullo schermo assistiamo alla repressione del 1953, inevitabilmente sono evocati gli scontri sanguinosi e la dura repressione attuali, con le immagini drammatiche diffuse attraverso la rete della morte in strada della giovane Neda. La voce fuori campo di Munis racconta il ripetersi della storia, il susseguirsi della stessa speranza, lo stesso tradimento, la stessa oppressione di sempre. E’ di pochi giorni fa la notizia che è stato arrestato a Teheran il regista Jafar Panahi, Leone d’Oro a Venezia 2000 col suo film Il cerchio, con l’accusa di lavorare a un film contro il regime perché sviluppava il progetto di un lungometraggio sulle contestazioni studentesche dell’Onda Verde, al momento di lui non si hanno più notizie.

Shirin Neshat ha raccontato che nei suoi incontri col pubblico in Italia, primo paese del mondo a distribuire il film in sala, sovente le è capitato di essere attaccata da iraniani in esilio che le contestano il diritto a parlare della situazione in Iran perché lei è cresciuta all’estero e vive a New York. Io credo che questa critica sia semplicemente assurda, chiunque abbia spazio e un modo per denunciare alla pubblica opinione mondiale le violenze perpetrate da regimi totalitari ha il dovere etico e morale di far sentire la sua voce contro l’ingiustizia, perché anche se l’Iran è geograficamente lontano la questione riguarda tutti noi come esseri umani, si tratta di valore della vita umana nello stesso modo in cui gli antichi resti archeologici dell’impero persiano sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Zanan bedoone mardan
  • Regia: Shirin Neshat
  • Con la collaborazione di: Shoja Azari
  • Con: Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsi Tóth, Bijan Daneshmand, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir, Shahrnush Parsipur
  • Soggetto: Shahrnush Parsipur dal suo romanzo Donne senza uomini
  • Sceneggiatura: Shrin Neshat, Shoja Azari
  • Fotografia: Martin Gschlacht
  • Musica: Ryuichi Sakamoto
  • Musica persiana: Abbas Bakhtiari
  • Montaggio: George Cragg, Julia Wiedwald
  • Scenografia: Katharina Wöppermann
  • Arredamento: Shahram Karimi
  • Costumi: Thomas Olah
  • Produzione: Susanne Marian, Martin Gschlacht, Philippe Bober per Essential Filmproduktion, Coop99 e Parisienne De Production
  • Origine: Germania/Austria/Francia, 2009
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 95’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- L’attrice bulgara Orsi Tóth nel ruolo
  della giovane prostituta Zarin
- Munis, Shabnam Toloui, tra la folla 
  di dimostranti / Fakhri, Arita Shahrzad,
  nel giardino della casa
- Faeseh e Amir Khan, il fratello dispotico
  di Munis, interpretati da Pegah Ferydoni
  e Essa Zahir
- Zarin pianta nella terra bellissimi fiori
  di alluminio fatti da lei
- La regista esordiente Shirin Neshat e una
  sua opera fotografica che anticipa le
  atmosfere del film