Di ritorno da Beirut
di // pubblicato il 13 Gennaio, 2011
Per me che sono nato agli inizi degli anni 70, Beirut è sempre stato sinonimo di guerra, morte e desolazione. Tra i ricordi più vividi e sconvolgenti della mia infanzia ci sono le immagini degli inviati di guerra dei vari telegiornali che ogni giorno facevano la conta dei morti tra le macerie della città mediorentale.
Non più di un mese fa, alla vigilia della mia partenza per il Libano, tutti i quotidiani, all'indomani dei duri scontri avvenuti a Roma tra manifestanti e polizia, dopo la risicata fiducia ottenuta dal Governo Berlusconi, titolavano ancora “Piazza del Popolo come Beirut” , “Roma come Beirut”.
Così sono salito sull'aereo preparato ad atterrare in una città grigia, cupa, dove ancora erano evidenti i segni dell'ultimo conflitto del 2006, chiusa in se stessa e abitata da persone diffidenti a causa della complicata situazione politica, sociale e religiosa.

Arrivato con il taxi nel cuore della capitale libanese, trovo invece la città che non mi aspetto. Beirut oggi è il riflesso delle sue tante belle donne che si incontrano per le strade: dinamica, affascinante, elegante, talvolta eccessivamente truccata perfino deturpata da interventi di chirurgia plastica, quasi a voler nascondere cicatrici indelebili.
Una città in continua evoluzione, dove grattacieli moderni e luccicanti si ergono accanto ad edifici abbandonati e crivellati dai bombardamenti, testimonianza di anni bui e dolorosi.
Passeggiando per il Gemmayze, il quartiere più cool della città, si incontrare locali arredati con elementi di alto design, ristoranti etnici e gallerie d'arte che nulla hanno da invidiare a Parigi o Londra.
Mi sono trovato davanti una città multietnica, tollerante, culturalmente vivace, che vuole crescere, tenere il passo con il vicino occidente e scrollarsi di dosso il pesante fardello di un passato difficile.
Non mancano ovviamente gli eccessi, i nuovi ricchi che ostentano volgarmente la loro ricchezza. Davanti ad ogni locale, la sera, ci solo file di auto lussuose lasciate in doppia fila con le chiavi inserite nell'attesa che un parcheggiatore vada a spostarle.
Ma Beirut è anche la città dove puoi trovare un tassista che parla tre lingue e ti racconta che ha fatto lo chef nei più importanti alberghi del mondo o perfetti sconosciuti che dentro un locale ti salutano e ti offrono una birra e se provi a dir loro “No grazie domattina mi devo svegliare”, ti rispondono con un sorriso affabile “Non ci pensare, domani c'è la guerra”.