Dei delitti e delle pene

di Francesco Romano // pubblicato il 03 Dicembre, 2011

Pietro Leopoldo per grazia di Dio Principe Reale d' Ungheria e di Boemia Arciduca d' Austria Granduca di Toscana.
Leopold IIFino dal Nostro avvenimento al Trono di Toscana riguardammo come uno dei Nostri principali doveri l'esame, e riforma della Legislazione Criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell' Impero Romano, o nelle turbolenze dell' Anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adattata al dolce, e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con Istruzioni, ed Ordini ai Nostri Tribunali, e con particolari Editti, con i quali vennero abolite le pene di Morte, la Tortura, e le pene immoderate, e non proporzionate alle trasgressioni, ed alle contravvenzioni alle Leggi Fiscali finchè non ci fossimo posti in grado mediante un serio, e maturo esame, e col soccorso dell' esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta Legislazione. Con la più grande sodisfazione del Nostro paterno cuore abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le ree azioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, in vece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l' uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei respettivi casi, ci siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso
".

Questo brano con il quale apro la mia collaborazione con il Magazine Arte & Arti è tratto dal preambolo della Legge criminale toscana del 30 novembre 1786 nella edizione di Gaetano Cambiagi stampatore granducale in Firenze (1786, pp. 55, in Bandi e Ordini del Granducato di Toscana, codice XIII, n. 59).

Perchè ho deciso di dedicare questo spazio proprio a questo testo?
Almeno per tre motivi.
Il primo costituirà il filo conduttore che cercherò di seguire in questa mia avventura su queste pagine apprezzate e cioè l'ambizione di dedicarmi alle parole che formano il discorso giuridico, cioè a parole che ogni giorno influenzano la nostra vita perchè, anche se a volte non si direbbe, il diritto, la legge, gli atti e i documenti con cui la pubblica amministrazione si rivolgono a noi cittadini, a differenza di tutte le altre parole hanno la capacità di cambiare la nostra vita.
Così come Pietro Leopoldo cambiò la vita, risparmiandone molte, dei cittadini toscani, quando nel 1786, primo fra tutti i regnanti dell'epoca abolì la pena capitale  sul territorio del Granducato di Toscana.
Ed eccomi al secondo motivo di questo mio incipit, la ricorrenza, mentre sto scrivendo, del 30 novembre festa della Toscana che trae la propria ragion d'essere proprio dalla celebrazione di quella abolizione voluta dal Granduca. E le parole che sopra vi ho riportato appaiono ancora oggi illuminate  e attualissime se pensiamo a quanti stati ancora applicano la pena di morte, a quante torture sono ancora inflitte nelle tante carceri del pianeta.
Pietro Leopoldo riflette sulla necessità di una “riforma della Legislazione Criminale” in quanto tale legislazione appare “troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell' Impero Romano, o nelle turbolenze dell' Anarchia dei bassi tempi” e dunque non più adatta “al dolce, e mansueto carattere della Nazione”.
Sembrano parole scritte nello statuto di un'associazione per i diritti umani le parole con cui il Granduca riconosce che “la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le ree azioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, in vece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci” e che la pena capitale va abolita in quanto “non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei
”.

Queste parole stridono con quelle ultime pronunciate dai condannati a morte dello Stato del Texas che proprio il 30 novembre sono state lette nel mirabile spazio restituito a Firenze in quello che è stato uno dei suoi luoghi di sofferenza: il carcere delle Murate.
La compagnia teatrale Archètipo ha infatti presentato lo scorso 30 novembre nello spazio urbano contemporaneo delle Murate un flash mob contro la pena di morte in cui politici, attori, artisti giornalisti, persone comuni hanno dato vita ad una suggestiva lettura-recitazione delle parole pronunciate  da detenuti del braccio della morte di un carcere del Texas prima di essere condotti alla pena capitale. Mentre per 20 minuti le parole dei detenuti sono state lette dai 13 partecipanti al flash mob, un tamburo ha risuonato nel vecchio cortile dell'ora d'aria del carcere, mentre i molti spettatori si muovevano da un lettore all'altro per ascoltare nelle loro voci le parole dei condannati a morte.
Forse al legislatore texano e ai molti altri che ancora praticano la pena di morte potranno essere ricordate le parole di più di duecento anni fa in cui si riconosce maggiore efficacia a quelle pene che oggi chiameremmo “alternative” al carcere, come lavori di utilità pubblica, in quanto più utili a fornire “un esempio continuato” e non “un momentaneo terrore che spesso degenera in compassione” impedendo da un lato “la possibilità di commettere nuovi Delitti” ma anche “la possibile speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile, e corretto” (articolo 51, comma 1 della stessa legge criminale).

Il terzo motivo che mi ha spinto a proporvi questo testo antico è in realtà un invito che rivolgo ai lettori di Arte & Arti a curiosare tra i termini custoditi nelle banche dati di documenti giuridici, antichi e moderni, messi a disposizione dall'Istituto di teoria e tecniche dell'informazione giuridica del Consiglio nazionale delle ricerche sul proprio sito.
Nell'archivio LLI (Lingua legislativa italiana) ad esempio, assieme al testo originale digitalizzato della legge criminale toscana del 1786, sopra riportato, si potranno così consultare altri Codici, Costituzioni e Leggi fondamentali dal 1539 al 2001 che hanno influito sia sull'ordinamento giuridico italiano sia sul patrimonio lessicale della lingua italiana del diritto.
Il corpus, consultabile gratuitamente on line, comprende tutti i codici dell’Italia unita sia in vigore che abrogati, i più importanti dei codici preunitari, tutte le costituzioni in lingua italiana dalla fine del Settecento, le leggi costituzionali successive alla Costituzione del 1947, tutti gli statuti regionali, e altre leggi oltre e rilevanti testi unici e codici.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Anonimo, Leopoldo II Imperatore Sacro Romano Impero dal 20 febbraio 1790 al 1º marzo 1792
    Pietro Leopoldo Granduca di Toscana dal 18 agosto 1765 al 20 febbraio 1790

In copertina:
Leopoldo II (particolare)