Dall’icona a Malevich
di // pubblicato il 29 Gennaio, 2011
Il 2011 è l’Anno della Cultura e Lingua Russa in Italia e della Cultura e Lingua Italiana in Russia; è l’anno in cui una distanza di più di 2300 kilometri si annulla portando i due Paesi a scambiarsi reciprocamente tesori, eventi e manifestazioni.
Un preludio del ricco e variegato carnet di eventi in programma vede Firenze come città ospitante, presso la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti fino al 30 aprile, della mostra “Dall’icona a Malevich. Capolavori dal Museo Russo di San Pietroburgo”.
Una selezione di circa 40 dipinti permettono all’osservatore di cavalcare l’onda del tempo e di scoprire quanto evidente sia l’evoluzione dell’arte rutena dall’epoca delle icone fino alle avanguardie del primo Novecento.
Le dimensioni dello spazio espositivo ben si adattano poi al contenuto numero delle opere scelte, permettendo in questo modo una maggior concentrazione sulle stesse così come una piena e totale immersione all’interno dell’atmosfera evocata.
Dalla collezione di icone, particolarmente cospicua, è stato intenzionalmente selezionato un unico pezzo ovvero il Cristo Panocrator in trono tra le potenze del XVI secolo; vista la grande diffusione di tale rappresentazione tra le fila dell’arte bizantina si è preferito dare maggiore spazio alla creatività del XVIII e XX secolo.
Fu, infatti, il Settecento il periodo in cui molti artisti russi maturarono uno stile più “moderno”: risultato di tale transizione fu il passaggio dalla statica tradizionalità dell’icona alla più vivace figurazione europea; per molti significò catturare l’ispirazione e plasmarla fino ad adattarla al proprio spirito creativo, creando in questo modo uno stile riconoscibile e personale variamente espresso.
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Con la ferma volontà di apprendere il più possibile dai maestri del genere, nella prima metà dell’Ottocento, numerosi artisti si recarono in Italia per perfezionare tecniche e stili, diventando allo stesso tempo particolarmente apprezzati dai reali nostrani, pronti a commissionare ritratti e affini agli artisti russi. I lunghi soggiorni nel Bel Paese erano particolarmente diffusi anche in relazione alla difficile situazione culturale del Paese d’origine; l’impossibilità di godere di una piena e totale libertà di espressione personale e la pressoché totale sudditanza alle commissioni ecclesiastiche, spinse numerosi artisti ad emigrare sulla scia della possibilità di elaborare temi propri ed indipendenti.
Nel catalogo della mostra fra le opere della prima metà dell’Ottocento figurano sia alcuni dipinti creati dagli artisti prima del viaggio in Italia, come il Ritratto di Davydov (1809) di Kiprenskij sia altri che risalgono al soggiorno italiano; parallelamente sono esposte alcune opere conseguenti al ritorno in Russia come il Ritratto di Elisaveta Saltykova di Brjullov. Quest’ultimo dipinto, per creare un legame con le opere che la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti espone stabilmente nella sala dedicata ai Demidoff e alle loro collezioni, figurerà in un intrigante vis à vis con Anatolio Demidoff dipinto dal medesimo autore in un formato monumentale.
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Un altro elemento, che emerge preponderante dalle opere iscrivibili alla seconda metà dell’Ottocento, fu l’interesse per le tematiche sociali. Successivamente all’abolizione della servitù (avvenuta nel 1861), molti artisti si ispirarono alla storia nazionale, creando rappresentazioni visive del prima e del dopo tale sviluppo, unendo varie raffigurazioni aventi come protagonista la loro vita quotidiana, la natura e gli eventi. Ci si paleseranno davanti agli occhi lavori di Ivan Kramskoj, Il’ja Repin, Fedor Vasil’ev e Ivan Shishkin.
Con il passare degli anni si sviluppò enormemente una pluralità di stili, indirizzi, tendenze ed individualità senza eguali: ben presto gli artisti russi raggiunsero il livello di specializzazione tipica dei colleghi europei, esprimendo in alcuni casi una spiccata capacità di osare e sperimentare. Proponendo gli esempi di tre pittori di grande calibro come Mikhail Nesterov, Valentin Serov e Mikhail Vrubel, si possono cogliere le sfaccettature dell’arte russa nel periodo antecedente l’avanguardia.
Quest’ultima, infatti, vide la luce nei primi anni dieci del ‘900 e si sviluppò pienamente intorno agli anni Trenta: Kandinskij, Malevich e Filonov sono solo alcuni dei grandi rappresentati delle diverse tipologie di astrattismo che prenderà piede nel XX secolo e che li porterà alla ribalta sulla scena internazionale.
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Valicando i decenni, questa mostra si presenta come la perfetta occasione di far conoscere al pubblico che visita i musei fiorentini una piccola parte dei tesori custoditi dal Museo Russo di San Pietroburgo, che tra le altre cose possiede la più ampia collezione di arte russa al mondo: più di 400.000 opere, dalle icone alle creazioni contemporanee.
Attraversando stanze e corridoi è possibile fare un viaggio a tutto tondo tra scultura, grafica, arti decorative e arti popolari così tipiche e parimenti così poco conosciute, respirando tutta la storicità delle opere esposte.
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Celebrare la varietà del patrimonio artistico russo è sicuramente impegnativo, ma dimostrare come anche la Grande Madre Russia sia una fucina ricca di idee, innovazioni ed espressioni è esemplare della volontà di dissipare il velo che spesso copre specifiche parti di mondo, aprendo a meravigliati visitatori strade conoscitive nuove, percorsi non troppo battuti e quindi di indubbio interesse.
“L'arte è un'attività umana il cui fine è la trasmissione ad altri dei più eletti e migliori sentimenti a cui gli uomini abbiano saputo assurgere” (Lev Tolstoj)