Dalì: passeggiando tra i sentieri dell’inconscio
di // pubblicato il 11 Gennaio, 2011
Mi sento a casa solo qui, in questo luogo; qui ho creato la mia personalità, scoperto il mio amore, dipinto la mia opera, edificato la mia casa. Non si tratta soltanto di un pensiero, bensì di una realtà psichica, biologico - surrealista.
Salvador Dalì, Confessioni Inconfessabili
Il rapporto tra pittura e paesaggio al centro dell’opera daliniana. Un’indagine che caratterizza il ritorno meneghino del maestro, ancora a Milano, dopo la mostra personale del lontano 1954, che venne ospitata nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Oggi, nella stessa sede, 50 opere, pervenute grazie alla collaborazione della Fondazione Gala - Salvador Dalì di Figueras, tentano di descrivere ed esplorare le visioni e i desideri dell’artista, proponendo una nuova chiave di lettura che vede il paesaggio – e in particolare la regione dell’Ampurdàn da cui mai si allontanò definitivamente - come ispiratore e formatore di tutto il suo percorso professionale.

Nelle sue memorie, con una certa enfasi, Dalì annota: “La cosa chiamata dagli altri, e da me, un “paesaggio”, esiste soltanto sulle rive del Mediterraneo”. Così descrive la regione dell’alto Ampurdàn, e in particolare di Port Lligat e Cadaqués, “uno spazio perfetto, concreto, obiettivo, che non ha equivalenti”, una baia che trasmette “una morbida pace”. Si tratta di una zona molto particolare, nessuno prima di lui vi aveva fatto caso, e in effetti non esiste un solo dipinto che ritragga questo paesaggio. E’ un altopiano al di sopra del livello del mare, dove la tramontana, vento secco, impetuoso e vivace, crea un’immensa volta di cielo dalla limpidezza prodigiosa. In queste distese vuote e assolutamente sgombre, una luce ferma e adamantina permette il delinearsi, con ossessiva perfezione, di una vegetazione abbondante di ulivi e vigne, di ardesie pirenaiche color piombo e di fossili e scogli antropomorfi, che si distinguono con rara chiarezza.

In questo luogo di trascendente purezza, “tra i più aridi, più minerali, più planetari che esistono”, rimane sempre fortemente radicato lo spirito dell’artista, che vi si ispira per costruire la sua casa di Port Lligat. Il paesaggio di Dalì appartiene al Mediterraneo, è un luogo sacro, trascendentale, dotato di una forza tellurica e di eterna bellezza, concepito sia come caverna platonica che come paesaggio mentale. Creando uno spazio interiore e al tempo stesso reale, a volte iperreale, che gli permette un’analisi minuta e strutturale della realtà, il maestro riesce a fondere paesaggio e surrealismo, dando forma a quella che lui definisce, nel 1935, “irrazionalità concreta” e di cui troviamo un esempio nelle tele Tavola solare e Ritratto di Gala con due cotolette d’agnello in equilibrio sulla spalla. Se in questi anni la morfologia del Cabo de Creus gli suggerisce visioni che sfoceranno nell’estetica del molle e del duro e contribuiranno allo sviluppo del metodo paranoico – critico, negli anni della bomba atomica il paesaggio gli servirà ad ambientare i suoi personaggi mistici e a dar forma alla “grande paura”.

Un’evoluzione, dunque, che l’esposizione di Palazzo Reale delinea con dovizia di particolari, dividendola in sei sezioni. La prima, la Stanza della Memoria, evidenzia le continue scorribande dell’artista nei territori della storia dell’arte, che mantengono tuttavia serrato il confronto con la modernità. Ne sono un esempio la Venere di Milo con tiretti, rivisitazione dell’antichità, la manipolazione del quadro di Lorrain in La mano di Dalì toglie il vello d’oro a forma di nuvola per mostrare a Gala l’aurora dorata, lontanissima dietro il sole, o la Pietà michelangiolesca tradotta nei toni terrigni di Cap Norfeau dal vocabolario daliniano. Nella Stanza del Male gli orrori della guerra si insinuano nella struggente bellezza minerale di Port Lligat, e da quelle terre bruciate di sole e salsedine emergono incubi indicibili, mastodontici crani, echi lugubri dello sfacelo mondiale. Il Volto della guerra è un teschio che racchiude nella cavità orale e in quelle orbitali altri teschi, entro cui sono incastonati ulteriori piccoli teschi: un’orribile maschera facciale ai cui lati si agitano serpenti dalle fauci spalancate, mentre un’ombra sinistra segna orizzontalmente una landa arida e sterminata.

Nella Stanza dell’Immaginario sono presenti le opere più legate al periodo surrealista, in cui vengono approfondite le tematiche legate all’inconscio e alla ricerca di sé: dalla rivisitazione in chiave daliniana delle Tre età, all’orologio oblungo ed elastico del dipinto Alla ricerca della quarta dimensione, realizzato in una fase creativa in cui prevalgono gli interessi scientifico – matematici dell’artista. La Stanza dei Desideri corrisponde alla ricostruzione della celebre Stanza di Mae West, una piccola architettura d’interni creata nel Teatro Museo di Figueres a partire dal viso della celebre attrice, icona del musical. Grazie all’intervento dell’architetto Oscar Tusquets Blanca, l’ambiente “perversamente polimorfo” viene riprodotto a Palazzo Reale, mantenendo il suo inconfondibile arredamento pop.

Infine, nelle ultime sezioni, Dalì abbandona la rappresentazione della figura umana. Nella Stanza del Silenzio si assiste alla sparizione della persona e al trionfo del paesaggio. Se Tavola solare è concepita come una starordinaria rêverie dove la luce abbacinante induce a credere che quanto stiamo vedendo sia solo un miraggio, l’epica marcia di sacchi e meteoriti de Il cammino dell’enigma aggiunge all’impianto surrealista una nuova dimensione metafisica. Oggetti latitanti e figure accessorie vengono fagocitati dal grande spazio libero della Stanza del Vuoto. Se in Senza titolo (Donna dormiente in un paesaggio), il nudo di donna incrostato di conchiglie e molluschi marine è ancora segno di presenza semi-umana, seppur inquietante, Il rapimento d’Europa, ultimo olio dipinto dall’artista prima della morte, è un monocromo azzurro spaccato da ferite, quasi un involontario cretto.

La stanza conclusiva del percorso espositivo è una sintesi, un dolce epilogo. Si tratta del rapporto tra Dalì e Walt Disney rappresentato dal cartone animato Destino (che non verrà realizzato, vivente l’artista), per il quale il pittore esegue, nel 1946, 22 dipinti e 135 bozzetti. L’insieme dei lavori approntati per il cortometraggio, costituisce un singolare compendio del suo mondo con le presenze ossessive, le invenzioni mirabolanti, gli equilibrismi ottici applicati all’estetica pop dell’animazione americana. Ma, ancora una volta, è il paesaggio il vero protagonista. Scorre davanti ai nostri occhi una babele visionaria popolata dai rimandi alla storia dell’arte – capitelli corinzi, frammenti di antiche statue, architetture classiche -, da giganteschi telefoni-guscio, da orologi marmorei sorretti da cupidi e da filari di cipressi, un armamentario metafisico che scompare di fronte al finale: una sconfinata distesa vuota con una piccola sfera al centro incubatrice delle immaginifiche illusioni del maestro.