Dal cuore della Russia al cuore di Firenze: uno scambio di “Tesori” 2/2
di // pubblicato il 25 Luglio, 2011
Proseguendo il discorso iniziato lo scorso 31 maggio, si può notare come il valore trascendente di queste raffinatissime suppellettili sia volto ad assottigliare il confine tra vita spirituale e vita terrena. La religione aveva un ruolo fondamentale nella vita del popolo russo, a partire dal suo più illustre esponente: molte funzioni di rappresentanza del sovrano si svolgevano in ambito religioso; inoltre le cattedrali e i monasteri del Cremlino godevano di uno status particolare, in quanto non appartenevano alla Chiesa, ma facevano parte dell'erario statale, ed è per questo che i raffinatissimi oggetti liturgici sono confluiti nel Tesoro dello Zar.

Dopo la morte di Ivan IV, la Rus' conobbe una difficile fase di crisi politica, nota come “Epoca dei Torbidi”, in cui al governo si succedettero “sette boiardi”, esponenti delle famiglie di più alto lignaggio, che gettarono il paese in uno stato di disorientamento, permettendo l'imposizione di un sovrano polacco che si spacciava per uno zar miracolosamente sopravvissuto. Per quanto breve, il periodo in cui i polacchi sedettero sul trono moscovita fu fatale per la Russia e per il suo patrimonio: il Tesoro finora accumulato dallo zar fu quasi completamente distrutto, insieme alla documentazione d'archivio che avrebbe permesso di ricostruirlo, almeno in forma ideale. E' per questo motivo che oggi in mostra possiamo ammirare testimonianze raccolte per la maggior parte in seguito a tale epoca.
A partire dalla dinastia dei Romanov, una nuova fase di ripresa interessò il paese su tutti i fronti, non ultimo il settore artistico: il Tesoro degli zar fu ricostituito praticamente ex novo, ragion per cui il XVII secolo è ritenuto uno dei periodi di maggior splendore per l'arte russa. Da un lato, furono potenziate le manifatture interne, finalizzate alla produzione di oggetti di rappresentanza, destinati allo zar e alle alte cariche della chiesa ortodossa, da esibire nelle cerimonie ufficiali. Dall'altro, i Romanov rimediarono allo stato di isolamento in cui giaceva la Rus', aprendosi alle relazioni con gli stati europei. Fu così che gli artisti russi entrarono in contatto diretto con l'arte occidentale: a corte arrivarono orafi e armaioli stranieri, che favorirono la diffusione di nuove tecniche di lavorazione e un diverso linguaggio artistico, amplificando ancor più lo sfarzo, già proprio dell'arte russa, con l'opulenza barocca.
Nuovi oggetti di uso quotidiano furono introdotti sulle tavole degli zar, come brocche e mesciroba, e nuove tecniche di lavorazione furono condotte a perfezionamento dalle botteghe del Cremlino: oltre alla smaltatura, estesa a porzioni sempre più ampie del manufatto, le maestranze russe si appropriarono della lavorazione della maiolica italiana. I rapporti diplomatici intrapresi dai Romanov con l'Europa erano accompagnati da un cerimoniale che prevedeva lo scambio di doni delle ambascerie, una sorta di biglietto da visita che doveva esprimere la stima, nonché il gusto raffinato, dei due paesi. I “doni in ricordo”, così come vengono chiamati nei documenti d'archivio, erano fondamentali nella riuscita della trattativa: essi venivano esaminati da appositi funzionari, e nel caso in cui il valore materiale o la qualità artistica non fosse stata all'altezza delle aspettative, l'ambasciatore poteva non essere ricevuto a corte, e la missione poteva quindi risultare compromessa.
I primi regali diplomatici che giunsero in Russia furono inviati dall'Inghilterra e dall'Olanda, le due grandi potenze commerciali dell'epoca che miravano ad estendere il loro mercato in Oriente. L'intensificazione delle relazioni diplomatiche e il gusto raffinato degli zar ha dato vita alla pregiatissima collezione degli argenti inglesi, spesso eseguiti, oltre che in terra britannica, dai celebri orafi di Norimberga, Amburgo e Augusta.
Si tratta della raccolta più importante al mondo di tale genere, superiore, sia per quantità che per qualità, alla stessa collezione inglese, e il cui valore era noto anche allo zar, che esibiva i manufatti in occasione dei banchetti ufficiali.
Nel corso del XVII secolo si registrano anche i primi contatti diplomatici tra la Russia e l'Italia, accomunati dal gusto raffinato, oltre che dagli interessi economici. Mosso dalla volontà di accrescere il ruolo strategico del porto di Livorno al di là del Mediterraneo, il Granduca Ferdinando I instaurò una sistematica attività diplomatica col Principato di Moscovia. A questo proposito, nel 1602 inviò il mercante livornese Avraham Lussio presso la corte dello zar Boris Godunov, al fine di ottenere la concessione dell'esercizio del libero commercio in territorio russo, e con la promessa di riservare lo stesso trattamento ai mercanti russi che fossero giunti in Toscana. La risposta fu positiva, e la prima spedizione del Lussio segnò l'inizio di proficui scambi tra la corte medicea e quella moscovita, di cui abbiamo testimonianza attraverso la corrispondenza epistolare.
Da una delle missive ricaviamo che Godunov, come primo dono diplomatico, inviò a Ferdinando I pelli di zibellino, già presenti sul mercato europeo, note per il loro pregio e per il loro costo elevato. La risposta non si fece attendere, e già nel 1603 Ferdinando I finanziò una seconda spedizione del mercante livornese, che recava con sé tre preziosi vasi della collezione medicea - visibili oggi in mostra - in cristallo di rocca, diaspro e agata, assecondando la passione del Godunov per gli oggetti di oreficeria in pietre dure, al solo scopo di mostrarli allo zar, evidentemente per avviare un commercio di tali manufatti in Moscovia.

Le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero alla morte del Godunov, per riprendere nel 1656, quando l'ambasceria russa guidata da Ivan Ivanovič Čemadanov dallo zar Aleksej Mihalovič fu inviata a Venezia, stavolta per motivi di strategia politica e militare, programmando un intervento contro l'Impero Ottomano. L'ambasciata approdò a Livorno e soggiornò in Toscana per oltre un mese. Sebbene la missione non fosse rivolta alla corte medicea, Ferdinando II accolse accolse la delegazione con tutti gli onori del caso, e organizzò per l'occasione banchetti e festeggiamenti. Se i russi erano interessati, come emerge dai resoconti, alle stoffe e alle armi del Granducato, a loro volta i fiorentini apprezzavano le sfarzose vesti dei moscoviti, visibili in mostra tanto nei quadri quanto nei tessuti effettivi, decorati con gemme, pietre e metalli preziosi. Un tema, questo, approfondito dalla mostra svoltasi a Prato fino al Gennaio dello scorso anno, dal titolo “Lo stile dello Zar”, che ha preso in analisi i rapporti economici e diplomatici tra i due paesi attraverso il canale degli scambi commerciali di stoffe e merci di lusso.
Le relazioni ufficiali tra il Cremlino e il Granducato di Toscana ripresero nel 1660, con l'ambasceria capeggiata da Vassilij Bagdanovič Lichačëv; a differenza della precedente, quest'ultima missione aveva carattere squisitamente economico, e mirava a stabilire con Ferdinando II accordi circa la libertà di commercio dei mercanti russi in Toscana. Lichačëv omaggiò di sette mazzi di zibellini il Granduca, il quale contraccambiò con due collane d'oro tempestate di diamanti, due suoi ritratti di Giusto Suttermans, a cui fu commissionato anche il ritratto dell'ambasciatore, ed altri oggetti preziosi per gli altri componenti della delegazione.
I rapporti tra le due corti si intensificarono ancor più al tempo di Pietro I il Grande che, sebbene non amasse i riti tradizionali, perpetrò la consuetudine del cerimoniale diplomatico, in quanto mirava a fare della Rus' una potenza moderna, competitiva sullo scenario internazionale. Lo zar donò a Cosimo III oggetti preziosi come una bussola in avorio lavorata da lui stesso, pelli animali e una serie di drappi cinesi tessuti ad arazzo. Sovrano illuminato, nonché grande estimatore dell'arte italiana, lo zar mirava a conquistare l'amicizia del Granduca per chiamare maestranze italiane a San Pietroburgo, nuova capitale da lui fondata, e sostenendo i viaggi di maestri russi in Italia, per dar vita ad una nuova generazione di artisti aggiornati sullo scenario europeo, diffondendo il gusto italiano in una Russia riformata in senso occidentale.
Un'altra occupazione tradizionale a cui Pietro I si dedicò sulla scia dei suoi predecessori fu la caccia, passatempo praticato anch'esso nel lusso più assoluto. In tali occasioni, magniloquenti erano anche le apparizioni dello zar, così come le armi regali, di squisita fattura e finemente decorate, che non si discostavano troppo da quelle utilizzate in occasione delle uscite solenni, se non per il fatto che in esse l'opulenza era ancora più esibita.
Durante le cerimonie ufficiali, il sovrano si presentava in tutta la sua magnificienza, e al suo seguito potevano contarsi fino a mille cavalli, col corredo completo di bardatura da parata (esempi di briglie, cavezza, staffe e sella sono esposti in mostra), non cavalcati, ma condotti per le briglie dagli stallieri, al fine di esaltare la sacralità di una processione trionfale capitanata dallo zar.
Come già accennato, il desiderio di rinnovamento di Pietro il Grande lo spinse a istituire una nuova capitale a San Pietroburgo, sul mar Baltico, nell'ottica di una maggiore vicinanza all'Europa anche sul piano geografico, oltre che culturale e politico. Mosca, divenuta città simbolo del passato retrogrado, ne risentì in modo controproducente, e con essa le sue botteghe: la produzione arrivò quasi a fermarsi, anche perché gli artisti più capaci furono trasferiti a San Pietroburgo. Fortunatamente, questa fase di immobilità per il Cremlino durò soltanto pochi anni; nel 1727 tutti gli atelier furono riuniti nel complesso del “Palazzo dei Laboratori e dell'Armeria”, che custodiva l'intero Tesoro, dalle opere d'arte ai paramenti sacri, fino agli abiti e ai cimeli storici. Degna di nota è l'Armeria, che dà il nome a tutto il corpo museale, e che comprende una delle più importanti collezioni di armi esistenti al mondo. Gli zar erano grandi intenditori di tali cimeli, che facevano produrre in patria o acquistavano da altri paesi, secondo criteri distinti in base alla loro funzione: le armi di guerra, per le quali il requisito fondamentale era il perfetto funzionamento, venivano fatte arrivare dall'Oriente - di particolare fama godevano quelle della Persia o della Turchia, le cui lame affilatissime non costavano meno delle decorazioni - mentre i fucili da caccia, le pistole, le spade e le asce da parata erano valutate soprattutto con un giudizio estetico; oltre ad essere importate dall'Europa, queste erano in gran parte prodotte nelle botteghe russe, che assecondavano il gusto raffinato del sovrano.
Fin dalla sua costituzione, l'Armeria del Cremlino rifletteva il modello della “Wunderkammer”, la “Stanze delle Meraviglie” degli illustri collezionisti europei, che nella versione russa rispecchiava i gusti e gli interessi dello zar, essendo di sua proprietà privata. E fu sempre in linea con l'Europa che, dopo gli Uffizi, i Musei Capitolini e il Louvre, lo status della collezione cambiò: nel 1806 Alessandro I decise di fare del suo Tesoro un museo aperto al pubblico, depositario della memoria storico-artistica dell'intera Russia, e che ancora oggi continua ad arricchirsi di capolavori di altissima qualità.
Nel segno del legame di amicizia e stima reciproca che affonda le sue radici nella storia, la mostra offre un'occasione unica, poiché permette la visione di opere insigni che per la prima volta oltrepassano i confini della Russia, auspicando ulteriori studi sulle relazioni di due paesi tanto distanti nello spazio quanto vicini nell'amore per l'arte.