Dagli artigiani di ieri agli artieri di domani
di // pubblicato il 18 Maggio, 2011
Il confronto fra manifattura tradizionale e artigianato contemporaneo costituisce il tema portante della mostra Il futuro nelle mani. Artieri domani, allestita presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Momento di alto valore intellettuale e concettuale, talvolta con proposte ardite sul piano tecnico ed estetico, da considerarsi propaggini attuali dei tessuti, delle vetrate, delle carte da parati, disegnati da William Morris nella seconda metà dell’Ottocento in opposizione alla produzione meccanizzata di tipo industriale.
All’artista inglese, personaggio cardine del socialismo moderno, guarda da molti anni Enzo Biffi Gentili, direttore artistico e curatore dell’esposizione, fondatore del MIAAO di Torino, teorico del Manifesto per le Arti Applicate del Nuovo Secolo e sostenitore di una nuova figura di creativo autonomo da lui definita artigiano metropolitano.
A cura di Enzo Biffi Gentili, la rassegna, dedicata al tema del lavoro, è articolata in tre sezioni progettate da 5+1 AA e Studio Kha: Le nuove officine, Il tunnel del treno fantasma e La galleria delle botteghe e fa seguito idealmente alle due precedenti Esposizioni Internazionali delle Industrie e del Lavoro del 1911 e del 1961.
Evidente il taglio dicotomico scelto dagli ideatori. Il primo segmento è uno showroom delle più note officine meccaniche, architettoniche, musicali, che conferiscono allo spazio una personalità maschile dove i toni sono marcati e l’ingegno si combina con la fatica fisica del lavoro manuale.

Ospite d’onore il carrozziere e meccanico Franco Sbarro, direttore di una scuola di alta specializzazione in car design e motoristica a Grandson sul lago di Neuchâtel. Artefice di proposte estetiche che devono fare i conti con grandi quantità di materiali inutilizzati, spesso difficili da smaltire e soprattutto con un nuovo modo di intendere lo sviluppo economico. Un obiettivo condiviso da Giancarlo de Astis autore di arredi ricavati da componenti di aerei; dai cyborg acrobati di Deborah Lord e Lucia Lupan della Mutoid Waste Company, collettivo specializzato in artigianato metalmeccanico e da decine di altri geniali creatori di differenti nazionalità.

La seconda parte è rigidamente scandita in sette vani espositivi, piani, essenziali con una dominante, per così dire, femminile. Ogni ambiente esibisce accessori di vario tipo, copricapo, abiti, collane e complementi d’arredo realizzati con materiali apparentemente incompatibili, di forme e qualità disparate. Alcune volte in stridente contrasto con la cura artigianale che le botteghe storiche dedicano, oggi come in passato, alla produzione dei loro manufatti.

Tra esse occorre ricordare l’Antica Fabbrica Passamanerie, fornitore della Real Casa Sabauda, la terraglia di Richard Ginori, le ceramiche di Albisola e Caltagirone, la pelletteria fiorentina di Ottino, l’acqua di Colonia prodotta a Genova o ancora le penne, gli orologi, i gemelli cesellati da Salvatore Agenio di Napoli. Insomma, un campionario di quei capolavori italiani frutto di esperienza e progettualità, che rappresentano per il resto del mondo un modello di eccellenza, in grado di fronteggiare la concorrenza sleale dei paesi emergenti e la congiuntura negativa dovuta a rischiose politiche neoliberiste.

Due momenti ben distinti, raccordati da un’animazione multimediale in cui un treno lanciato a gran velocità spariglia le carte e sovverte le certezze del passato per dirigersi verso l’innovazione e le moderne tecnologie. Due mondi contrapposti, ma simili nella sostanza, fatta di materiali duttili dai molteplici impieghi: ceramica (i divertenti Gufi Risorgimentali di Francesca Antoniotti), vetro (di Murano in versione progressista per Cristiano Bianchini), legno, cartone, fil di ferro (attorcigliato assieme a luci led in lampade antropomorfe da Bruno Petronzi), alluminio, alabastro (superlativa la batteria assemblata in esemplare unico dall’artigiano Giorgio Pecchioni).

Echi di una Torino siderurgica, teatro di lotte sindacali, che cerca di scrollarsi di dosso un’identità che non le appartiene più, sperimentando nuove soluzioni formali e produttive. Una città in perenne movimento dove i moti risorgimentali continuano a ribollire per ridefinire la futura identità nazionale, che un giorno non lontano gli artieri di domani si appresteranno a celebrare a loro volta.