“Da Velázquez a Murillo”, il barocco spagnolo sbarca a Pavia
di - pubblicato il 09 Agosto, 2009 in Mostre
di Daniela Vannini
Tra sacro e profano, dramma e bellezza, naturalismo e manierismo, il secolo d’oro della pittura spagnola rivive in una mostra in programma a Pavia dal 9 ottobre 2009 al 17 gennaio 2010. L’idea è nata da una collaborazione che vede come protagonisti il Comune di Pavia, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo e la Fondazione Ermitage Italia, con l’intento di indagare sulla nostra storia, le nostre radici e la nostra identità, mettendo in luce le rispondenze che corrono tra la nostra cultura e quella ispanica legate per ben due secoli. Si intuisce da subito che “Da Velázquez a Murillo” non sarà solo una mostra, ma anche un momento di riflessione e di scoperta. Uno spazio che permetterà al visitatore di riscoprire una Lombardia barocca, spesso trascurata, attraverso parallelismi e coincidenze tra l’arte spagnola e quella italiana.

Per l’occasione le splendide sale del Castello Visconteo di Pavia – il cui parco fu teatro della famosa Battaglia di Pavia (1525) che vide la vittoria di Carlo V su Francesco I garantendosi così il Ducato di Milano – faranno da cornice ad una preziosa collezione di dipinti, approdati in Russia grazie alla passione per l’arte di Caterina II e Alessandro I, che per la prima volta il Museo russo ha deciso di traghettare fuori dai confini nazionali.

Sono circa cinquanta le opere, di cui molte inedite, che ci porteranno alla scoperta della più significativa pittura spagnola del ‘500 e del ‘600 a partire dai grandi artisti come Velázquez, de Ribera, Murillo e de Zurbaran fino a Francisco Ribalta, Alonso Cano, Antonio de Pereda e altri ancora.
Due i filoni seguiti nel percorso espositivo, da un lato le iconografie religiose e dall’altro la ritrattistica cui si accompagnano paesaggi e scene di genere.

Tra le tele esposte a soggetto sacro vale la pena ricordare ”L’Immacolata Concezione” di Murillo e la sua “Annunciazione”, l’affascinante e drammatico “Ecce Homo” di Ribera, esposto finora solo a Valenza. Interessanti altre due opere sempre di Ribera “Gli apostoli sulla tomba di Cristo” e il commovente “Martirio di Santa Caterina”. Di Alonso Cano spicca il piccolo tondo “Cristo e S. Giovanni Battista bambini”.
Ai temi sacri, come già detto, si alternano i ritratti come “ La testa maschile di profilo”, dalla fronte corrugata, opera del primo Velázquez e l’intrigante “Ritratto di un uomo”. Bellissime le “Donne presso una finestra con grata” di Bartolomé Esteban Murillo, ma anche quelle affaccendate nella “Preparazione dei dolci”. Enigmatico invece il “San Francesco con un teschio in mano” di Franciso de Zubaràn.

“Da Velázquez a Murillo”, curata da Ludmila Kagane e Susanna Zatti e organizzata da Villaggio Globale International (Catalogo Skira), consentirà all’osservatore di tuffarsi in una Lombardia spagnola rivisitata: “cuore dell’Impero” e “chiave della monarchia”, che prende le distanze dallo stereotipo decadente, che così a lungo ha condizionato l’idea della Spagna nell’immaginario collettivo. Insomma un Milanesado che mantiene la propria identità artistica e culturale pur convivendo con la civiltà dello straniero dominatore, come sembra indicarlo l’”Allegoria della Storia” di Jusepe de Ribera.
Dalle ricerche storiografiche condotte negli ultimi dieci, vent’anni, emerge infatti una Lombardia “rispettata nelle sue autonomie, con una aristocrazia assorbita dal sistema di potere spagnolo ai più alti livelli” come sottolinea Giuseppe Mazzocchi, direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Lombardia spagnola dell’Università di Pavia che ha collaborato alla realizzazione della rassegna, patrocinata dalla Provincia di Pavia.

Il concetto stesso di decadenza e di impero spagnolo sono stati rivisti da molti storici, i quali ci restituiscono l’immagine di un Ducato che primeggia mantenendo un suo ruolo strategico. Lo dimostrano anche le migliaia di libri riportati alla luce dai fondi delle biblioteche lombarde che mostrerebbero come sia debole l’idea di un ispanismo pervasivo e responsabile della decadenza culturale italiana facilitando in questo modo il suo assoggettamento alla cultura dello straniero.

Partendo da questo ripensamento, l’esposizione pavese vuole ricreare quella sensibilità comune a tutto il Seicento offrendo eloquenti rappresentazioni della civiltà ispano-italiana nelle arti figurative, senza prescindere dalla rivoluzione caravaggesca che, con il suo crudo realismo intaccato dal male e dal logorio del tempo, i contrasti chiaroscurali, i colori decisi e violenti, ha rappresentato la grande novità rispetto alla pittura del Rinascimento e del Manierismo. A suggerirlo pare proprio la straordinaria umanità de “La morte di San Giuseppe” di Alonso Cano del periodo madrileno.
Rimanendo in tema di collaborazioni internazionali, a San Pietroburgo è in preparazione un evento molto importante che ospiterà alcune collezioni pavesi dell’Ottocento.
