Da Van Eyck a Dürer (seconda parte)
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2010
A causa dell'iconoclastia del 1566 che ha decimato la storia della pittura dei Paesi Bassi Meriodonali, esistono pochissime informazioni anche di quanto avvenuto fra la fine del quattordicesimo e inizi quindicesimo secolo. Si può quindi affermare che L'adorazione dell'Agnello di Dio (o Agnello Mistico) dei fratelli Jan e Hubert van Eyck del 1432, è la prima opera databile dei Primitivi fiamminghi, la cui grandiosità viene anche paragonata al soffitto della Cappella Sistina per dimensioni, rinnovamento pittorico, grandezza tecnica e influenza sulla storia dell'arte.

Fra l'altro nel Quattrocento cambiò anche il gusto del pubblico, poco incline a quell'arte "antiquata" e, per tutti questi motivi, può sembrare una sorta di cometa l'arrivo dei Van Eyck.
Va rilevato che l'opera dei Primitivi fiamminghi dipendesse dall'est, infatti, i pannelli su cui dipingevano i Van Eyck e i loro contemporanei, erano di quercia proveniente dalla regione baltica (già dal Medioevo il legno era prelevato lì e dalla Scandinavia) la cui qualità non avava paragoni con altri legni disponibili sul mercato interno. Si incrementò così il traffico navale fra i Paesi Bassi meriodinali e la costa orientale favorendo l'esportazione di birra, vino, aringhe, grano e pellicce. Insieme ai generi di lusso, il commercio di dipinti e retabili raggiunse l'apice all'inzio del Cinquecento.
Durante questa fase di crescita economica, per la pittura fu un vero boom senza precedenti e gli artisti producevano e vendevano al libero mercato dove, anche i borghesi benestanti acquistavano in massa. Se prima erano i nobili, il clero e i ricchi patrizi ad affermare attraverso l'arte il loro status (o la salvezza della loro anima), nei primi decenni del sedicesimo secolo ebbero a che fare con una larga concorrenza di compratori in quanto la fama di Jan van Eyck rese la pittura dei Paesi Bassi meridionali un trofeo fortemente desiderato.

Genio assoluto quello di Johannes van Eyck - forse nato a Maaseik sulle rive della Mosa intorno al 1395 - definito nel 1604 l'inventore della pittura a olio dal biografo Karel von Mander nel Het Schilder-boeck, tecnica perfezionata da Jan, ma sperimentata da molti altri ben prima di lui, un mito a cui aveva certamente contribuito anche Giorgio Vasari con Le Vite.
Se esistono tracce a l’Aia fra il 1422 e il 1425, ben poco sappiamo dell’enigmatico Jan van Eyck: ignoriamo la data di nascita, chi gli insegnò il mestiere, quali siano le opere giovanili, quale era stato il contributo del fratello maggiore Hubert al polittico di Gand, ma è sicuramente indiscutibile che la produzione del decennio precedente l’abbandono dei pennelli lo renda uno fra gli assoluti protagonisti della pittura del Quattrocento e solo le sue opere valgono un viaggio a Brugge per la mostra al Groeningemuseum di cu vi ho riferito in novembre.
Un’esposizione superlativa dove appare chiarissimo il rinnovamento al realismo legato direttamente alla particolare tecnica dell’uso dei colori a olio dei Van Eyck e degli altri capostipiti della pittura fiamminga, come il Maestro di Flémalle (Robert Campin? - Tournai, circa 1375-1444) e il suo allievo Rogier van der Weyden.

Lo scintillio intenso e la profondità del colore consentivano la perfetta imitazione, dal broccato al vetro, un lavoro da certosini se si pensa ai tempi di essiccazione dei numerosi strati tanto che i successori avrebbero applicato il procedimento in modo più affievolito proprio per velocizzare. Un particolare tipo di realismo fortemente manipolato dal pittore e, in questo senso, la realtà veniva superata.
Al riguardo, il curatore Till-Holger Borchert, entra nel dettaglio e spiega "Prendiamo in considerazione tre aspetti. Il realismo era frammentario, emblematico e propagandistico. Il realismo frammentario comportava che elementi specifici erano fedeli alla natura, ma raramente lo era l'insieme. Basta pensare al famoso cagnolino in Anorlfini. Doppio Ritratto di Jan van Eyck (National Gallery, Londra). Gerard David (1460/65-1523) nella sua Pala del Battesimo di Cristo creò una graziosa scenografia botanica. I fiori e gli alberi sono molto verosimili; un laico facilmente può identificare le varie specie. Ma se stessimo passeggiando in un bosco, avremmo scoperto molte più specie di piante. In secondo luogo troviamo nella stessa opera un dente di leone, posizionato sulla stessa asse del Cristo. Questa pianta fiorisce fra l'altro nel periodo di Pasqua ed è quindi il simbolo della Resurrezione. I semi traportati dal vento, vengono soffiati verso la terra fertile circostante. I fiori sono l'emblema che porta un messaggio. In terzo luogo c'è la tendenza propagandistica o idealizzante. La realtà viene in qualche modo migliorata. La veduta della città nell'Adorazione dell'Agnello di Dio è visionaria e nel suo insieme non è tracciabile nel tempo e nello spazio. Qui è sta scelta la città ideale come simbolo di Gerusalemme. Anche le piante nell'opera di Gerard David costituiscono di nuovo un'illustrazione. Notiamo che il Maestro ha dipinto tutte le piante nello stato di fioritura e che quindi non ha rispettato i diversi tempi".
Il Curatore fa notare anche come agli artisti piacessero i "giochini" visivi per esibire la loro erudizione attraverso l’illusionismo posizionando, a esempio, le figure in modo da lasciar cadere la propria ombra e il trompe-l’oeil si rafforza in immagini rispecchiate sulle lastre nere lucide dietro di loro.
L’uso del realismo estremo, in stretto collegamento con la spiccata padronanza della pittura a olio, sarà il pilastro della ars nuova di Van Eyck e contemporanei. In quello stesso periodo – gli anni intorno al 1420 - qui a Firenze Filippo Brunelleschi portò a compimento un altro fondamentale tassello della storia della pittura, la prospettiva matematica universalmente nota nell’ultima opera di Masaccio il cui procedimento è descritto in latino da Leon Battista Aberti in De pictura.
Tale innovazione non sarà mai usata da Van Eyck, ma assimilata poco a poco dai Primitivi fiamminghi di seconda generazione a partire dall'opera di Petrus Christus (circa 1410/20-1475/76) e Dieric Bouts (circa 1415/20-1475), mentre Albrecht Dürer (Norimberga, 21 maggio 1471 - Norimberga, 6 aprile 1528), sul finire del secolo, fece due viaggi in Italia e, profondamente influenzato, nel 1525 pubblicò un manuale con ampie spiegazioni sul principio della prospettiva matematica, una novità per l'Europa del Nord .

A questo punto vale ricordare come, fra i pittori definiti Primitivi fiamminghi, siano presenti maestri provenienti da varie parti: dalla regione della Mosa, Tournai, Haarlem (Dieric Bouts), Baarle (Petrus Christus), Seligenstadt (Hans Memling), Oudewater (Gerard David) in quanto, essenziale per la formazione, era il luogo dei loro studi o botteghe.
Ancora più misterioso dei Van Eyck è Robert Campin perché, solo in base a riferimenti stilistici e non su dati reali, sono state state attribuite opere al suo atelier, spesso identificato come il Maestro di Flémale, pseudonimo con cui molti studiosi usano definire tutte le opere del gruppo Campin essendo sconosciuto anche il numero dei pittori che lo formavano.
L'unica opera datata - ritenuta anche l'ultima giunta a noi - è del 1438 e sono i due sportelli esterni del trittico di Werl oggi al Prado, eseguito per il teologo tedesco Heinrich Werl, un rappresentante dell'Ordine di Colonia dei frati minori che appare inginocchiato nello sportello di sinistra, dove la minuziosa resa dei dettagli richiama nettamente l'influenza di Van Eyck.
Constato quanto mi sia dilungata, è necessario interrompere per poi continuare in una terza parte, pubblicata sicuramente prima della chiusura della mostra.
