Cuore arso d’Italia

di Eleonora Belli // pubblicato il 01 Ottobre, 2012

     Quando ero bambina su Rai3, dopo il telegiornale regionale, mandavano un breve spot pubblicitario sull’Umbria con alcune immagini di paesaggi, soprattutto della Valnerina. Il promo terminava con una voce che, sulle note del Nabucco di Verdi, declamava altisonante: “Umbria, cuore verde d’Italia”. La mia piccola regione, infatti, è per la maggior parte pressoché sconosciuta. Eccezion fatta per Perugia, Assisi, Orvieto e Spoleto, pochissimi sono coloro che hanno avuto modo di visitare i boschi, le vallate e gli antichi borghi che si affastellano lungo le rive del fiume Nera, dove ancora molta gente vive coltivando gli ulivi e tagliando la legna.  Proprio questi luoghi rappresentano uno dei polmoni della nostra penisola, con ancora flora e fauna pressoché intatti. O meglio rappresentavano.

Martedì 24 luglio 2012, ore 15:00. Durante uno dei torridi pomeriggi che hanno caratterizzato tutta l’ultima estate, un odore acre da togliere il fiato aveva invaso la casa. Affacciandomi ritrovo sul vialetto  la polizia che, con il binocolo, osservava un incendio apparentemente in lontananza, profetizzando che, se il vento non sarebbe cessato, a breve avrebbe raggiunto i boschi sotto casa. E così è stato. Il cielo era diventato di un colore grigio-rosso, l’aria era sempre più irrespirabile. Le montagne difronte erano totalmente in  fiamme, dalle pendici alla cima; nel frattempo i primi canader, due ad esser precisi, iniziarono a volare, cosa che continuò fino al tramonto. L’incendio era ormai arrivato anche alle case, e interi paesi erano completamente circondati dalle fiamme. Evacuazioni, strade chiuse, impossibilità di comunicare, e, nel momento in cui l’incendio diventava sempre meno gestibile a causa del fortissimo vento, gli aerei continuavano ad essere solo due. Il bilancio era di due paesi devastati, numerose famiglie evacuate, e interi boschi distrutti. Mentre si credeva che l’incendio avesse riguardato solo le montagne intorno al mio piccolo Comune (Montefranco), dato il silenzio di tutti i telegiornali e testate giornalistiche, si è scoperto, invece, nei giorni a seguire che anche nei dintorni diretti della stessa città di Terni e nel perugino,  erano scoppiati almeno altri quattro incendi. Dopo quattro giorni di inferno la stima era di cinquecento ettari di bosco bruciati.

Quando l’incubo sembrava finito, nemmeno un mese dopo, un’altra serie d’incendi, stavolta ancora più devastanti ha colpito ancora la Valnerina, nello specifico Montefranco, Marmore e il Parco dell’omonima cascata, Villalago e nuovamente le poche selve rimaste lungo la strada statale Flaminia. Così un’altra volta famiglie sfollate; case, tesori architettonici, numerosi  uliveti e stalle di animali distrutti. A questo si aggiungevano i danni economici alle attività alberghiere e di ristorazione, causati dalla chiusura delle strade.

Il resoconto di questa estate, letteralmente di fuoco, è di mille ettari di terra arsa, e ancora ora, nonostante siano trascorsi due mesi, l’odore di bruciato è forte. Di quei giorni di paura restano le testimonianze di chi ha vissuto di persona questo incubo, fra questi vi è Dario Samueli, abitante di Montefranco: la prima sensazione è stata una sorpresa. Non mi sarei mai aspettato che potesse scoppiare un incendio nei pressi della mia abitazione. Dalla sorpresa sono passato subito all’azione, facendo evacuare i miei familiari da casa e cercando di impedire l’ulteriore avanzata delle fiamme; per cui ho preso quelle poche attrezzature che possedevo, un tubo dell’acqua, qualche pala, uno scopone e mi preparavo a far fronte al fuoco, che procedeva su due fronti: dal bosco e dalla sterpaglia. Nel lato bosco era impossibile intervenire manualmente, mentre nel lato sterpaglie speravo di riuscire a fermare l’incendio con gli strumenti che avevo. Nei momenti di lavoro, non c’è paura. Facendo un’analisi della situazione mi rendevo conto di essere preparato, e le mie operazione erano accorte. Quello che mi ha sorpreso maggiormente è stato l’intervento di alcune persone, senza averne fatto richiesta. Semplici civili, che non facevano parte di nessuna istituzione. É stato bello vedere solidarietà reciproca in momenti così difficili.

Dopo oltre due mesi di distanza da questo evento, la cosa che maggiormente ci ha feriti e lasciati sgomenti, delusi ed arrabbiati non è stato, o meglio non soltanto, il paesaggio devastato, i paesi sfollati e le intere attività lavorative di molte persone completamente distrutte, quanto la totale indifferenza e silenzio dei mezzi stampa, i quali, eccezion fatta per le testate locali, non hanno fatto il minimo cenno a questa terribile tragedia che ci ha colpiti. Ma non se abbiano a preoccuparsi, noi siamo gente forte di origine antiche, come sottolineava Plinio il Vecchio, e non ci abbatteremo per questo. Lavoreremo e aspetteremo che la Natura nuovamente torni a donare vita al nostro, per ora, cuore arso d’Italia.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Strada Statale Flaminia verso Spoleto

NEL TESTO

  • La strada statale Flaminia in direzione Spoleto
  • Panorama visto da Montefranco
  • Il cimitero e l’antica pieve di Cecalocco (TR), distrutta dalle fiamme
  • Comune di Ferentillo (TR), resti di una stalla

© foto Eleonora Belli

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