Crisi di identità alla Strozzina
di // pubblicato il 24 Maggio, 2011
“Una volta che i computer ci hanno connesso gli uni agli altri, una volta che siamo rimasti impigliati, vincolati alla rete, non siamo più noi a lavorare sui computer tenendoli occupati. Sono loro a tenere occupati noi, molto occupati. E' come se noi fossimo le loro 'applicazioni killer'”
(Sherry Turkle)
Identità Virtuali. Ovvero la vita ai tempi dei social network e del web 2.0.
La nuova mostra inaugurata alla Strozzina e visitabile fino al 17 luglio, si propone di analizzare il cambiamento delle abitudini, dei desideri e dei bisogni dell’uomo moderno che - per scelta o per necessità - si trova ad avere un rapporto sempre più stretto, quasi simbiotico, con le nuove tecnologie.
“L’idea di realizzare questa mostra - confessa la direttrice Franziska Nori - risale a otto anni fa, un periodo di tempo relativamente breve, ma durante il quale tante novità e ripensamenti si sono aggiunti nell’elaborazione di una riflessione sul tema”.
Se infatti fino a pochi anni fa, la rete rappresentava effettivamente una realtà virtuale che dava a ciascuno la possibilità di estendere la propria identità al di là del mondo reale, prestando tuttavia molta attenzione a mantenere il proprio anonimato, con l’avvento di Facebook e dei social media, le cose sono radicalmente mutate.

Le nuove tecnologie rappresentano adesso un’opportunità per l’affermazione del proprio Io, attraverso la diffusione e la condivisione di notizie che necessariamente coinvolgono la propria sfera personale e talvolta anche gli aspetti più intimi della propria quotidianità. Tanto che la difesa della privacy e la protezione della sfera privata sono aspetti che sembrano interessare sempre meno gli utenti. D’altra parte i dati e i riferimenti personali che ciascuno, senza alcuna cautela, affida alla rete, costituiscono un patrimonio preziosissimo per le autorità e le imprese che li utilizzano a proprio uso e consumo, sia per controllare i nostri spostamenti che per influenzare le nostre azioni e i nostri desideri attraverso la creazione di offerte mirate in base agli interessi specifici di ciascun potenziale cliente.
Le dieci opere in mostra intendono proprio mettere in luce le caratteristiche e le contraddizioni di questa nuova relazione privata e personale dei singoli con il mondo virtuale in una ricerca di identità, di autoaffermazione e di riconoscimento pubblico.
Il progetto più suggestivo e interessante è il video realizzato da Chris Oakley intitolato The Catalogue. L’artista inglese - utilizzando le immagini di un sistema di videosorveglianza all’interno di un grande magazzino dove i singoli individui sono catalogati con etichette grafiche in cui sono elencate le loro abitudini di acquisto - rende visibile la logica di un sistema computerizzato di ricerca di mercato, che classifica gli individui sulla base di un gran numero di dati al fine di valutare il loro potere di acquisto e le loro esigenze.

Altri artisti si sono invece soffermati sugli effetti e sulle reazioni di soggetti di età differente nel momento in cui sono immersi nella comunicazione digitale.
E’ il caso del fotografo statunitense Evan Baden che ha immortalato volti di adolescenti illuminati unicamente dalla luce degli schermi dei vari supporti tecnologici, con l’intento di richiamare la tecnica del chiaroscuro dei quadri di Caravaggio. Oppure dell’inglese Robbie Cuper che ha ripreso e montato le reazioni, o meglio le smorfie, di vari bambini davanti ai videogiochi.

La mostra ospita anche un progetto della fotografa iraniana Diana Djeddi che riscostruisce il caso di Neda Agha-Soltan, la giovane studentessa uccisa a Teheran durante le manifestazione di protesta del 2009 che ha dato luogo ad uno scambio di identità con una sua omonima che le somigliava molto e la cui fotografia compariva sul profilo di Facebook.