Corpo celeste
di // pubblicato il 03 Giugno, 2011
Marta, tredici anni, dopo dieci trascorsi in Svizzera torna con la madre e la sorella maggiore a vivere nella città dove è nata, Reggio Calabria, ma a cui non appartiene.
Aliena a quel mondo immerso nell’arretratezza e ancora gonfio di superstizione, la ragazza è spinta a frequentare il corso di preparazione alla cresima per tentare un’improbabile integrazione.
In fondo ha l’età giusta per il sacramento che, nelle parole della perpetua/catechista Santa, è “garanzia, sicurezza, senza non si aprono le porte del paradiso! …e poi se non la fai non ti puoi neanche sposare...”
Dagli ambienti della parrocchia la fotografia di una realtà sociale, nei grandi spazi abitati da pochi fedeli il vuoto di valori morali, ormai validi solo sulla carta, diventa tangibile. I patetici tentativi di emanciparsi con canzoni involontariamente trash tipo Mi sintonizzo con Dio, con crocifissi stilizzati al neon o improbabili quiz a risposta multipla in stile Chi vuol esser cresimato, sono inefficaci strumenti di catechesi perché scalfiscono solo la superfice delle cose senza esser in grado di portare realmente la buona novella.

L’ambiguità di don Mario, impegnato a raccattare voti per un politico locale nella speranza, nemmeno troppo dissimulata, che possa favorirlo in una scalata futura alle gerarchie clericali, del tutto disinteressato e a volte perfino infastidito dall’attenzione dovuta alle attività della parrocchia, è incarnata con efficacia da Salvatore Cantalupo, già apprezzato in Gomorra di Matteo Garrone.
La bravissima Pasqualina Scuncia ci consegna la triste e terribile figura di una perpetua del nuovo millennio, piena di buone intenzioni ma inadeguata, inconsapevolmente crudele e incapace di gestire le sue pulsioni. Una donna che si spende anima e cuore per l’approvazione, magari l’attenzione, del parroco, salvo poi esser dilaniata con gelida freddezza dalla domanda rivoltale dal segretario del vescovo: “Ma lei chi è? Per Santa Madre Chiesa lei chi è, cosa rappresenta?”
Dolorosa constatazione di una realtà concreta per cui i fedeli, “il popolo di Dio” come li definisce un quiz parrocchiale, che dovrebbero costituire il corpo della Chiesa come comunità, spesso nei fatti sono tenuti a distanza da un clero che dimostra di considerarsi élite a parte e certamente di rango superiore. A conferma di ciò cronache recenti, d’inaccettabili coperture offerte a sacerdoti che con i loro atti hanno infangato la missione che erano chiamati ad assolvere, lasciando segni indelebili su corpi e anime delle loro vittime, sono concreti atti d’accusa che invocano giustizia.

Notevole e coraggioso esordio della giovane Alice Rohrwacher, sorella dell’attrice Alba con alle spalle esperienze in sala di montaggio e la realizzazione di un solo documentario, Corpo celeste sorprende per la maturità espressiva, il rigore e l’intensità di un racconto che l’autrice ha scritto di suo pugno. Analisi lucida e scientifica, quasi un quadro clinico di questo nostro Belpaese allo sfascio, il film è impietoso nel dipingere la deriva culturale, materiale e morale dei nostri tempi attraverso la perdita del primato della Chiesa come luogo d’aggregazione sociale.
I tanti aborti di cemento che deturpano il paesaggio sono macerie tangibili di una cultura massacrata da incentivi alla diffusione di una dilagante demenza catodica, terreno fertile in cui maturano efferate tragedie familiari poi gettate in pasto alle masse per autoalimentare il ciclo morboso all’infinito, diventano parte integrante di un quadro che ci è posto davanti agli occhi senza alcun intento polemico.

Meravigliosa la giovane protagonista Yile Vianello nel ruolo di Marta, smarrita e selvaggia, si aggira con grazia tra rumori assordanti e pezzi di carta portati dal vento. Capirà che per trovare la sua strada dovrà allontanarsi dallo sterile vuoto delle convenzioni, attraversare biblicamente le acque per andare incontro a un mondo più vero e scoprire che alla fine il vero miracolo è la vita.
Il poco ortodosso don Lorenzo, un ottimo Renato Carpentieri, pianterà il seme che farà scoprire alla piccola Marta un volto più sincero della fede, più impegnativo, umano e concreto, per questo meno frequentato e distante anni luce dall’iconografia dominante. Quella che continua a rimandarci l’immagine falsa di un Cristo biondo, ariano, sorridente nei suoi profondi occhi azzurri, circondato da bambini e sempre desideroso di abbracciarci tutti.
